di Francesco Agnoli

 

Per quanto riguarda l’Asia, anche questo continente non ha potuto generare al suo interno l’istituzione ospedaliera per i motivi che si sono accennati parlando dell’induismo.

Ancora all’inizio del Novecento le convinzioni religiose orientali ostavano infatti alla nascita spontanea di istituzioni di accoglienza e di cura sistematizzate e aperte a tutti. Un altro racconto di Tiziano Terzani rende più chiaro il concetto. Quest’ultimo – grande ammiratore del comunismo prima e della religiosità orientale poi, e molto critico, invece, col cristianesimo –, giunge nel 1993 a Kengtung, dove padre Bonetta, un milanese del Pime, aveva acquistato, nel 1912, un terreno che non valeva nulla, perché infestato, secondo i locali, da spiriti maligni (detto per questo “la Collina degli Spiriti”). Qui, con l’aiuto delle suore di Maria Bambina, erano stati costruiti un orfanotrofio, una scuola, un ospedale e un lebbrosario. Che continuano anche oggi il loro lavoro.

Scrive Terzani: “La missione cattolica divenne presto il rifugio di tutti i disgraziati della regione. Gli storpi, i mentecatti, gli epilettici, le donne abbandonate dai mariti, i neonati con il labbro leporino, lasciati morire da una società che considera ogni menomazione fisica come il segno di una grave colpa nella vita precedente, per cui va espiata senza la misericordia altrui, trovavano qui da mangiare e un tetto. È lo stesso tipo di gente che ancora oggi coltiva l’orto, custodisce le stalle e lavora nelle cucine per dare da mangiare a 250 orfani”.

Occorre ora almeno accennare per sommi capi all’opera di padre Colombo e di madre Teresa di Calcutta. Il primo, come racconta Piero Gheddo, è un medico e religioso italiano che “realizza a Kengtung alcune rivoluzioni nel trattamento e cura dei lebbrosi, che gli meritano diversi premi internazionali e il riconoscimento dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità), agenzia delle Nazioni Unite.

Nel 1966 quella che lui definiva seriamente ‘la mia prima morte’. I militari (che ancora governano la Birmania) espellono tutti i missionari più giovani, entrati nel paese dopo l’indipendenza del 1948. Padre Cesare, quando era rientrato in Italia per laurearsi, aveva poi richiesto il permesso di soggiorno e quindi risultava entrato in Birmania nel 1957. Il 1° gennaio 1967 giunge in Italia e per anni continua il calvario dei molti tentativi di poter ritornare nella sua missione e tra i suoi lebbrosi. Interessa anche l’ONU e l’Organizzazione mondiale della sanità, ma è costretto a rimanere in Italia, dove continua la sua opera a favore dei suoi lebbrosi. Ho visitato due volte quel villaggio di ammalati ‘che nessuno voleva’ (con 1500 degenti). Era davvero diventato ‘la città della gioia’, come dice il titolo del documentario cinematografico del regista americano William Deneen realizzato alla fine degli anni cinquanta. All’inizio degli anni cinquanta padre Cesare inizia, con molto coraggio e contro il parere di diversi esperti, a rinnovare il sistema di vita nel lebbrosario. Partendo dalla convinzione che il lebbroso è un ammalato come gli altri e il terrore della lebbra è in gran parte assurdo e superstizioso, egli realizzò gradualmente queste innovazioni rivoluzionarie:

  1) Non più lebbrosario chiuso con filo spinato, ma aperto con libertà per tutti di entrare ed uscire nel villaggio.

  2) Non più i lebbrosi curati lontano dalle famiglie, ma tutta la famiglia del lebbroso ospitata nel lebbrosario, compresi i bambini che vanno a scuola; si forma così non un lazzaretto o un carcere, ma un normale villaggio.

  3) Non più il ricovero di tutti i colpiti dalla lebbra, ma solo di quelli incurabili nei loro villaggi. Quando padre Colombo parte nel 1966 per l’Italia, ospitava nel lebbrosario circa 1.500 lebbrosi, ma ne curava, lui con le suore e i suoi aiutanti para-medici, altri 4-5.000 nei loro villaggi.

  4) Non più il lebbroso passivo, in attesa solo di cibo e medicine, ma la cura attraverso il lavoro. Nel lebbrosario di Kengtung (dove sono andato due volte, 1983 e 2002) tutti lavorano nei campi, nell’artigianato e in altri mestieri utili al villaggio stesso; non solo, ma sono corresponsabili nella gestione del villaggio, con l’elezione del capo-villaggio e di altri membri del consiglio e dei vari servizi.

  5) Infine, ultima rivoluzione, la più grande di tutte: non più il lebbroso costretto a lasciare la moglie (o il marito) o a non sposarsi, ma il matrimonio anche per loro, anche per le ragazze lebbrose, dato che i figli dei lebbrosi non nascono lebbrosi e non lo diventano se si prendono alcune precauzioni. Padre Colombo era severissimo sulle norme igieniche e ripeteva spesso che nel suo lebbrosario nessuno dei bambini figli di lebbrosi era diventato lebbroso!

Oggi queste norme sono adottate ufficialmente dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dell’Onu, ma il padre Cesare Colombo è stato il primo a ‘inventarle’ e applicarle a Kengtung, con risultati che lasciavano stupiti gli esperti in visita alla ‘città felice’ sui monti birmani! Quando Cesare era ormai in Italia e senza più speranza di poter tornare in Birmania, oltre a impegnarsi al massimo per mandare aiuti ai suoi poveri, era a volte intervistato e invitato a parlare a congressi medici e di leprologia sulla sua ‘rivoluzione dell’amore’ a Kengtung”

da: https://www.edizionicantagalli.com/shop/la-grande-storia-della-carita/

 

 

La grande storia della carità, libro di Francesco Agnoli
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