di Anima Misteriosa

 

La vicenda delle Ghiaie di Bonate e il suo intreccio con la storia contemporanea, specie della II Guerra Mondiale, è tanto ricca che devo fare delle aggiunte. Quindi, riprendo qui l’argomento con tutta una serie di dati interessanti, per poi virare verso un’altra figura preziosissima per l’intercessione a pro delle famiglie.

 

Il documentario sulle apparizioni alle Ghiaie

 

Qualche anno fa l’Associazione “Regina della Famiglia” delle Ghiaie ha prodotto un bel documentario, Nel segno di maggio, di Angelo Mazzola e disponibile su Youtube[1]. Il film si incentra su di una singolare figura di cappellano militare, Vittorio Bonomelli, paracadutista e agente segreto della Special Force britannica; al termine, contiene numerose testimonianze oculari. Ora, quando Adelaide udì dalla Vergine santa, il 15 maggio, che la guerra sarebbe potuta finire entro due mesi, la notizia si diffuse come una miccia in tutt’Europa, tanto da arrivare persino nei lager nazisti. Le autorità di Salò, così come il comando locale nazista andarono in allarme: i Tedeschi cominciarono a sospettare che le apparizioni fossero tutta una manovra degl’Inglesi e dei loro 007 (MI6). Il che equivale a non conoscere gl’Inglesi: perché l’anglicanesimo nel corso dei secoli si è molto allontanato dalla venerazione mariana, fin da quando la regina Elisabetta I avocava a sé gli onori tributati alla Madonna. Proprio loro, non avrebbero mai potuto immaginarsi un “colpo” del genere.

Il documentario narra l’episodio in cui il bombardamento della massa di gente riunita alle Ghiaie fu evitato in modo miracoloso: due piloti di un bombardiere avevano deciso di colpire vedendo tutta quella gente; tuttavia, evitarono di farlo quando entrambi udirono distintamente una voce femminile che diceva loro: Don’t drop your bombs here, “Non sganciate qui le vostre bombe”. Proseguirono allora, sganciandole nel fiume (è un miracolo anche che abbiano dato retta a quella misteriosa voce). In seguito alle apparizioni, in estate, Vittorio Bonomelli mantenne i rapporti con i comandi degli Alleati per evitare che alle Ghiaie i bombardamenti potessero fare strage dei pellegrini che ancora arrivavano, ma anche per evitare in ogni modo che fosse bombardata Bergamo, diventata il nuovo centro di comando tedesco, obbligato a spostarsi da Milano. In questo, fu coadiuvato dal suo superiore britannico, il capitano Peter Cooper, il quale visitò Ghiaie di Bonate, si convinse della sincerità di Adelaide, venne a sapere di alcuni miracoli e infine, contro tutta la schiera dei superiori di avviso opposto, perorò la questione di cancellare il bombardamento: e mentre parlava, alle argomentazioni strategiche, sostituì quasi senza accorgersene quelle religiose, tanto che cominciò a parlare delle apparizioni. Alla fine, stracciò gli ordini ricevuti per procedere con il bombardamento dicendo al suo amico Vittorio:

 

Ti sembrerà strano, ma non me la sento di dare un dispiacere alla Madonna.

 

Dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, la situazione peggiorò e due alti ufficiali tedeschi, probabilmente delle SS, si recarono in visita del vescovo, mons. Adriano Bernareggi (lo stesso poi del non constat), per portare via Adelaide. Del resto è ben noto che Hitler, fanatico di occultismo (sua madre Clara, una santa donna molto devota, si sarà rivoltata nella tomba a vedere le azioni del figlio), faceva o intendeva fare incetta di reliquie, per usarne il presunto “potere” come schermo superstizioso. Ovviamente, le reliquie hanno il potere della fede, non uno magico: ma vaglielo a spiegare a quel soggetto, intriso del peggior brodo di cultura esoterico di allora. Difatti, fece portare a Norimberga, sede del partito nazista, la Lancia attribuita a Longino e oggi conservata nella Shatzkammer, il tesoro degli Asburgo, alla Hofburg di Vienna: furono i soldati americani a ritrovarla nel 1945 in un nascondiglio nazista e a riportarla a Vienna[2]. Tentò poi di trafugare da Torino la Sacra Sindone nel 1943, ma Vittorio Emanuele III, impensierito dalla strana curiosità che il Führer aveva dimostrato nei confronti della preziosissima reliquia durante il suo viaggio in Italia del 1938, decise di nasconderla già nell’autunno del 1939, non appena scoppiata la guerra sul fronte polacco: così, la Sacra Sindone fece una prima pausa alla cappella del Quirinale, per poi proseguire il suo viaggio fino all’abbazia benedettina di Montevergine, dove venne conservata per tutta la guerra. Qui, durante una retata, i Tedeschi penetrarono effettivamente nel monastero fino al coro notturno dove i monaci stavano recitando la compieta: i monaci non si mossero e continuarono come niente fosse, per cui, presi dal rispetto, i Tedeschi si ritirarono. Non sapevano però che la teca del Sacro Lino era proprio lì, a neanche 1,5 metri da loro. Durante l’occupazione, invece, i nazisti trafugarono da Torino…una copia, poi scomparsa, che aveva fatto approntare il cardinale della città, Maurilio Fossati[3].

Ebbene, dopo l’attentato a Hitler, questi voleva far rapire la piccola Adelaide per farla trasportare in Germania dalle SS e studiarla secondo l’ottica occultistica. Il vescovo, a onor del vero, riuscì a ingannarli e si vociferò che la bambina fosse morta: anzi, fu finto un vero e proprio funerale. Questi fatti gettano una luce misteriosa sugli eventi delle Ghiaie: si pensi che lo stesso card. Ildefonso Schuster, il presule di Milano, attendeva una manifestazione divina o un evento eccezionale la notte del 19 luglio 1944. Il miracolo della fine della guerra, purtroppo, non si produsse nel luglio del 1944: solo in cielo potremo sapere quel che è mancato a vincere i demoni che ghermivano il Terzo Reich. Come mi ha fatto osservare un’amica, potrebbe apparire strano chiedere a degli sfollati, già tormentati dalla fame e dalle privazioni della guerra, ulteriore “penitenza”: ma la penitenza migliore è quella che allontana dal peccato e dall’orgoglio ed è compatibile anche con la più profonda povertà. Di certo, secondo don Vittorio Bonomelli, le apparizioni costituirono una prima, grande vittoria contro il nazifascismo:

 

Quelle apparizioni contribuirono a deprimere il morale delle truppe repubblichine e tedesche, tanto che lo stesso Hitler, ne abbiamo prova, si interessò ai fatti di Ghiaie.[4]

 

Dopo la guerra, le sofferenze della piccola Adelaide non finirono, anzi. Sottratta alla famiglia, si ritrovò nelle mani di sacerdoti che, contravvenendo al diritto canonico, fecero di tutto per farla ritrattare, traumatizzandola e accusandola di essere una bugiarda; dopo essere stata obbligata a ritrattare il 15 settembre 1945, da adulta scrisse al suo lontanissimo parente, ora papa Giovanni XXIII, che nutriva molta benevolenza per l’apparizione delle Ghiaie:

 

Sballottata dalla mia infanzia ad ora, un po’ da ogni parte, mi sono portata nel cuore, sotto nome diverso da quello del mio battesimo, il ricordo vivo dell’apparizione, il rimorso di averla negata e il desiderio di tornare ad essere Sacramentina (ordine religioso in cui aveva trovato pace e da cui fu strappata dalla Curia bergamasca). Ma non me lo hanno più permesso. Da anni sono qui infermiera al Policlinico di Milano e aspetto ancora, aspetto sempre che si compia il desiderio della Madonna su me. O sarà un’attesa vana?

