La legge sull’omofobia, San Giovanni Paolo II, don Giussani e noi.

Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani
Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani

 

di Sabino Paciolla

 

La legge sulla omofobia attualmente in discussione alla Camera ci procura, come è logico che sia, una certa afflizione. La preoccupazione viene dalla coscienza che una legge liberticida sta per essere approvata in Italia la quale, se confermata al Senato, ci impedirà di parlare, di esprimere la nostra opinione, e tante altre cose. Violata la legge si finirà in galera. Per questo ci stiamo adoperando in tutti i modi, con le nostre povere forze e i limitati mezzi, per far conoscere alla gente questo pericolo, per creare una certa sensibilità nell’opinione pubblica affinché reagisca e rifiuti questo incipiente regime. Superfluo aggiungere che oltre a questo aspetto liberticida, la legge propone tutta una serie di iniziative tali che il nichilismo che innerva la cultura liquida LGBT sarà per legge insegnata, proposta e propagandata in mille iniziative, a cominciare dall’asilo. Per cui i nostri bambini e nipoti saranno, ope legis, indottrinati sin dalla tenera età. 

Alessandro-Zan
Alessandro Zan

Alla suddetta afflizione se ne aggiunge però un’altra, forse anche più dolorosa, quella di vedere tante persone, fratelli nella fede, che di fronte alla grave questione della legge Zan appaiono essere spesso in altre faccende affaccendate, a volte noncuranti, sovente superficiali poiché confondono la legge liberticida con la questione dell’omosessualità, in diversi casi sembrano avere un atteggiamento volutamente sminuente la gravità della legge e, non di rado, addirittura sostenitrici della proposta Zan. Il risultato di tutti questi atteggiamenti è un assordante silenzio personale, una mancata presa di posizione pubblica da parte di gruppi di cattolici.

Mi chiedo come sia possibile che universitari, genitori, nonni, professionisti, sacerdoti, ecc. possano rimanere in silenzio dinanzi a questa svolta delicata della nostra vita democratica, nella quale viene aggiunto un tassello degno di un regime, un tassello, ed è la cosa più preoccupante, democraticamente approvato in Parlamento. 

Spesso mi sono chiesto come mai nella storia siano sorti regimi autoritari in nazioni che erano sostanzialmente democratiche. La frase che oggi mi viene in mente è “La banalità del male”, di Hannah Arendt. C’è purtroppo il mistero del Male che attraversa e, a volte, conquista le coscienze di tutti noi. Nessuno escluso. C’è dunque da pregare Dio che ci liberi dal male e ci dia la forza di resisterGli. 

Mentre riflettevo da giorni su questo, mi è capitato di leggere la lettera di Jacopo Parravicini, pubblicata sul sito di CulturaCattolica.it, dalla quale prendo il passo che più interessa in questa circostanza.

Scrive Jacopo:

…mi disse Don Pino, l’attuale arretramento del Movimento dalle battaglie pubbliche sortisce da una strategia precisa, perché “con il gesto misterioso della rinuncia di Benedetto una fase della storia della Chiesa si è conclusa” (testuale), per cui “consideriamo ormai perduta” la battaglia per la civiltà a livello pubblico, e “ci concentriamo soltanto su una battaglia educativa esclusivamente personale”; ci concentriamo solo ed esclusivamente a risvegliare le coscienze e a risvegliare Cristo nelle persone “da zero”, abbandonando l’impegno pubblico. Io gli chiesi perché mai non potremmo fare le due cose – portare Cristo nel personale della vita e batterci per difendere la civiltà e i nostri figli nel pubblico (come del resto faceva Gesù, che predicava e aiutava “sul personale”, la samaritana, i suoi amici, gli apostoli, e tuttavia, dice il Vangelo, “predicava alle folle”) – ma Pino mi disse che questo è demandato soltanto all’iniziativa del singolo, non del Movimento. Sottoponendo poi la questione a Cesana, lui disse che è proprio questo che egli non capisce: lavorare su ENTRAMBI questi fronti il Movimento lo ha sempre fatto, come negli anni ’70 “…e negli anni ’80, e negli anni ’90, e fino al 2005” (testuale da Cesana).

Questo passo è significativo poiché fa sorgere tante domande meritevoli di un approfondimento, le lascio però da parte. Mi interessa evidenziare la seguente frase: l’impegno pubblico per la difesa della civiltà “è demandato soltanto all’iniziativa del singolo, non del Movimento”.

