Domenica XXIV del Tempo Ordinario (Anno B)
(Is 50,5-9; Sal 114; Giac 2,14-18; Mc 8,27-35)
di Alberto Strumia
Sappiamo che l’Autore principale e ispiratore della Sacra Scrittura è Dio. Gli autori umani dei singoli libri sono ispirati da Lui per comunicare la Sua Rivelazione. Rivelazione che è ben più grande di loro e contiene delle informazioni di carattere universale, che attraversano i tempi della storia umana e sono destinate a raggiungere, ed essere decisive, anche per la vita di uomini di tempi lontani da loro come siamo noi, oggi. Ce ne possiamo accorgere, oltre che prestando attenzione agli insegnamenti fondamentali che sono oggetto della nostra fede – come la natura unica in tre persone di Dio, la Sua opera di Creatore, la libertà dell’uomo e il peccato, l’Incarnazione del Verbo in Gesù Cristo e la Sua opera redentrice, la missione dello Spirito Santo nell’unica economia della Salvezza, la vita eterna dopo quella terrena, il giudizio finale, ecc. – anche dal manifestarsi di alcuni elementi apparentemente secondari, ma provvidenziali, che emergono come coincidenze che ci si presentano come casuali.
– È questo il caso della prima lettura di oggi che si ricollega, di fatto, al racconto del Vangelo di domenica scorsa, nel quale Gesù guarì miracolosamente un sordomuto restituendogli “l’udito” (era sordo) per fargli “ascoltare” il Suo insegnamento e la “voce” (era muto) perché potesse, a sua volta, annunciarlo agli altri. Nella prima lettura di questa domenica, infatti, il profeta Isaia parla di Dio che, miracolosamente gli «ha aperto l’orecchio» (donandogli un “udito” soprannaturale) e gli ha «dato una lingua da iniziati» (una “parola” soprannaturale [Is 50,4]), come dice pochi versetti prima del passo che abbiamo letto. È il carisma della “profezia” che il Signore miracolosamente affida, in misura più o meno evidente, ad alcuni che vengono resi, da Lui, capaci di “capire” (“udito”) quello che sta succedendo, di “dare un giudizio vero” (“pensiero”, “parola”, “voce”) sulla storia loro contemporanea, oltre che su quella passata, orientando verso quella futura.
Questa “capacità di giudizio”, che viene da Dio, è come un “orecchio” che viene “aperto”, come un “udito” che viene potenziato, una “vista” che viene acuita. Ed è data ad alcuni perché non siano più “muti”, ma abbiano il “coraggio di agire”, di usare la “voce” per aiutare tutti gli altri – credenti e non credenti – ad “aprire gli occhi e le orecchie” di fronte alla vera causa del male del mondo che ingabbia gli uomini che lo assecondano, e alla vera causa di bene per gli uomini, perché si salvino.
– La seconda lettura, tratta dalla lettera di san Giacomo Apostolo, ci parla proprio di questo “coraggio di agire”: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere?». Le opere, cioè le “azioni di dire e applicare” la “verità conosciuta e creduta”, oggi richiedono “coraggio”, il coraggio di non tacere per convenienza, per non avere “grane”, fingendo davanti a se stessi e al prossimo che non ci sono problemi nel mondo e nella Chiesa e che tutto deve andare avanti così; e se ci sono dei responsabili dell’errore questi sono quelli che stanno sopra di noi, così che possiamo lavarci pilatescamente le mani e ignorare l’errore al quale ci troviamo a collaborare più o meno direttamente. E così molti si rendono “corresponsabili” e “conniventi”, per falsa “obbedienza” (!), con i peccati e le eresie imposte dai loro capi! Non così hanno fatto i santi che, senza mancare di rispetto all’autorità, hanno saputo resistere e correggerla negli errori. La connivenza è una colpa e non è né umana né cristiana: è semplicemente vergognosa! E sarà sottoposta al giudizio divino. La mancanza del “coraggio della verità” è una forma di “tiepidezza” che, evitando di dare un “giudizio” sulla storia presente, non potrà evitare il “giudizio di Dio” alla fine della storia («poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca», Ap 3,16). Lo stesso Apostolo Giacomo, spiega, all’inizio della sua lettera, in un passo che non si legge nella liturgia di oggi, che non solo una fede senza il “coraggio dell’azione” è morta, ma che anche l’azione senza la “sapienza” che viene da Dio, che dà il “coraggio del giudizio” è “instabile” e illusoria, perché è ispirata alla logica del mondo («Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data», Gc 1,5). Il pauperismo e il buonismo oggi diffusi anche nella Chiesa non vengono dalla sapienza cristiana, ma sono frutto di un’ideologia che traveste il potere mondano per dargli un volto di legittimità agli occhi dei cristiani più ingenui. Chi, esitando, non ha il “coraggio” di esporsi con un “giudizio di fede” che si radica sulla Tradizione bimillenaria della Chiesa, che autenticamente ha interpretato il Vangelo («chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni», Gc 1,6-8) rischia di trovarsi con una fede morta, perché priva dell’opera di Dio. «Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù rispose: “Questa è l’opera di Dio: credere in Colui che Egli ha mandato”» (Gv 6,28-29).
– Ecco il tema del Vangelo di oggi: le opere valgono pienamente se si riconosce in Gesù Cristo il Figlio di Dio, unico Salvatore e non un fondatore di una religione come tutte le altre: «“La gente chi dice ci io sia? […] Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”». Qui chiaramente si dice che il compito di Pietro e dei suoi successori è quello di essere chiari ed espliciti nell’Annunciare la divinità di Gesù Cristo e la Sua unica opera di Salvezza. Ma subito dopo Pietro si dimostra incapace, perché in ciò non ispirato, di mantenere fede alla sua missione (che nella narrazione di Matteo gli era appena stata affidata [cfr. Mt 16,18]), tanto da essere identificato da Gesù stesso con Satana: «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ [in]dietro [d]a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». L’attuale traduzione «dietro a me», pur essendo letteralmente ammissibile, sembra più una traslitterazione che una traduzione coerente con il senso del testo. La traduzione «indietro da me», altrettanto ammissibile è più coerente con il senso. Nella versione della CEI del 1974 veniva resa meglio con «lungi da me».
Questo accade anche oggi, quando c’è esitazione e instabilità, ambiguità di dottrina e conseguente impostura nella disciplina e nelle opere. Si direbbe che siamo in quel momento storico che fu anticipato dal tradimento del primo Pietro e dobbiamo pregare perché a chi è venuto dopo di lui sia fatto il miracolo della restituzione di un “udito” sufficiente per udire il canto del gallo e, pentendosi, piangere amaramente per correre a riparare i numerosi errori compiuti («e in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito, pianse amaramente», Lc 22,60-62).
Raccomandiamoci all’intercessione della Beata Vergine Maria perché senza esitazione e senza equivoci si ritorni sulla “Via” della “Verità” e della “Vita” che è Gesù Cristo nostro Signore e Salvatore.
Bologna, 15 settembre 2024
(Ho riproposto in questa domenica una mia riflessione della domenica 16 settembre 2018 che trovo del tutto pertinente anche oggi, non era ancora apparsa su questo blog)





















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