La grandezza di Omero consiste nel fatto che egli poteva far sentire agli uomini ciò che essi erano già pronti a pensare: che la vita è uno strano mistero in cui un eroe può sbagliare e un altro può fallire. Il poeta fa capire agli uomini quanto sono grandi le grandi emozioni che, in modo minore, essi hanno già sperimentato.”

Dal volume “Chaucer” (1932) di G.K. Chesterton nella traduzione di Massimo Lapponi.

 

poeta giovane

 

C’è davvero un carattere, che Chaucer condivide con tutti i grandi poeti antichi, che può in alcuni ambienti indebolire la sua posizione di grande poeta moderno. Ci sono molti moderni che dicono che un uomo non è un pensatore, quando intendono che non è un libero pensatore. Oppure dicono che non è un libero pensatore, quando intendono che il suo pensiero non è legato strettamente e saldamente a qualche sistema speciale di materialismo. Ma il punto che voglio dire è molto più profondo di questi meri litigi su secolarismo e settarismo. I più grandi poeti del mondo hanno una certa serenità di sguardo, perché non si sono preoccupati di inventare una filosofia meschina, ma piuttosto ne hanno ereditato una grande. È, nove volte su dieci, una filosofia che uomini molto grandi condividono con uomini molto comuni. Non è quindi una teoria che attira l’attenzione in quanto teoria.

In questi giorni, quando George Bernard Shaw sta diventando gradualmente, tra gli applausi generali, il gran vecchio della letteratura inglese, è forse poco gentile ricordare che una volta egli disse che non c’era nessuno, con la possibile eccezione di Omero, il cui ingegno egli disprezzasse tanto quanto quello di Shakespeare. Da allora egli ha detto cose abbastanza sensate da controbilanciare anche sciocchezze come questa. Ma lo cito perché incarna esattamente la nozione ottocentesca di cui sto parlando.

George Bernard Shaw probabilmente non aveva mai letto Omero; e c’erano passaggi nella sua critica shakespeariana che potrebbero sollevare un dubbio sul fatto che egli abbia mai letto Shakespeare. Ma il punto era che non poteva, in tutta sincerità, vedere ciò che il mondo vedeva in Omero e in Shakespeare, perché ciò che il mondo vedeva non era ciò che G. B. Shaw stava cercando. Egli stava cercando quella cosa orribile che i non conformisti chiamano Messaggio, e continuano a chiamare un Messaggio, anche quando sono diventati atei e non sanno da chi proviene il Messaggio. Stava cercando un sistema; uno dei sistemi assai meschini che hanno davvero il loro tempo. Il sistema di Kant; il sistema di Hegel; il sistema di Schopenhauer, di Nietzsche, di Marx etc. In ciascuno di questi esempi un uomo è spuntato fuori e ha preteso di avere un pensiero che nessuno aveva mai avuto. Ma il grande poeta pretende solo di esprimere il pensiero che tutti hanno sempre avuto.

La grandezza di Omero non consiste nel provare, con la morte di Ettore, che la volontà di vivere è un’illusione e una trappola; perché essa non è un’illusione e una trappola. Non consiste nel provare, con la vittoria di Achille, che la Volontà di Potenza deve esprimersi in un Superuomo; perché Achille non è un Superuomo, ma, al contrario, è un eroe. La grandezza di Omero consiste nel fatto che egli poteva far sentire agli uomini ciò che essi erano già pronti a pensare: che la vita è uno strano mistero in cui un eroe può sbagliare e un altro può fallire. Il poeta fa capire agli uomini quanto sono grandi le grandi emozioni che, in modo minore, essi hanno già sperimentato. Ogni uomo che ha cercato di far andare avanti qualcosa di buono, fosse anche un piccolo club, un giornale o una protesta politica, sente risuonare il profondo della propria anima quando sente quella frase che può essere resa solo così debolmente: “Perché veramente nel mio cuore e nella mia anima so che Troia cadrà”. Ogni uomo che guarda indietro ai vecchi tempi, in se stesso e negli altri, e avverte i cambiamenti che attingono qualcosa dentro di noi che è immutabile, comprende meglio l’immensità del valore della propria vita nel semplice suono delle parole greche, che significano soltanto: “Perché, come abbiamo sentito, anche tu, vecchio, un tempo sei stato felice”. Queste parole sono in poesia e quindi non sono mai state tradotte. Ma ci sono forse alcune persone a cui anche le parole di Shakespeare devono essere tradotte.

