di Giuseppe Russo
Entrare in una chiesa non significa semplicemente accedere a un edificio religioso. Significa attraversare una soglia. Per quasi duemila anni, l’architettura cristiana ha avuto proprio questo compito: accompagnare l’uomo dal mondo al Mistero, dal rumore al silenzio, dal visibile all’invisibile. Nulla era lasciato al caso, nemmeno la luce.
Oggi questo linguaggio sembra essersi in parte smarrito. Non ovunque, naturalmente, ma abbastanza spesso da suscitare una domanda: le nostre chiese aiutano ancora a percepire il senso del sacro?
La tradizione architettonica della Chiesa non ha mai considerato la luce un semplice elemento funzionale. Essa possedeva un valore profondamente simbolico. Nelle grandi cattedrali romaniche e gotiche, ma anche nelle più semplici chiese di campagna, il fedele veniva introdotto gradualmente nello spazio sacro. L’ingresso spesso era raccolto, la navata rimaneva avvolta in una luce discreta, mentre il presbiterio e l’altare emergevano progressivamente come il cuore luminoso dell’intero edificio.
Non si trattava di una scelta estetica, ma teologica. Quel percorso esprimeva visivamente il cammino dell’uomo verso Dio. La penombra non aveva lo scopo di incutere timore, bensì di favorire il raccoglimento, il silenzio interiore, l’abbandono delle preoccupazioni quotidiane. La luce che cresceva verso l’altare indicava che Cristo è la vera luce che illumina ogni uomo. Non è un caso che Gesù dica di sé: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre» (Gv 8,12).
Anche le vetrate istoriate partecipavano a questa catechesi silenziosa. La luce naturale non entrava semplicemente nell’edificio: veniva filtrata, trasformata, quasi trasfigurata. Il sole diventava annuncio della gloria divina. L’arte, l’architettura e la liturgia parlavano un unico linguaggio. Tra i maggiori ispiratori del rinnovamento liturgico del Novecento, Romano Guardini ricordava che la liturgia educa l’uomo anche attraverso lo spazio, il silenzio, i gesti e i simboli. Nulla, nella celebrazione cristiana, è semplicemente funzionale: tutto è chiamato a orientare l’uomo verso il Mistero di Dio.
Dopo il Concilio Vaticano II molte nuove chiese hanno privilegiato criteri differenti. È importante però evitare una semplificazione. Il Concilio Vaticano II non ha mai chiesto di abbandonare il senso del sacro né ha indicato un modello architettonico unico. Al contrario, la Sacrosanctum Concilium ricorda che Cristo è realmente presente nella liturgia (SC 7) e che l’arte sacra deve essere ordinata alla gloria di Dio e alla santificazione dei fedeli (SC 122). L’intenzione del Concilio non era desacralizzare gli spazi liturgici, ma favorire una partecipazione più piena e consapevole dei fedeli al mistero celebrato. Tuttavia, nella stagione successiva al Concilio, anche sotto l’influsso di nuove sensibilità artistiche e pastorali, non pochi progetti hanno privilegiato spazi molto aperti, illuminazione uniforme, grandi superfici vetrate e un’organizzazione dell’aula che pone maggiormente l’accento sull’assemblea.
Queste scelte nascevano spesso da un intento positivo: esprimere la Chiesa come popolo di Dio in cammino, sottolineare la partecipazione attiva dei fedeli e rendere più immediata la celebrazione. Sono aspetti autenticamente conciliari che appartengono alla dottrina della Chiesa. Anche la Lumen Gentium, parlando del Popolo di Dio, non mette mai sullo stesso piano il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale, ma afferma che «differiscono essenzialmente e non solo di grado» (LG 10). La valorizzazione dell’assemblea, quindi, non può oscurare la centralità dell’altare, del sacerdote e dell’azione stessa di Cristo nella liturgia.
Il problema sorge quando questa dimensione orizzontale, pur legittima e preziosa, finisce talvolta per oscurare quella verticale.
Il Concilio Vaticano II non ha mai inteso contrapporre il sacrificio al banchetto, né l’adorazione alla partecipazione dell’assemblea. Ha ricordato con forza il sacerdozio comune dei fedeli, ma senza confonderlo con il sacerdozio ministeriale. Ha valorizzato la partecipazione del popolo, senza mai negare che la liturgia rimane innanzitutto azione di Cristo.
La tradizione cristiana ha sempre compreso che lo spazio liturgico non è un contenitore neutro. La chiesa-edificio partecipa anch’essa, attraverso il suo linguaggio simbolico, alla missione della Chiesa-popolo di Dio: non sostituisce la liturgia, ma la prepara, la annuncia e dispone il cuore ad accogliere il Mistero celebrato
Quando però l’architettura perde ogni gerarchia simbolica, quando la luce illumina tutto allo stesso modo, quando l’altare non emerge più come centro verso cui converge lo spazio, il rischio è che venga meno quella pedagogia silenziosa che per secoli ha aiutato anche il fedele più semplice a intuire che lì accade qualcosa di diverso rispetto a qualsiasi altro luogo.
Le nostre chiese dovrebbero distinguersi chiaramente da qualsiasi altro spazio pubblico, lasciando percepire, ancora prima dell’inizio della liturgia, che si entra nella casa di Dio.
Non si tratta di rimpiangere nostalgicamente ogni edificio del passato né di condannare l’architettura contemporanea. Esistono splendide chiese moderne capaci di comunicare il mistero con linguaggi nuovi, così come esistono edifici antichi che hanno perso ogni forza spirituale.
La vera domanda è un’altra.