Quella dell’”iniziativa del singolo” richiama quanto disse Benedetto XVI: “credere in Dio è dunque insieme un dono – Dio si rivela, va incontro a noi – e un impegno, è grazia divina e responsabilità umana”.

Ecco, se dobbiamo guardare in maniera spassionata a quello che è avvenuto almeno negli ultimi dieci anni, dobbiamo allora riconoscere che questa indicazione, in generale, non è stata seguita, le cose non sono andate come si sperava, qualcosa non ha funzionato. Che cosa? Non spetta a me dirlo, è compito di chi ha responsabilità. Quella che è certa, è la percezione di un complessivo silenzio e di una mancata presenza pubblica, salve le eccezioni.

Roma, Family Day al Circo Massimo
Family day del 30 gennaio 2016 al Circo Massimo a Roma

Potrei sbagliarmi, ma a me pare che temi come vita, famiglia ed educazione, che un tempo erano definiti “princìpi non negoziabili”, e per i quali, nel 2004, l’allora card. Ratzinger, in qualità di prefetto della Cdf, disse “non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità”, vengano in questi ultimi anni sempre più visti come valori astratti, cose che generano quasi un malcelato fastidio poiché, si dice, distolgono, o possono distogliere, l’attenzione da quella che è l’origine di quei principi, di quei valori, cioè Cristo. Per cui ci si ritrae da qualsiasi battaglia per questi valori nel timore di finire incastrati in un conflitto potenzialmente ideologico. Solo nell’ambito del rapporto personale la testimonianza assume quella immediatezza, prossimità e carnalità che altrimenti potrebbe svanire nella “sovrastruttura” valoriale ed impersonale di una astratta “battaglia di civiltà”. Più ci si tiene distanti da queste “battaglie”, si pensa, più si squarcia quel velo che potrebbe frapporsi all’incontro personale con Cristo. 

Quelle battaglie, inoltre,vengono viste da molti come divisive, e quindi, come azioni che potenzialmente ci allontanano dagli altri, cioè ci allontanano da quella possibilità di relazione personale, il dialogo, che sola rende comunicabile Cristo agli altri nella testimonianza soggettiva.

Di conseguenza, viene rifiutato qualsiasi giudizio sulla realtà perché, anche questo, considerato divisivo, non fa che alzare muri tra me e l’altro, muri che bloccano qualsiasi dialogo. D’altra parte, un giudizio è sempre fonte di contrasti e divisioni tali da mettere a repentaglio persino una amicizia di lunga data. Meglio dunque lasciarlo da parte, focalizzandosi su tutto ciò che unisce, scansando ciò che divide. Per altro, si fa presente, ci è stato detto di “non giudicare”, e dunque si sente sempre più spesso la famosa frase di Papa Francesco che pronunciò nei primi mesi del suo pontificato: “Chi sono io per giudicare?”. 

Questo modo di ragionare ritengo possa spiegare la sostanziale mancata partecipazione ai Family Day (allora la piazza fu reputata un mezzo essenzialmente inadeguato ad affrontare la questione del gender e delle unioni civili e, soprattutto, divisivo). Inoltre, penso che esso spieghi, fatte salve le dovute eccezioni, sia il generale mancato contributo in termini di elaborazione culturale sia la deficitaria partecipazione personale e di gruppo a iniziative pubbliche come quella contro il gender nelle scuole e la legge Cirinnà, quella a favore del piccolo Charlie, Isaiah, Alfie, contro le DAT o, attualmente, contro la legge liberticida sull’omofobia. In poche parole, negli ultimi anni, in ogni circostanza che abbia visto in gioco principi fondamentali, come la vita, la famiglia, l’educazione, la libertà, è stata sperimentata, salve le dovute eccezioni, una generale assenza di quella che una volta era chiamata la “presenza”.

Foto: Alfie Evans in braccio alla mamma senza respiratore
Foto: Alfie Evans in braccio alla mamma senza respiratore

E’ vero, il rischio che la difesa dei “princìpi”, la protezione dei “valori”, possa trasformarsi in una battaglia ideologica è grande. E’ giusto dunque essere molto attenti e prudenti e, soprattutto, non bisogna abbandonare la preghiera, con la quale chiederemo alla Spirito Santo che illumini le nostre menti e continui a scaldare il nostro cuore. Ma la realtà spesso si impone, e chiede che ci assumiamo la responsabilità di correre rischi. In certi momenti essa ci chiama ad un moto del cuore che trova espressione in un movimento di popolo. 