Ad ogni modo, quello che un uomo impara da “Romeo e Giulietta” non è una nuova teoria sul sesso; è il mistero di qualcosa di molto di più di quello che i sensuali chiamano sesso, e di quello che i ragazzi chiamano Sex Appeal. Ciò che egli impara da “Romeo e Giulietta” non è chiamare il primo amore un’infatuazione passeggera; non è nemmeno chiamare un amore fugace un flirt; ma è capire che queste cose, che un milione di volgari hanno volgarizzato, non sono volgari.

Il grande poeta esiste per mostrare al piccolo uomo quanto egli è grande. Un uomo non impara da Amleto un nuovo metodo di psicoanalisi o il trattamento appropriato degli alienati mentali. Ciò che impara è di non disprezzare l’anima così piccola; anche quando critici piuttosto femminili dicono che la volontà è debole. Come se la volontà fosse mai abbastanza forte per i compiti che deve affrontare in questo mondo! Solo il grande poeta è abbastanza forte da misurare quella forza infranta che chiamiamo debolezza dell’uomo.

È stato solo per un breve periodo, un periodo di transizione recente e turbato, che ci si aspettava che ogni scrittore scrivesse una nuova teoria di tutte le cose o disegnasse una nuova inospitale mappa del mondo. I vecchi scrittori si accontentavano di scrivere del vecchio mondo, ma di scriverlo con una freschezza fantasiosa che lo faceva sembrare sempre un mondo nuovo. Prima del tempo di Shakespeare gli uomini si erano abituati all’astronomia tolemaica, e dai tempi di Shakespeare gli uomini si sono abituati all’astronomia copernicana. Ma i poeti non si sono mai abituati alle stelle; ed è loro compito impedire che qualcun altro si abitui ad esse. E chiunque legga per la prima volta il verso di “Romeo e Giulietta” – atto III scena V -: “’Night’s candles are burnt out – Le candele della notte si sono spente”, riprende fiato e quasi si maledice per aver trascurato di guardare attentamente, o con sufficiente frequenza, le grandi e misteriose rivoluzioni della notte e del giorno. Le teorie diventano presto obsolete; ma le cose continuano ad essere fresche. E, secondo l’antica concezione della sua funzione, il poeta si occupava delle cose; delle lacrime delle cose, come nel grande lamento di Virgilio; della gioia per la quantità delle cose, come nella spensierata filastrocca di Stevenson; della gratitudine per le cose, come nel Cantico francescano del Sole o nel biblico Cantico dei Tre Fanciulli.

Che dietro queste cose ci siano certe grandi verità è vero; e quelli così infelici da non credere in queste verità possono ovviamente chiamarle teorie. Ma i vecchi poeti non pensavano di dover competere e lottare l’uno contro l’altro nella produzione di contro-teorie. L’avvento della concezione cosmica cristiana ha portato una grande differenza; il poeta cristiano aveva una speranza più viva del poeta pagano. Anche quando a volte era più severo, era sempre meno triste. Ma, tenendo conto di questo, più del cambiamento umano, i poeti insegnarono in una tradizione costante, e non si vergognavano minimamente di essere tradizionali. Ognuno insegnava in modo personale; “con una perpetua leggera novità”, come diceva Aristotele; ma non erano una serie di pazzi separati l’uno dall’altro che guardavano mondi separati. Un poeta non forniva un paio di occhiali da cui sembrava che l’erba fosse blu; o un’altra poetica lezione sull’ottica per insegnare alla gente a dire che l’erba era arancione; entrambi avevano il compito molto più difficile ed eroico di insegnare alle persone a rendersi conto che l’erba è verde. E poiché continuano il loro compito eroico, il mondo, dopo ogni epoca di dubbio e di disperazione, diventa sempre di nuovo verde.