 

Sento spesso da alcuni esaltare in modo acritico la gerarchia ecclesiastica e la pastorale del passato ante-Vaticano II, ma è bene ricordare che come oggi esistono eccessi in senso lassista, più di 50-60 anni fa si poteva eccedere frequentemente in direzione opposta. Purtroppo, chi conosce bene la storia della Chiesa sa che, tra 1500 e 1900, accanto all’integrità dogmatica ed all’estrema sobrietà etica, esistevano anche varie derive autoritarie, specie in pastorale: la famosa “pastorale della paura”, studiata dallo storico Jean Delumeau e di cui rimangono numerose tracce[5]. Del resto, non stupisce che anche allora molti uomini di Chiesa avessero assorbito le tendenze autoritarie della società in cui vivevano (con sfumature diverse a seconda dei contesti e delle nazioni): ciò che inceppa la Chiesa è sempre l’imitazione del “mondo”. L’autoritarismo fa danni ed allontana dalla fede e dall’amore non meno del lassismo: nell’osservare quanto sia stata ferita, vilipesa e isolata la povera Adelaide viene spontaneo riconoscere dietro le quinte l’opera tentatrice del demone delle famiglie, che umilia e divide, per poi annientare e distruggere. E’ chiaro però che la missione delle Ghiaie è talmente importante e vitale, proprio perché incentrata sulla famiglia; perciò questa apparizione è stata ostacolata moltissimo, forse più dell’apparizione corrispondente e precedente, quella di Fatima, cominciata anch’essa un 13 maggio, ma di 27 anni prima.

Per ben due volte Adelaide fu esclusa dal convento dove intendeva farsi suora alla vigilia della professione religiosa, prima dalle Sacramentine, poi in un altro convento: all’improvviso, arrivava un ordine dalla Curia di metterla fuori e così il suo percorso vocazionale veniva interrotto. Come si vede l’esclusione e l’isolamento tipici dell’azione di un certo demone, qui hanno imperversato: non sto affermando che chi ha ferito Adelaide fosse posseduto, ma soltanto che ha dato retta a certe tentazioni, ben presenti. Del resto, la Vergine stessa affermò con la piccola durante l’ultima apparizione che chi le aveva fatto del male volontariamente, avrebbe dovuto convertirsi per salvarsi. Obbligata a rinunciare alla sua vocazione tra le suore Sacramentine, Adelaide si è sposata ed ha avuto due figlie: è mancata il 24 agosto 2014. Dal Paradiso forse attende ancora che si faccia giustizia a proposito delle apparizioni che la videro protagonista e che tanto bene sono ancora destinate a suscitare. Tuttavia, la Vergine stessa preannunciò che l’apparizione sarebbe stata riconosciuta (settima apparizione, 19 maggio) ed esortò il papa a fare presto, perché Lei voleva essere premurosa con tutti in questo luogo (ultima apparizione, 31 maggio).

Sarebbe importantissimo, innanzitutto per l’Italia, che questa apparizione venisse riconosciuta: come ha osservato nel suo splendido libro Ipotesi su Maria Vittorio Messori, noi Italiani, a differenza di altri popoli, non abbiamo un santuario nazionale mariano[6]: logica vorrebbe che fosse questo e che da qui Maria potesse operare liberamente per una comunità nazionale che la privazione di Dio ha sempre più diviso. Del resto, chi meglio della Vergine delle Ghiaie, della Regina della Famiglia, potrebbe guidare la nostra nazione? Lei che ottenne qui miracoli e prodigi, persino solari (sei in tutto), Lei che dimostrò persino nelle minuzie la stessa delicatezza che rivolse agli sposi di Cana, salvandoli da una pessima figura quando rimasero senza vino: Lei che parlava con la piccola Adelaide addirittura in bergamasco, come a Lourdes aveva parlato con Bernadette in bigourdan, il dialetto locale. Come agli albori della nostra fede Lei si piegò a preoccuparsi di un problema apparentemente da poco, la mancanza di vino (ma il vino rappresenta lo spirito della festa indispensabile in una famiglia: e cosa facciamo noi quando esso viene a mancare, se non supplicare Lei?), così venne a soccorrere il nostro Paese nel momento più fosco della sua storia: e con delicatezza, come solo la migliore delle madri potrebbe fare. Veramente, la Regina della Famiglia dovrebbe essere la nostra patrona nazionale.

