di Sabino Paciolla
Ivo Daalder, ex ambasciatore degli Stati Uniti alla NATO e senior fellow al Belfer Center di Harvard, non usa mezzi termini: la decisione di Donald Trump di unirsi a Israele in una guerra contro l’Iran è il più grave errore strategico commesso dall’America almeno dai tempi del Vietnam, superiore persino all’invasione dell’Iraq del 2003. E siamo, scrive, “solo alla terza settimana.” Lo spiega in un articolo pubblicato su Politico, che vi suggeriamo di leggere per intero.
Le somiglianze con l’Iraq — e le differenze decisive
Come nel 2003, anche questa guerra è partita dall’assunto che il regime avversario sarebbe crollato rapidamente, aprendo la strada a una leadership più moderata. Ma mentre Bush aveva almeno capito che per abbattere un regime servivano le forze di terra, Trump ha scommesso tutto sul potere aereo. Il risultato è che il governo iraniano, come hanno ammesso gli stessi funzionari dell’intelligence statunitense, “sembra essere intatto” nonostante gli attacchi mirati abbiano eliminato molti dei suoi principali leader.
La differenza con l’Iraq, però, è che lì il regime cadde davvero — anche se Bush sottovalutò enormemente il costo della ricostruzione. In Iran, il regime è sopravvissuto e ora è concentrato esclusivamente su un obiettivo: infliggere il massimo danno possibile agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Un disastro economico senza precedenti
I droni e i missili iraniani hanno già colpito Israele e gli Stati del Golfo, preso di mira infrastrutture energetiche critiche e di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas. Il risultato è “la più grande interruzione di petrolio e gas della storia.” Le conseguenze economiche globali, avverte Daalder, “si faranno sentire in ogni singolo paese per mesi, se non anni” — anche se il conflitto dovesse terminare presto. Il danno economico già inflitto supera di gran lunga quello dell’intera guerra in Iraq.
Gli alleati abbandonati
A differenza di Bush, che aveva almeno tentato — senza successo — di costruire una coalizione, Trump non ha nemmeno informato i principali alleati della sua decisione. Eppure, quando l’Iran ha chiuso lo Stretto, ha chiesto a quegli stessi alleati di inviare le loro marine a scortare le petroliere. Il risultato è che gli alleati americani sono ormai convinti “che non possono più fare affidamento sugli Stati Uniti e che Washington è ora una vera minaccia per la loro sicurezza economica.”
I veri vincitori: Russia e Cina
A differenza del 2003, quando Russia e Cina erano ancora potenze secondarie, oggi competono apertamente con Washington. La Russia incassa oltre 150 milioni di dollari al giorno di entrate extra grazie all’aumento del prezzo del petrolio, mentre l’Ucraina viene lasciata senza le armi difensive avanzate, dirottate verso il Medio Oriente. La Cina osserva gli Stati Uniti spostare portaerei, sistemi antimissile e marines dall’Indo-Pacifico — e aspetta.
La conclusione di Daalder è netta: se l’America riuscì a recuperare dal danno della guerra di Bush, questa volta potrebbe non farcela. Ciò che rimane sarà “un’America che avrà perso gran parte del suo potere globale, della sua posizione e della sua influenza, destinata ad affrontare da sola avversari in ascesa.”
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