Ora Chaucer è un bersaglio particolarmente facile per l’intellettuale morboso o il semplice innovatore. Assai facilmente può essere perseguitato dai pedanti, che esigono che ogni eterno poeta sia un filosofo effimero. Perché non ci sono assurdità in Chaucer; non vi è trucco, come dicono i prestigiatori. Non vi è la pretesa di essere un profeta invece che un poeta. Non vi è ombra di vergogna per essere un tradizionalista o, come direbbero alcuni, un plagiaro. Uno degli elementi più attraenti nella personalità curiosamente attraente di Chaucer è esattamente questo; che non solo è negativamente senza pretenziosità, ma è positivamente pieno di calda riconoscenza e ammirazione per i suoi modelli. È ravvivante come un vento fresco in una giornata calda, perché spira qualcosa che è caduto grandemente in abbandono nel nostro tempo, qualcosa che molto raramente è suscitato dalla presente atmosfera soffocante di autocompiacimento o di auto-adorazione. E questa è la gratitudine, o la teoria del ringraziamento. Egli era un grande poeta della gratitudine; era grato a Dio; ma era anche grato a Gower. Era grato all’intramontabile “Roman de la rose”; era ancora più grato a Ovidio, e grato a Virgilio, e grato a Petrarca e a Boccaccio. Egli è sempre ansioso di mostrarci la sua piccola biblioteca e di dirci da dove vengono tutti i suoi racconti. È più orgoglioso di aver letto quei libri che di aver scritto le sue poesie.

Questo tradizionalismo facile e naturale era diventato un po’ più limitato e dubbio anche al tempo del Rinascimento. Non vogliamo dire che Shakespear nascondesse o travestisse le sue trame prese in prestito; ma sembra quasi che le trattasse come mero materiale morto, di nessun interesse finché non egli non lo avesse reso interessante. In un certo senso egli ha distrutto gli originali creandone delle parodie infinitamente più potenti e magnifiche. Persino i grandi originali affondano sotto di lui; egli viene a seppellire Plutarco, non a lodarlo. Ma Chaucer vorrebbe, invece, lodarlo; egli sempre confessa un piacere letterario che potrebbe occultare il suo potere letterario. Sembra il meno originale, perché si preoccupa di lodare e non solo di parodiare. Non c’è niente che gli piaccia di più che dire al lettore di leggere libri che non sono i suoi libri; come quando il cappellano delle monache – nei “Racconti di Canterbury” – rimanda con molta cordialità la compagnia che lo ascolta alle numerose opere che trattano il tema della donna, e che lo esimono dal giustificare i sentimenti di un gallo o dall’analizzare ulteriormente i difetti di una gallina.

Forse, a questo proposito, c’è uno scherzo chauceriano, potremmo dire “sornione”, nel far dire al confessore delle monache che di tutti gli uomini lui, da parte sua, non sa nulla di male di nessuna donna. È lo stesso in numerosissimi passaggi, come in quel brano pieno di vivacità e di spirito – da “The Legend of Good Women” – che incomincia con queste parole:

Mille volte ho sentito gli uomini raccontare

Che c’è gioia in paradiso e dolore all’inferno,

E sono d’accordo che sia così;

