Bud Spencer e Terence Hill - (Immagine generata con IA tramite Grok Imagine di xAI)
Bud Spencer e Terence Hill – (Immagine generata con IA tramite Grok Imagine di xAI)

 

 

di Samuele Pinna

 

Dieci anni dopo la sua scomparsa, Bud Spencer continua a essere una delle figure più popolari del cinema italiano. Dietro il personaggio, c’era Carlo Pedersoli: atleta, attore, persona perbene e credente. 

Un uomo enorme, capace di far ridere ed emozionare il mondo intero, che però parlava della morte con una serenità disarmante: «La morte non mi spaventa… sono certo che la vita continua». In quelle parole c’è già tutto: la sua ironia, la sua fede, la sua curiosità per ciò che viene dopo.

Carlo Pedersoli non nacque Bud Spencer: ci arrivò dopo una vita che sembrava già piena. Campione di nuoto, abituato a misurarsi con il cronometro, aveva una visione limpida dello sport: «Devi capire sempre che non sei da solo, c’è Qualcuno, che si chiama Dio, che ti ha fatto e decide per te». Quando intuì che le vittorie stavano per diventare sconfitte, arrivò la domanda che cambia una vita: «Mi chiedevo: “ma tu chi sei?”… “Hai fede in qualche cosa?”». E scoprì, da adulto, di essere credente. A quella riscoperta si intrecciò l’incontro decisivo con Maria Amato, la donna che lui definiva un “carrarmato”, colonna della sua esistenza.

Il cinema arrivò come un imprevisto. Negli anni del western all’italiana, mentre tutti correvano dietro a pistole e speroni, lui ricordava: «Carlo Pedersoli cosa faceva? Ingrassava!». Giuseppe Colizzi cercava un figura precisa: la trovò in Carlo. E un infortunio del co-protagonista designato fece arrivare accanto a lui Terence Hill. Da Dio perdona… Io no! nacque una delle coppie più amate della storia del cinema. Il pubblico fu conquistato da Bud Spencer e lo trattenne in un mondo che non aveva cercato, ma che seppe abitare con naturalezza.

I film con Terence inaugurarono un genere nuovo: risate, scazzottate, ma anche un’idea limpida di bene da mettere in pratica. Terence, parlando del loro incontro, disse: «Ho capito che niente succede per caso, che la vita è eterna e che Bud aveva la gioia».

La fede, che Bud aveva scoperto tardi, si radicò in lui definitivamente nella giungla amazzonica, tra gli indios: «Fu lì che capii che credevo in Dio… Riflettevo sul sacrificio di Cristo per noi». Da allora non poté più fare a meno della Chiesa. Guardava la morte con rispetto, ma senza paura: «Siamo tutti destinati a morire. Da cattolico, provo curiosità, piuttosto».

Negli ultimi anni, la religione divenne la sua bussola: «Ho bisogno della fede. Credo in Dio, è ciò che mi salva». E quello  che un tempo sembrava fondamentale – lo sport, la popolarità – gli appariva ormai secondario: «Chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota». La fede ricevuta dai genitori rimase la sua casa: «Mi è rimasta sempre la mia cattolica cristiana… mi dà la certezza che qualcosa dopo succederà».

E quando gli chiesero quale sarebbe stato il suo ultimo pasto, rispose con la semplicità di chi ha capito tutto: «Spaghetti. Con Gesù Cristo». Non poteva non diventare il titolo del mio libro sul gigante buono.
 
Samuele Pinna è un sacerdote
 


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