 

Santa Rita

Nella lotta però a difesa delle famiglie contro il demone che le perseguita, si può però guardare anche ad altri potenti intercessori: sicuramente l’arcangelo san Raffaele, specializzato nella lotta contro asmodeo (si legga ancora il libro di Tobia), e poi dei santi. Mi concentro qui su S. Rita da Cascia, di cui ricorre in questi giorni la festa, molto amata dalle donne in generale e dalle donne di famiglia in particolare. Padre Ripperger ha consigliato più volte nelle sue conferenze di avvalersi nella lotta contro gli spiriti generazionali anche dei santi che costituiscono la “nemesi” dello spirito in questione, cioè che ne costituiscono l’antitesi e la “santa vendetta”, per così dire: quindi, per esempio, contro l’orgoglio è preferibile invocare l’intercessione della S. Vergine, eccelsa tra tutte per la Sua umiltà. E allora, chi è la nemesi di asmodeo, del demone delle famiglie?

Forse qualcuno lo avrà capito dal mio articolo precedente: molto verosimilmente, si tratta di S. Rita e non solo perché è intervenuta subito ad aiutare quella mia amica. Si potrebbe osservare che S. Rita da Cascia, “la santa degl’impossibili”, è un punto di riferimento naturale nella lotta per le famiglie: e, in effetti, è amatissima (come mi rendo conto ogni volta che partecipo alla Sua festa), perché, a differenza di tante sante vissute nel chiostro, è stata sposa, madre, vedova e conosce molto bene la vita familiare[7]. Forse, osservando la sua popolarità, gli uomini di Chiesa dovrebbero riflettere anche sul fatto che, se oggi la vita di famiglia si è così allontanata da quella cristiana, ciò è successo anche (certo non solo) perché per secoli i cristiani sposati sono apparsi dei “cristiani di serie B” (vi assicuro che così si diceva in passato), secondari e meno ammirevoli di quelli votati all’esistenza in religione. Probabilmente, dietro questa mentalità, che ho visto io stessa all’opera, si può individuare una sottile tentazione alla superbia e un elemento di quel muro di vergogna di cui parlavo nel primo articolo e che divide sacerdoti e laici. Anche i modelli che venivano proposti sugli altari erano raramente in sintonia con la vita familiare: e si è prodotto così un certo estraniamento, su cui si sono precipitati come avvoltoi coloro che alimentano ideologie perniciose per le famiglie e per i singoli. Una svolta è avvenuta solo con Giovanni Paolo II, che ha insistito, notoriamente, per condurre in porto canonizzazioni di coppie sposate, come i coniugi Beltrame Quattrocchi, o i genitori di S. Teresa del Bambin Gesù, i coniugi Martin. Nel frattempo però, troppe famiglie si sono allontanate dalla fede e così sono entrati in crisi nera anche monasteri e seminari.

Ma S. Rita è “nostra”: nonostante il lungo periodo, oltre 40 anni, trascorso in monastero, è stata sposata per 18, ha avuto dei bambini, ha dovuto lavorare come tante donne di casa: per questo è così popolare. Tuttavia, i meriti che la portano ad essere, verosimilmente, la nemesi più accreditata del demone delle famiglie, sono più profondi. Infatti, a leggere con attenzione la sua vita, S. Rita ha sperimentato molto spesso la vergogna e per vari traumi. Secondo la tradizione, da sposa doveva sopportare pazientemente un uomo dal carattere difficile, il marito Paolo Mancini: e anche se, secondo gli storici, l’agiografia ha molto insistito sui limiti di quest’uomo, trasformandolo addirittura in un tiranno domestico, che solo la mansuetudine di Rita avrebbe saputo addolcire, c’è da chiedersi quanto, in fin dei conti, la tradizione sia lontana dalla realtà. All’epoca ci si sposava per motivi di “ragione”, senza innamoramento e giovanissimi: Rita non avrà avuto più di 18 anni, forse meno. Mi si permetta di osservare che iniziare la propria vita coniugale e sessuale a quell’età e con uno che era praticamente uno sconosciuto, magari anche solo con un carattere un po’ burbero, deve essere un incubo. Lei poi non aveva molti mezzi per imporgli un tratto più rispettoso e delicato. È possibile che Rita abbia subito qualcosa di prossimo ai maltrattamenti domestici, quelli che oggi finiscono continuamente sul giornale? Non abbiamo modo di asserirlo, perché non c’eravamo; tuttavia, dato lo stile di vita dell’epoca, che non rifuggiva dalla misoginia, data la durezza dei tempi e dato che Paolo stesso non doveva essere proprio un agnellino, essendo stato coinvolto in quelle lotte politiche di cui poi sarebbe stato vittima, insomma, se Rita fosse stata vittima di maltrattamenti domestici, la cosa non mi stupirebbe affatto. Che la sua vita coniugale possa avere celato dei veri e propri traumi, già prima della vedovanza, non mi pare così inverosimile.