Entrando oggi nelle nostre chiese, l’uomo avverte ancora di essere stato introdotto in uno spazio altro, dove il cielo tocca la terra? Oppure percepisce semplicemente un ambiente bello, funzionale e accogliente?
La questione non riguarda soltanto gli architetti. Riguarda la fede stessa della Chiesa. Perché ogni epoca costruisce gli edifici che corrispondono all’immagine di Dio che porta nel cuore.
Se la liturgia è realmente il luogo dell’incontro tra il cielo e la terra, allora anche la luce dovrebbe tornare a raccontare questo incontro. Non come semplice elemento tecnico, ma come linguaggio teologico. Perché il sacro non si impone con le parole soltanto: si lascia intuire attraverso la bellezza, il silenzio, le proporzioni e perfino attraverso il modo in cui la luce accarezza un altare.
Benedetto XVI ha ricordato più volte che la bellezza è una via privilegiata verso Dio (via pulchritudinis). L’architettura sacra, dunque, non è un elemento secondario della fede: evangelizza anch’essa, perché attraverso lo spazio, la luce e il silenzio prepara il cuore all’incontro con il Mistero.
Forse il vero rinnovamento dell’architettura sacra non consiste nel tornare indietro, ma nel recuperare ciò che non avrebbe mai dovuto essere smarrito: la capacità di far percepire, appena varcata la soglia di una chiesa, che Dio è realmente presente. Perché una chiesa evangelizza già prima che inizi la liturgia, quando il suo silenzio, la sua luce e la sua bellezza conducono il cuore dell’uomo ad alzare lo sguardo verso il Cielo.
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Caro Don Giuseppe, affascinato, come molti, dalle bellezza dell’architettura sacra Medievale e Barocca – che motiva ed ispira i viaggi di milioni di persone in Italia, Spagna, Francia – mi sono spesso chiesto: sulla base di quali ricchezze spirituali sono state costruite? Quali menti hanno ispirato la mano di scalpellini e pittori? Ma, soprattutto, cosa ha spinto il popolo a privarsi di risorse (peraltro molto più scarse che oggi) per contribuire alla costruzione di questi capolavori?
Anche in campo musicale mi chiedo: a chi era affidata l’esecuzione di brani come, ad esempio, il Miserere di Gregorio Allegri? Erano tutti cantanti diplomati al conservatorio e, magari, in possesso di un master di specializzazione in musica sacra? Non erano forse cantori illetterati che rinunciavano al riposo per elevarsi col canto?
Tutti negano: “non è cambiato nulla”….. Eppure l’evidenza è lì.
E lì così come quella signora che, visto il mio disappunto su un progetto da realizzarsi nella mia Diocesi, mi ha detto: “ogni epoca ha la sua bellezza”.
Come fosse detersivo per bucato, ci hanno convinti a preferire la confidenza al rispetto, la parità esteriore alla riverenza, il sacro con l’ordinario. Hanno etichettato san Francesco d’Assisi facendolo passare per un estremista di sinistra.
Ma davvero non è cambiato nulla “dentro” di noi? Davvero siamo guidati verso tutto questo da un anonimo “spirito” ? Davvero il vaso di alabastro a Betania non andava rotto ma rivenduto?
Carissimi Domenico grazie per il tuo commento. Devo dirti che mi piace molto perché va oltre il semplice confronto tra “prima” e “dopo”. Mi sembra che tu colga un punto decisivo: la bellezza dell’architettura e dell’arte sacra non nasce anzitutto dalla disponibilità economica o dal genio degli artisti, ma da una fede capace di mettere Dio realmente al centro della vita.
Le grandi cattedrali, le basiliche, gli affreschi e la musica sacra sono il frutto di una civiltà che considerava il culto il luogo più alto dell’esistenza. Il popolo contribuiva con sacrificio perché vedeva nella casa di Dio qualcosa che apparteneva a tutti e che rendeva gloria al Signore. Anche la grande tradizione musicale ecclesiale, pur affidata a cantori preparati e a scuole di alto livello, era animata da uomini che vivevano il canto anzitutto come servizio alla liturgia e non come semplice esibizione artistica.
Condivido anche la tua preoccupazione quando ti chiedi se qualcosa non sia cambiato “dentro” di noi. È una domanda che interpella tutti. Tuttavia, credo sia importante evitare di attribuire tutto a un presunto disegno unitario del tipo “ci hanno convinti”. La storia della Chiesa è più complessa: dopo il Concilio Vaticano II si sono sviluppate interpretazioni diverse, alcune molto fedeli al suo autentico spirito, altre meno equilibrate. Il Concilio non ha mai chiesto di sostituire il sacro con l’ordinario né la riverenza con la confidenza.
Anche il riferimento a san Francesco mi sembra significativo. Talvolta la sua figura è stata ridotta a un’icona ideologica, dimenticando che il Poverello d’Assisi era profondamente innamorato dell’Eucaristia, della liturgia e della Chiesa. Recuperarne l’immagine completa aiuterebbe anche a comprendere meglio il senso della vera riforma cristiana.
Infine, trovo molto bella la tua conclusione sul vaso di alabastro di Betania. È una domanda che attraversa ogni epoca: la bellezza offerta a Dio è uno spreco oppure è un atto di amore? Il Vangelo risponde chiaramente che quel profumo versato ai piedi di Gesù non era uno spreco, ma un gesto di adorazione. Forse è proprio questo il punto: quando il senso del Mistero si affievolisce, anche la bellezza rischia di essere giudicata soltanto con il criterio dell’utilità. Quando invece Dio torna al centro, la bellezza ritrova il suo significato più autentico: non quello di stupire l’uomo, ma di elevare il suo cuore verso il Cielo.