D’altra parte, è stato proprio don Giussani che ci ha insegnato che l’uomo toccato da Cristo diventa una “creatura nuova”, cioè una creatura che “identifica un’intelligenza ed un cuore diversi nel mangiare e nel bere, nel vegliare e nel dormire, nel vivere e del morire”. Una creatura caratterizzata da una “mentalità nuova” che si esplicita “nel continuo paragone con gli avvenimenti presenti”. “Se non entra nell’esperienza presente, la conoscenza nuova non esiste, è un’astrazione. In questo senso, non dare giudizi sugli avvenimenti è mortificare la fede” (da L. Giussani, “Generare tracce nella storia del mondo”, pag. 76).

“…non dare giudizi sugli avvenimenti è mortificare la fede” è una affermazione importante e umanamente carica di conseguenze fatta da don Giussani.

Per questo, una testimonianza che pretenda di fare a meno di un giudizio corre non solo il serio rischio di sciogliere l’inseparabile legame tra fede e ragione, Fides et Ratio, ma anche di accogliere, sia pure involontariamente, in un impeto di generosità, prossimità e vicinanza, concezioni di vita che poco o nulla hanno a che fare con quanto discende dalla fede cattolica.

Inoltre, la testimonianza a Cristo è espressione privilegiata dell’evangelizzazione che, a sua volta, porta in sé, perché connaturata, la promozione umana. Infatti, l’uomo toccato da Cristo è un “uomo nuovo”, non in senso astratto, ma nel concreto della sua vita quotidiana. L’uomo toccato dalla Grazia di Cristo è “più uomo”, la sua umanità è più vera e, pur nei limiti, la si sperimenta concretamente. L’adesione a Cristo, inoltre, porta con sé una convenienza umana, il “centuplo quaggiù”, inteso non in senso astratto, ma reale. E dunque la promozione umana non è appena riducibile alla costruzione di pozzi o scuole nel Terzo Mondo, significa innanzitutto promuovere e realizzare una dimensione umana che sia all’altezza della dignità della persona, in ogni frangente della vita, in ogni epoca e ad ogni latitudine. I tempi possono cambiare, le epoche possono mutare, ma il cuore dell’uomo, desideroso di Infinito, rimane lo stesso, sempre. La risposta a questo desiderio infinito è Cristo, ieri, oggi e sempre.

(se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



“Lavorate per questo, pregate per questo, soffrite per questo!”

E noi cristiani non possiamo rimanere pavidamente fermi davanti alla legalizzazione di questa convivenza inumana e violenta, non possiamo rimanere muti davanti alla costruzione di questa inciviltà. Verremmo meno anche al mandato di San Giovanni Paolo II che ci diede proprio al Meeting di Rimini il 29 agosto del 1982 quando disse: “Costruite la civiltà della verità e dell’amore. (…) È la consegna che oggi vi lascio. Lavorate per questo, pregate per questo, soffrite per questo!.

Per questo, la famiglia naturale è più vera, è la più rispondente alla dimensione della dignità umana rispetto ad una falsa “famiglia” costruita, ad esempio, con l’utero in affitto. E ciò perché la famiglia naturale è l’ambito più giusto e più vero attraverso cui l’umano può svolgersi e svilupparsi, mentre una pseudo “famiglia“, costruita ad esempio con l’utero in affitto, è un ambito che nasce intrinsecamente già sfregiato da una ferita indelebile che segnerà il figlio/a per tutta la sua vita.

E’ stato proprio San Giovanni Paolo II che ci ha presentato Cristo come “redentore dell’uomo, centro del cosmo e della storia”. L’uomo trova la sua salvezza in Cristo e per Cristo, una salvezza che investe tutti i problemi e tutti gli aspetti della sua personalità e dell’ambiente in cui l’uomo vive. La fede ha a che fare con tutto. Per questo, la fede è principio di conoscenza e di azione e, dunque, non può non diventare cultura, intesa come espressione sublime, umana e concreta della coscienza che ogni atto della mia vita deve essere orientato alla gloria di Dio. Infatti, fu lo stesso San Giovanni Paolo II che avvertì: “Una fede che non diventa cultura, non è pienamente accolta, non è interamente pensata, non è fedelmente vissuta”.