Poi, l’omicidio del marito: all’epoca, a Cascia e nel piccolo borgo di Roccaporena, dove lei era nata e dove abitava, le élites preferivano il partito guelfo, quello a pro del papa, mentre invece, con un certo senso di ribellione, il popolo della campagna si schierava con i ghibellini, pro-imperatore. Siamo all’epoca, terribile, dello scisma d’Occidente, che gettò la cristianità nel caos per decenni: le lotte politiche erano vive, spesso mortali. Paolo era ghibellino e, sulla strada verso casa, una sera venne sorpreso dalla vendetta di alcuni sicari, che lo pugnalarono a morte. Già essere vittime di un atroce delitto è sufficientemente traumatizzante e spesso, taglia fuori i superstiti dal resto della comunità: immaginate i sussurri, le chiacchiere, i “in fin dei conti se l’è cercata”, oppure i “meglio starne alla larga”. Come se non bastasse, però, Rita compì un gesto rivoluzionario: perdonò gli assassini del marito e mantenne un rigoroso silenzio sul nome del colpevole. S. Rita era figlia di pacieri, Antonio ed Amata Lotti: gente benestante, non più giovane, che però dedicava cristianamente la vita a ricomporre odi e faide interne per evitare che la vita in città si trasformasse in un inferno. Notate: i suoi genitori erano quindi “professionalmente” abituati ad esercitare quella misericordia ed a gettare quei ponti che, nel mio ultimo articolo, ho segnalato essere la vera antitesi della vergogna distruttiva e divisiva.

Ora, quando presa dall’ansia, Rita andò a cercare il marito che non tornava a casa, lo trovò agonizzante (o già morto) sulla strada, presso la torre di Collegiacone, e riuscì a nascondere la sua camicia insanguinata prima che altri accorressero e la vedessero: sempre per evitare che da questo omicidio si originasse una spirale di odio e vendetta. Questa strada di perdono, assolutamente incomprensibile per i suoi contemporanei, la lasciò del tutto sola. Dice il bel documentario su di lei[8]:

La strada del perdono degli assassini del marito fu la più difficile che Margherita potesse prendere, perché era una strada solitaria, dove non l’avrebbero seguita né i figli, né la famiglia del marito. La soluzione che trovò fu quella di tacere e di pregare: tacere quello che sapeva sugli assassini del marito, perché non scorresse altro sangue, e pregare, perché solo dal cielo poteva arrivare quell’aiuto che al momento non trovava sulla terra.[9]

Rita fu sola anche quando i suoi due figli, Giacomo Antonio e Paolo Maria, cominciarono a pencolare pericolosamente verso una brutta strada, quella della vendetta. Lei non pregò perché morissero: nessuna madre riuscirebbe a farlo. Pregò perché il Signore evitasse loro a tutti i costi il peccato mortale dell’omicidio e li affidò a Lui, pronta da accettare la volontà di Dio qualunque essa fosse. I due ragazzi morirono l’anno dopo, forse di una qualche epidemia; e lei rimase sola. In questa solitudine si legge il segno del dolore, dei traumi, di un isolamento anche morale nato dalla divisione e dalla discordia, di cui Rita fu vittima innocente. Già emarginata de facto dalla sua ardua condizione di vedova, sola e indifesa, rimasta per di più senza figli, Rita non aveva più nessuno. Aver perdonato le costò anche un’ulteriore emarginazione da parte dei suoi concittadini. Lo stato di isolamento in cui si è trovata e cui lei trovava rimedio grazie alle opere buone, deve essere stato schiacciante: nello sceneggiato con Vittoria Belvedere, si immagina addirittura che lei abbia rischiato di impazzire[10]. Questo non si sa, ma, forse, non mi stupirebbe, anche perché le tentazioni battono come il sale chi soffre ingiustamente.