Ma in ogni caso lo so bene anche

Che non c’è nessuno che dimori in questo paese

Che ha fatto il viaggio al paradiso o all’inferno,

            e che prosegue spiegando che queste cose si basano sull’autorità; e che dobbiamo dipendere dall’autorità per molte cose, specialmente per le cose di cui possiamo solo leggere nei libri. È tipico dell’ottusità di alcuni partigiani che questo brano sia stato citato come prova di scetticismo, quando è in parole perfettamente chiare una giustificazione della fede. Ma il punto è che Chaucer parla con quella voce allegra, o scrive in quello stile quasi sbarazzino, perché non si vergogna minimamente di dipendere dai “libri antichi”, ma ne è estremamente orgoglioso e, soprattutto, estremamente soddisfatto di testimoniare il proprio piacere. Questo è un carattere che sembrerà sempre “non originale” al clamoroso settario; o al ciarlatano con un nuovo toccasana; o al monomaniaco con un’idea fissa. Eppure, come fatto di storia letteraria, Chaucer è stato uno degli uomini più originali che siano mai vissuti. Non c’era mai stato niente di simile al vivace realismo del viaggio a Canterbury fatto o sognato prima nella nostra letteratura. Egli non è solo il padre di tutti i nostri poeti, ma il nonno di tutti i nostri cento milioni di romanzieri. È una bella responsabilità per lui. Ma, in ogni caso, niente può essere più originale di un’origine.

            Quando abbiamo questa vera originalità, e in aggiunta ad essa questo grazioso tono di gratitudine e persino di umiltà, siamo in presenza di qualcosa che mi azzarderò a chiamare grande. C’è nel poeta medievale qualcosa che può essere trasmesso solo dalla parola medievale “Largesse”; che è troppo cordiale ed espansivo per nascondere la connessione tra se stesso e i suoi maestri o modelli. Non si sarebbe abbassato a ignorare un libro per prenderne in prestito; e non gli viene in mente di cercare sempre di proteggere il copyright di una copia. Questo è il tipo di personaggio simpatico e contento che sembra molto meno originale di quello che è. Bisogna avere un assortimento di talenti piuttosto straordinari, e anche di virtù piuttosto straordinarie, per sembrare così ordinario. Come si dice di San Pietro a Roma, che è così ben proporzionato da sembrare quasi piccolo. Agli occhi degli innovatori sensazionali, con le loro religioni dei grattacieli che traballano e crollano, e colpiscono per la loro folle sproporzione, sembra molto piccolo. Ma in effetti è molto grande; e non c’è niente a suo modo più grande dello spirito di Chaucer, con il suo confessato piacere e e il suo inconsapevole potere.

Mi si perdona se inserisco qui una sorta di parentesi personale? Tutto questo non significa – ciò che dovrei essere l’ultimo uomo al mondo a voler dire – che i rivoluzionari dovrebbero vergognarsi di essere rivoluzionari o (pensiero ancora più disgustoso) che gli artisti dovrebbero accontentarsi di essere artisti. Sono stato coinvolto più o meno per tutta la mia vita in quelle piccole rivoluzioni a cui il mio paese poteva dare occasione; e sono anche stato, direi, più estremista, ad esempio, nella mia critica al capitalismo rispetto a molti che sono bollati come comunisti. Questo, credo, sia essere un buon cittadino, ma non essere un grande poeta; ed io non potrei mai pretendere di essere un grande poeta per nessun motivo, ma tanto meno per questo. Un grande poeta, in quanto tale, si occupa di cose eterne; e sarebbe davvero un’idea assai sgradevole supporre che l’attuale sistema industriale ed economico sia una cosa eterna. Né, d’altra parte, l’idea del poeta che si occupa di cose più permanenti della politica deve essere confusa con le torbide disquisizioni degli anni novanta dell’Ottocento, sul poeta indifferente alla morale. La morale è una realtà eterna, sebbene la particolare immoralità politica del momento non sia eterna. Anche in questo caso posso modestamente affermare di essermi scagionato molto tempo fa dall’orrenda accusa di essere un puro artista. Sono stato coinvolto nella politica, ma mai nell’estetica; e se ero un entusiasta del “Wearing of the Green” – [canzone dei patrioti irlandesi perseguitati dal governo inglese] – non lo sono mai stato di “wearing” – [indossare] – “the Green Carnation” – [“Il garofano verde”, titolo di un romanzo di Robert Smythe Hichens (1864-1950), pubblicato nel 1894, manifesto del decadentismo estetico].

