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La liturgia sarà in buone mani anche con il successore del card. Sarah?

Cardinal Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring)
Cardinal Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring)

 

di Luca Del Pozzo

 

Con l’uscita di scena del card. Sarah la chiesa della misericordia cosiddetta ha perso un pezzo pregiato dell’argenteria di famiglia. Cristiano a tutto tondo (chi lo frequenta da vicino non esita a definirlo un uomo totalmente immerso in Dio), fine e profondo teologo tra i più letti al mondo, ma soprattutto un pastore col profumo di Cristo (ben più attraente e amabile dell’odore delle pecore, che per inciso anche un lupo che se l’è appena mangiate può avere): questa, in estrema sintesi, è stata la cifra del servizio che egli ha reso alla Chiesa. Ora che si sta avvicinando la Pentecoste, mi piace ricordare alcuni passaggi di una memorabile omelia tenuta dal card. Sarah il 21 maggio 2018 nella cattedrale di Chartres, accogliendo i pellegrini là convenuti, dove è possibile rinvenire una vera e propria summa della sua  predicazione. Innanzitutto il cardinale va dritto al nocciolo della questione:

Guardiamo intorno a noi, la società occidentale: ha scelto di organizzarsi senza Dio, e ora è abbandonata alle luci appariscenti e ingannevoli della società dei consumi, del profitto a tutti i costi e dell’individualismo frenetico. Un mondo senza Dio è un mondo di tenebre, bugie ed egoismo. Senza la luce di Dio, la società occidentale è diventata come una barca ubriaca nella notte. Non c’è abbastanza amore per accogliere i bambini, proteggerli nell’utero della madre, proteggerli dall’aggressione della pornografia. Priva della luce di Dio, la società occidentale non sa più rispettare i suoi anziani, accompagnare i malati alla morte, dare spazio ai più poveri e ai più deboli. È abbandonata all’oscurità della paura, della tristezza e dell’isolamento. Non ha altro da offrire che il vuoto e il nulla. Permette di proliferare le ideologie più pazze. Una società occidentale senza Dio può diventare la culla di un terrorismo etico e morale più virulento e più distruttivo del terrorismo islamista. Ricorda che Gesù ci ha detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28). Cari amici, perdonatemi questa descrizione, ma bisogna essere lucidi e realisti. Se vi parlo in questo modo è perché nel mio cuore di sacerdote e di pastore provo compassione per tante anime disorientate, perdute, tristi, preoccupate e sole.”.

Non credo servano troppi commenti. Raramente si sentono oggi nella Chiesa parole così chiare e molto poco politicamente corrette nel momento in cui si chiamano le cose per nome (a partire dalla qualificazione di “islamista” in rapporto al terrorismo, di cui troppo spesso non v’è traccia nei discorsi ecclesiali), e che non casualmente riecheggiano le grandi narrazioni cui ci ha abituato Benedetto XVI. Non meno importante è la “cura” che il cardinale suggerisce per far fronte alla drammatica situazione in cui versa l’Occidente: “Chi li condurrà alla luce? Chi mostrerà loro la via della Verità, l’unica vera via della libertà che è quella della Croce? Li lasceremo cadere nell’errore, nel nichilismo senza speranza o nell’islamismo aggressivo senza fare nulla? Dobbiamo proclamare al mondo che la nostra speranza ha un nome: Gesù Cristo, l’unico salvatore del mondo e dell’umanità…Come si fa? Il Vangelo ci risponde: chi agisce secondo la verità viene alla luce. Lasciamo che la luce dello Spirito Santo illumini concretamente le nostre vite, semplicemente e anche nelle aree più intime del nostro essere più profondo. Agire secondo la verità è innanzitutto mettere Dio al centro della nostra vita così come la croce è il centro di questa cattedrale. Anche qui, non c’è la proposta di nuovi “piani pastorali”, bensì la semplice  – che non vuol dire facile, a buon mercato – riproposizione di ciò che da sempre la Chiesa annuncia: il vangelo di Gesù Cristo, unico salvatore dell’umanità. Il che vuol dire lasciarsi illuminare dalla luce dello Spirito Santo e rimettere Dio al centro della vita. Vivere, per dirla di nuovo con Benedetto XVI, etsi Deus daretur. Chiaro che in tale ottica la liturgia acquista un ruolo centrale. E non è certo un caso se il card. Sarah sia stato un baluardo proprio a difesa della liturgia dalle spinte di chi, in scia a letture stravaganti del Vaticano II, vagheggia una non meglio precisata “devolution” in materia liturgica. Né va dimenticato lo zelo – decisamente controcorrente – nel sollecitare la scorsa estate con una lunga e densa lettera la ripresa delle celebrazioni comunitarie del culto dopo la chiusura imposta con il lockdown. In quella lettera il card. Sarah disse che era urgente recuperare “la dimensione liturgica della vita della comunità cristiana”, e che occorreva tornare all’Eucarestia in presenza riservando la Messa in Tv “ai malati e alle persone impossibilitate a partecipare”. Il cardinale sottolineò inoltre che “non possiamo vivere senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva”, e che “non possiamo vivere senza partecipare al Sacrificio della Croce e senza il banchetto dell’Eucarestia”. Evidentemente, se l’allora numero uno della Congregazione che presiede alla liturgia – non esattamente un pinco pallino qualsiasi – si è espresso nei termini in cui si è espresso vuol dire che un qualche problema c’era (c’è), con buona pace di chi faceva (fa) finta di non vederlo. Problema che, almeno alle nostre latitudini, sta avendo, tra l’altro, gravi ripercussioni anche a livello economico se è vero che tanti parroci stanno correndo ai ripari chiedendo aiuto ai loro parrocchiani trovandosi a dover fare i conti (letteralmente) con le offerte azzerate a causa della sospensione del culto, prima, e della più che modesta partecipazione dei fedeli dopo la riapertura, poi.