Quando poi Rita cercò di entrare in convento, ancora una volta dovette affrontare il rifiuto e l’emarginazione. Nel monastero di S. Maria Maddalena si trovava almeno una parente di suo marito, una che non condivideva la scelta di perdono e di silenzio sull’identità dell’assassino di Rita: l’avrà considerata la vergogna della famiglia e per questo motivo, le future consorelle le rifiutarono l’ingresso in monastero, nel timore che la situazione interna al chiostro degenerasse per dissensioni politiche. Rita però riuscì a entrare lo stesso, miracolosamente. La tradizione rivela che si ritrovò nel chiostro trasportata a volo dai suoi protettori, S. Agostino, S. Nicola da Tolentino e S. Giovanni Battista. In realtà, dovette probabilmente conseguire un miracolo ancor più grande: appianare le divisioni che laceravano la città, la famiglia e il chiostro a seguito dell’omicidio del marito. Con l’aiuto di Dio, ci riuscì da sola, senza l’aiuto di alcun altro. Ancora una volta, la carità porta all’unione, contro la divisione.

Quando poi fu in monastero, le umiliazioni abbondarono. La famosa vite che ancor oggi ombreggia il chiostro del monastero delle Agostiniane a Cascia dapprincipio era un ramo secco che Rita dovette annaffiare per obbedienza per un anno: anche qui, dal freddo dell’umiliazione e della vergogna nacque nuova vita e la vite germogliò. Infine, la spina: Rita la ricevette come una forma di partecipazione alle sofferenze della Passione del Signore, ma rappresenta un unicum nella storia delle stigmate, dato che di solito esse si presentano agli arti. La piaga inoltre non era asettica e profumata, anzi: si infettò, cominciò a produrre pus e un pessimo odore. Rita la portò in fronte per 15 anni, come risposta alla sua preghiera di condividere la sofferenza del Cristo: ma la sofferenza del Cristo non era solo fisica, anzi, il peggio fu morale: Rita, condivise lo scherno cui Lui era stato sottoposto, le umiliazioni, in una parola la vergogna. Ancora una volta, Rita fu emarginata dalle consorelle. La ferita si rimarginò miracolosamente solo quando Rita chiese a Dio di potere partecipare al pellegrinaggio a Roma. Le indagini scientifiche svolte nel 1973 sul corpo miracolosamente preservato di Rita hanno individuato sulla fronte le tracce callose di una ferita prodotta “da un corpo contundente” e cronicizzata. Fu presa per matta o in delirio anche quando, morente, chiese alla sua parente in visita una rosa e due fichi dal suo giardino di Roccaporena: eppure, la rosa e i fichi c’erano, sbocciati in gennaio.

A guardarle dietro gli occhiali dei traumi subiti e della solitudine, le vicissitudini di S. Rita appaiono come un calvario. Proprio per questo, i fedeli la sentono più vicina alla vita quotidiana ed alle loro disgrazie; proprio per questo è la “santa degl’impossibili” e l’”avvocate delle cause disperate”. Oggi si parla molto di portare il Vangelo nelle periferie: S. Rita scende nelle ultime periferie e, come per quella mia amica, si fa vicina alle vittime dell’angoscia più segreta e umiliante. La Bibbia ci indica nell’arcangelo S. Raffaele il medico per antonomasia e il protettore più naturale contro asmodeo: sul lato dei santi umani, invece, S. Rita è sicuramente in prima linea contro le devastazioni della vergogna patologica. Lei l’ha affrontata con l’umiltà e l’amore.