Giussani don Luigi
don Luigi Giussani

Ogni azione, ogni respiro del cristiano è tensione a Cristo. Perciò, questa tensione non può non  esplicitarsi in una “presenza” attiva e incidente nell’ambiente, una “presenza“ che è allo stesso tempo missionaria. E’ evidente dalla storia che la Chiesa che vive la missione è principio di cultura e civilizzazione, principio che discende dalla tensione al bene, al bello, al vero, al giusto, alla carità. Ed è per questo che il cristiano non può ridursi ad accettare il mondo così com’è, o a vivere, sia pure involontariamente, un dualismo fede-cultura che don Giussani e, soprattutto, San Giovanni Paolo II ci hanno esortato ad evitare. 

A tal proposito, ricordiamo che don Giussani ha sempre sottolineato che “cultura, carità e missione sono le dimensioni caratterizzanti l’esperienza del cristiano”.

È vero, lo abbiamo detto in tanti post su questo blog, viviamo in un periodo di profonda scristianizzazione, un periodo che assomiglia molto da vicino a quello dei primi tempi del cristianesimo. Ma questo non ci esime dal vivere e testimoniare il nostro essere cristiani nella sua interezza, non ci spinge a dire “prima” Cristo e “dopo” tutto il resto. Infatti, si sente spesso dire che nell’attuale società scristianizzata non possiamo parlare, ad esempio, di sessualità perché le persone non ci capirebbero. Occorre, ci viene precisato, prima parlare e testimoniare Cristo e solo dopo arriverà la sessualità. Ma così si rischia di cadere nel dualismo fede-vita, fede-cultura di cui si parlava più sopra. L’uomo è unitarietà nella sua essenza ed esperienza. Infatti, ci verrà chiesta ragione del perché viviamo la famiglia e la sessualità in un certo modo, perché nutriamo rispetto e stima a prescindere da qualsiasi cosa, perché accogliamo la vita, rifiutiamo l’aborto, la “famiglia” omosessuale, l’utero in affitto. Ci verrà chiesto perché accogliamo in un certo modo, perché educhiamo in un certo modo, perché perdoniamo, perché affrontiamo la sofferenza e il dolore, la vita e la morte in un certo modo, ecc. E noi dovremo essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pietro 3,15-16).

Se è vero che siamo ora come nei primi tempi del cristianesimo, è anche vero che, come allora, siamo alla mercè di un potere che ci sovrasta, di un imperatore che ci vuole sottomettere, che vuole essere incensato, un imperatore che oggi assume le fattezze di “una dittatura del massmediatico, del politicamente e del culturalmente corretto”. 

Mons. Luigi Negri
Mons. Luigi Negri

Il guaio è, diceva mons. Luigi Negri, che l’epoca attuale “trova una tradizione cattolica ignorata dalla maggior parte dei giovani, […]; trova una trama di vita sociale debolissima […] sul piano della consapevolezza dei valori etici fondamentali; insomma trova un popolo disintegrato, che rischia di subire una dittatura senza neanche la nobiltà dell’opposizione” (Sua Ecc.za Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, Abate di Pomposa in data 1/2/2014, LNBQ). 

Ma questo non ci deve scoraggiare.

Per concludere, la legge Zan sulla Omofobia, approfittando di una società scristianizzata e della marginalità sociale del fatto cristiano, vuole toglierci il diritto di parola e la libertà di pensiero, in breve ci sta preparando una persecuzione. Questa marginalità, però, non può essere l’occasione di una nostra auto emarginazione dalle vicende culturali e sociali, l’alibi per una posizione culturale subalterna, per una assenza pubblica. A tal proposito, don Giussani ci diceva: “Loro obiettano: ‘Ma la fede non guarda il potere… Così se siamo perseguitati e meglio!’ Come ‘se siamo perseguitati e meglio?’ È una frase da intellettuali! Perché nella persecuzione chi ci lascia le penne sono i più deboli, i più poveri! Nelle catacombe, se Dio ci manda, noi invocheremo lo Spirito, ma andarci senza cercare di difendersi, è cretino“ (A. Savorana, Vita di don Giussani, pag. 523).