Centralità della liturgia, dunque. Ciò che chiama in causa un altro dei temi centrali nella riflessione del card. Sarah: il sacerdozio. In tale ottica egli è stato un baluardo anche a difesa del sacerdozio, in questo caso contro improbabili quanto inopportune riforme in senso aperturista della disciplina del celibato (e qui basterebbe ricordare che quel protestantesimo cui ammiccano i novatori è in caduta libera ovunque nonostante del celibato manco l’ombra: vorrà dire qualcosa? Per tacere del fatto che stante l’omosessualità dilagante tra le fila del clero – ciò che rappresenta “il” problema in rapporto alla pedofilia – un omosessuale non saprebbe cosa farsene di potersi accoppiare con una donna). E’ ancora nell’omelia del 21 maggio 2018 che a un certo punto il cardinale si rivolge così ai sacerdoti: “Cari fratelli sacerdoti, abbiate sempre questa certezza: stare con Cristo sulla Croce è ciò che il celibato sacerdotale proclama al mondo. Il nuovo progetto che alcuni hanno suggerito di separare il celibato dal sacerdozio per conferire il sacramento dell’ordine a degli uomini sposati, i “viri probati”, adducendo delle ragioni o delle necessità pastorali, produrrà in realtà la grave conseguenza di rompere definitivamente con la tradizione apostolica. Si vorrebbe fabbricare un sacerdozio su misura umana, ma così non si sta perpetuando, non si sta estendendo il sacerdozio di Cristo, obbediente, povero e casto. Perché in effetti il ​​sacerdote non è solo un Alter Christus, un altro Cristo. È davvero Ipse Christus, Cristo stesso. Ed è per questo che, seguendo Cristo e la Chiesa, il sacerdote sarà sempre un segno di contraddizione.”. Guardando a quanto sta succedendo in Germania ( e non solo) si ha chiara la distanza siderale tra questa visione che tende ad elevare gli uomini alla statura del Vangelo, e quella che all’opposto tende ad abbassare l’asticella alla statura della fede delle persone. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Quanto questi due capisaldi – difesa della liturgia e difesa del sacerdozio – dell’azione di governo del cardinale guineano abbiano inciso sulla sua mancata conferma anche oltre il limite canonico dei 75 anni d’età (su cui tra l’altro ci sarebbe molto da ridire, anche in virtù di una certa, come dire, flessibilità con cui sembra essere applicato di volta in volta) naturalmente non è dato sapere. Ma da una rapida scorsa di come la notizia delle dimissioni dell’interessato è stata imbastita da certi organi di stampa cosiddetti, è forte l’impressione che la fermezza del card.Sarah su certe questioni di sicuro non l’ha aiutato. Ma tant’è. Alla fine poco importa. Importa invece ricordare quanto scrisse  Benedetto XVI nel 2017 in chiusura della postfazione a “La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore”: “Con il cardinale Sarah, come maestro di silenzio e di preghiera interiore, la liturgia è in buone mani”. Ora che a quanto pare dovrebbe essere imminente la nomina, speriamo che la liturgia lo sia anche nelle mani del suo successore.