Persino la sua canonizzazione fu lunga e difficile: ci sono stati lunghi periodi in cui, nonostante l’onda crescente della pietà popolare, Rita è stata pressoché dimenticata dalle gerarchie ecclesiastiche. La beatificazione avvenne nel 1628, regnante papa Urbano VIII Barberini che molti legami aveva con l’Umbria; per la canonizzazione si dovette aspettare addirittura il 1900, quando essa fu pronunciata da Leone XIII. In quest’occasione si sottolineò il tratto domestico di Rita, sposa, madre, vedova, modello ideale per le donne del nascente Novecento, laddove all’epoca della beatificazione Rita Mancini era stata vista soprattutto come una mistica. Tutta questa attesa appare singolare, specie per la santa che, dopo la Madonna, è la più popolare di tutta la cristianità.

Concludendo, si potrebbe osservare che le due donne più celebri della cristianità sono entrambe carissime alle nostre famiglie, perché entrambe hanno coltivato (anche se in misura diversa, ovviamente) una profonda umiltà: questa è la prima arma contro il demone delle famiglie. Per fare pastorale tra le famiglie bisogna sapere umiliarsi molto: per questo certi sacerdoti non riescono nel compito. Non si può andare tra gli ultimi sentendosi superiori a loro, anche solo per una scelta di vita diversa e apparentemente più esigente. Se, come sosteneva suor Lucia, chi lavora per le famiglie vedrà per forza di cose i “sorci verdi” (parafraso simpaticamente) ciò è dovuto soprattutto all’umiltà necessaria a questa lotta. Il confronto con il demone della famiglia può spezzare: ma accanto abbiamo una buonissima Madre ed un’altra figura materna che ha sperimentato sulla sua pelle quel che affrontiamo noi.

 

 

Fonti:

[1] Angelo Mazzola, Nel segno di maggio, 2009, https://www.youtube.com/watch?v=T3A9nqYMaMs&t=1171s  Il documentario è ricco di testimonianze e di immagini di Adelaide in estasi. Il film si basa sui lavori dello storiografo dell’associazione, Angelo Lombardoni, che ha pubblicato Ghiaie di Bonate. Storie di grazie e di guarigioni, Udine, Ed.Segno, 2015 e soprattutto: Non mi hanno voluta! Le apparizioni di Ghiaie di Bonate 1, Udine, Ed.Segno, 2012.

[2] In realtà, si trattava probabilmente di una lancia germanica assimilata a quella di Longino, perché altre se ne trovano in Europa, tra cui quella papale: cfr. Heilige Lanze, https://de.wikipedia.org/wiki/Heilige_Lanze

[3][3] Il mistero della Sindone nascosta ai nazisti, TV2000 https://www.youtube.com/watch?v=J3z2uYEvwts

[4] Cfr, Ugo Brusaporco, Regione 23  maggio 2020, https://www.laregione.ch/culture/culture/1438204/madonna-maggio-bambina-guerra-adelaide-signora-hitler

[5] Cfr. Jean Delumeau, Il peccato e la paura: l’idea di colpa in Occidente dal 13. al 18. secolo (trad.it.; I ed. Paris, Fayard, 1983), Bologna, Il Mulino, 2019.

[6] Cfr. Vittorio Messori, Ipotesi su Maria. Fatti, indizi, enigmi (nuova ed.), Milano, Ares Ed., 2015, p. 313.

[7] Per una valida biografia, cfr. Yves Chiron, La vera storia di santa Rita, Torino, LDC, 2002 (originale francese 2001).

[8] La vera storia di santa Rita da Cascia, https://www.youtube.com/watch?v=V3Yfsujo5Eo

[9] Cfr. La vera storia di santa Rita da Cascia, https://www.youtube.com/watch?v=V3Yfsujo5Eo , minuto 24.

[10] Giorgio Capitani, Rita da Cascia, 2004; prodotto dalla LuxVide; scheda in https://www.imdb.com/title/tt0393684/

 


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