Milano duomo mascherine Coronavirus

Milano, duomo. (Photo by ANDREAS SOLARO/AFP via Getty Images)

di Aurelio Porfiri 

 

È inevitabile che in questi giorni si parli tantissimo dell’epidemia di coronavirus, che oramai sta dilagando anche in Italia. Naturalmente questa epidemia fa preoccupare tantissimo le persone, che si trovano di fronte a qualcosa che non possono vedere. Quindi, questo problema, non tocca soltanto l’aspetto sanitario, ma anche sociale, antropologico, psicologico, culturale e naturalmente religioso. Certamente, perché nelle regioni più colpite, si pone il problema di evitare assembramenti di persone per prevenire il propagare del virus. Per questo, vengono cancellati eventi culturali, sportive, sociali, e anche in alcune regioni quelli religiosi, come per esempio la celebrazione della Messa.

Il portavoce dell’arcivescovo di Milano, don Walter Magni, così comunica le decisioni dell’arcivescovo Mario Delpini, visto che la sua diocesi è tra le più colpite: “L’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, in ragione dell’ordinanza emanata dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di concerto con il ministro della Salute, Roberto Speranza, dispone la sospensione delle Celebrazioni eucaristiche con concorso di popolo a partire dall’orario vespertino di domenica 23 febbraio e fino a data da definire a seguito dell’evolversi della situazione. Nella giornata di domani, lunedì 24 febbraio, verranno fornite ulteriori indicazioni in merito alle celebrazioni rituali”. L’arcivescovo stesso lascia questa preghiera nel sito della diocesi: “Invoco la benedizione di Dio per tutti: la benedizione di Dio non è una assicurazione sulla vita, non è una parola magica che mette al riparo dai problemi e dai pericoli. La benedizione di Dio è una dichiarazione di alleanza: Dio è alleato del bene, è alleato di chi fa il bene. Invoco la benedizione di Dio sugli uomini di scienza e sui ricercatori. La gente comune non sa molto di quello che succede, dei pericoli e dei rimedi di fronte al contagio. Il Signore è alleato degli uomini di scienza che cercano il rimedio per sconfiggere il virus e il contagio. In momenti come questi si deve confermare un giusto apprezzamento per i ricercatori e per gli uomini e le donne che si dedicano alla ricerca dei rimedi e alla cura dei malati. Si può essere indotti a decretare il fallimento della scienza e a suggerire il ricorso ad arti magiche e a fantasiosi talismani. La scienza non ha fallito: è limitata. Siano benedetti coloro che continuano a cercare con il desiderio di trovare rimedi, piuttosto che di ricavarne profitti. Certo si può anche imparare la lezione che sarebbe più saggio dedicarsi alla cura dei poveri e delle condizioni di vita dei poveri, piuttosto che a curare solo le malattie dei ricchi e di coloro che possono pagare. Che siano benedetti gli scienziati, i ricercatori e coloro che si dedicano alla cura dei malati e alla prevenzione delle malattie”. A parte la stilettata “pauperistica”, tutti ci auguriamo che gli scienzati possano trovare il rimedio a questa difficile situazione.

Costanza Miriano, così commentava con un post su Facebook domenica 23 febbraio: “‘Sine Dominica non possumus’. Senza la celebrazione dell’eucaristia non possiamo vivere, dissero i Martiri di Abitina facendosi uccidere piuttosto che rinunciare alla celebrazione dell’eucaristia.  Credo che la sospensione delle messe in Lombardia sia una grave decisione, sono sicura che sia stata presa per rispettare norme sanitarie, ma io personalmente credo che ci tenga in vita – anche fisicamente – più il corpo di Cristo che qualsiasi altra cura. ps. Probabilmente le chiese per le messe feriali sono i luoghi meno affollati che frequento. Quindi, anche in seguito ai commenti, puntualizzo che fino a che rimangono aperti la metro, i bar, i supermercati e tutti i luoghi di lavoro in Lombardia, non ha senso vietare le messe, che dovrebbero essere l’ultima cosa da proibire, essendo il paragone con la peste manzoniana, al momento, per fortuna davvero sproporzionato. Infine, per caso ho parlato con un medico di Pronto Soccorso, tra l’altro di une delle regioni a rischio, il quale mi ha confermato che la decisione di sospendere le messe in un’intera regione è a suo avviso emotiva e quanto meno opinabile secondo la scienza. Questo da un punto di vista medico. Del punto di vista di fede ho già detto”.