A quei tempi avevo anche qualcosa di simile a un pregiudizio contro la pura Bellezza; mi sembrava esservi molto di quel tipo sbagliato di connubio tra la Bella e la Bestia. Ma è vero, tuttavia, che il vero poeta è in definitiva dedicato alla Bellezza, in un mondo in cui essa è purificata dalla bestialità, e non è né un nuovo schema o una nuova teoria da un lato, né un gusto ristretto o una particolare tecnica dall’altro. Essa è legata a idee; ma a idee che non sono mai nuove nel senso di nuove di zecca, così come non sono mai vecchie nel senso di esaurite. Sono idee che si trovano un po’ troppo in profondità perché se ne trovi un’espressione perfetta in qualsiasi età; e i grandi poeti in ogni età possono darne grandi indizi. Non direi altro di Chaucer, se non che gli indizi che egli ne ha dato sono stati grandiosi.

In fondo a tutte le nostre vite c’è un abisso di luce, più accecante e insondabile di qualsiasi abisso di oscurità; ed è l’abisso della realtà effettiva, dell’esistenza, del fatto che le cose sono veramente, e che noi stessi siamo incredibilmente e talvolta quasi incredulamente reali. È il fatto fondamentale dell’essere, contrapposto al non essere; è impensabile, eppure non possiamo non pensarlo, anche se a volte possiamo non pensarci e non averne coscienza, né conoscenza, né, specialmente, riconoscenza. Poiché chi abbia inteso questa realtà, sa bene che essa soverchia, letteralmente in misura infinita, tutti i minori rimpianti o argomenti in favore della negazione, e che dietro tutti i nostri brontolii c’è una sostanza subcosciente fatta di gratitudine. Quella luce della realtà positiva è la materia propria dei poeti, perché nella sua luce essi vedono meglio degli altri uomini tutte le cose.

Chaucer era un figlio della luce e non solo del crepuscolo – il semplice crepuscolo rosso di un’alba di rivoluzione passeggera, o il crepuscolo grigio di un giorno morente di declino sociale. Era l’erede immediato di qualcosa di simile a ciò che i cattolici chiamano la Rivelazione Primitiva; quell’intuizione che fu data del mondo quando Dio vide che esso era cosa buona; e fintanto che l’artista ci offre degli scorci di essa, non importa che essi siano frammentari o addirittura insignificanti, che essa sia nel semplice fatto che un poeta di corte medievale potesse apprezzare una margherita, o che potesse scrivere dell’innamorato, in una sorta di lampo di luna accecante, che egli “non dormiva più del’’usignolo”.

Queste cose appartengono al medesimo mondo di meraviglia, come primitiva meraviglia per l’esistenza stessa del mondo, superiore a tutti i comuni pro e contro, o simpatie e antipatie, per quanto legittime. La creazione è stata la più grande di tutte le rivoluzioni. Fu per questo, come diceva l’antico poeta, che le stelle del mattino cantavano insieme; e i poeti più moderni, come i poeti medievali, possono discendere molto a valle da quella culminante illuminazione e vagare e inciampare e sembrare sconvolti dal dubbio; ma li riconosceremo come Figli di Dio, quando ancora gridano di gioia. Questo è qualcosa di molto più mistico e assoluto di qualsiasi cosa moderna chiamata ottimismo; perché è solo di rado che prendiamo coscienza, come in una visione dei cieli riempiti da un coro di giganti, del dovere primordiale della lode.

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