Don Gabriele Bernardelli, parroco di Castiglione d’Adda, uno dei paesi colpiti, ha mandato questo messaggio ai suoi fedeli (ripreso da Andrea Zambrano per La Nuova Bussola Quotidiana): “Cari fratelli e sorelle, nessuno di noi, forse, avrebbe mai pensato di trovarsi nella situazione nella quale, invece, siamo venuti a trovarci. Il nostro animo è frastornato, l’emergenza sembrava così lontana. Invece è qui, in casa nostra. Anche questo fatto ci porta a considerare come nel mondo siamo ormai un’unica grande famiglia. Ora ci dobbiamo attenere alle indicazioni che le autorità preposte hanno stabilito, tra cui la cessazione della celebrazione della Santa Messa. E’ facile, in questa situazione, lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della preghiera, ritenuta inutile. Vi invito, invece, cari fratelli e sorelle, ad incrementare la preghiera, che sempre apre le situazioni a Dio. Ci rendiamo conto in congiunture come la presente, della nostra impotenza, perciò gridiamo a Dio la nostra sorpresa, la nostra sofferenza, il nostro timore.  Mi è venuto in mente, ieri, il brano che si legge il mercoledì delle Ceneri, tratto dal profeta Gioele, laddove si dice: “Tra il vestibolo e l’altare, piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: “Perdona, Signore, al tuo popolo”. Non ho vergogna a dirvi che ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. E vi chiedo di innalzare con me al Signore il grido della nostra preghiera. Pregare significa già sperare. Vi ricordo tutti nell’Eucaristia quotidiana e con me don Manuel, don Gino e don Abele. Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Domani mattina, dopo la Messa che celebrerò alle 11.00, uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo col Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese. Ricordiamo soprattutto quanti sono stati contagiati dal virus e i loro familiari, affinché non si scoraggino, ma anche tutti gli operatori sanitari che si stanno spendendo per far fronte al contagio. Stiamo uniti nella preghiera. Il vostro parroco, don Gabriele”. Ecco, io ritengo che questa sia una posizione più equilibrata. Da un punto di vista di prudenza, io penso non sia del tutto errato evitare che ci siano assembramenti di persone quando non siamo ancora neanche sicuri di come questo virus si è introdotto nel nostro paese in modo così dirompente. Quindi, si può capire che ci siano delle misure di prudenza che poi sono quelle che sono state prese anche a Macao e a Hong Kong. Ma in questi posti, la celebrazione della Messa è stata garantita comunque attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La Messa poi è efficace in se stessa, non richiede un pubblico. Questo è stato uno dei grandi errori dei decenni postconciliari, pensare che la Messa fosse valida se ci fosse stato qualcuno che assisteva, altrimenti non valeva la pena celebrarla. In realtà non è affatto così, la Messa ha un valore proprio a prescindere da chi è presente nel momento della celebrazione. Essa è efficace in quanto viene celebrata, non in quanto c’è qualcuno ad assistere.

Padre Enrico Zoffoli, che tante pagine dedicò proprio alla Messa, nel suo Perché la Messa diceva: “Altro evidente errore in cui si è tentato di far cadere gl’ignari è stato quello di credere che la “presenza reale” cessi al termine dell’”assemblea del popolo di Dio”. Il Signore – si argomenta – disse: “Prendete e mangiate…”, non: “conservate…”; per cui Egli resta “cibo” soltanto finché si celebra il convito e tutti sono raccolti intorno alla comune mensa. Ripetuti e recenti richiami del Magistero hanno troncato la questione, illuminando i fedeli nel senso della grande Tradizione. C’è solo da rilevare che l’invito di Gesù a “mangiare“ non esclude affatto l’antichissimo costume della Chiesa di “conservare“, per “mangiare“ anche quando non si celebra… È arbitrario supporre che, cessato il rito, si annulli quanto durante il medesimo si è ottenuto e resta indiscutibilmente valido e provvidenziale come il più desiderabile dei doni. In realtà, molti di quei che sostengono una fandonia del genere non credono nella transustanziazione, negano la realtà del Sacrificio eucaristico, riducono il rito alla “cena o riunione del popolo di Dio”… Troppo logico che il Signore – presente solo in senso mistico tra i fedeli convenuti – non lo sia più dal momento che i medesimi sciolgono l’adunanza per tornarsene a casa. Questa – almeno logicamente – dovrebbe essere la convinzione anche di quei che negano alla Messa ogni valore, se celebrata dal sacerdote senza alcuna partecipazione del popolo, quasi che il sacerdote, da solo, non bastasse a rappresentare il Cristo, unico mediatore tra noi e Dio”. Penso di non dover aggiungere molto alla chiarezza di Padre Zoffoli. Quello che resta da dire, è che la messa non ha bisogno di un pubblico, non funziona di più se ci sono 1 milione di persone piuttosto che una. Quello che vogliamo sperare è che in questo momento si celebrino ancora più Messe, perché il tempo richiama ad una penitenza e preghiera ancora più accorata. Se si devono evitare situazioni che possono essere pericolose per coloro che vi partecipano, non si privi il popolo di Dio dello strumento soprannnaturale più efficace per chiedere a Dio la sua misericordiosa intecessione.

 

Pubblicato su Aurelio Porfiri blog

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