Fabrice Hadjadj libro

 

 

 

di Silvio Brachetta

 

Uno dei tanti concetti cancellati dal pauperismo dilagante è quello di «gloria», che è stata spesso trascurata «a favore di un’umiltà che sembra più adatta al pusillanime». Così Michel Janva segnala (qui) l’ultima fatica editoriale del filosofo francese Fabrice Hadjadj, dal titolo A Me la gloria (A Moi la gloire, Salvator, 2019). Ma cos’è questa gloria di Dio? La gloria è il «kabōd» ebraico – il «peso». Ebbene sì: nonostante si cerchi ad ogni costo di alleggerire Dio, rimane il fatto che Egli è «pesante», assai pesante.

Ciò nasce da un equivoco, in cui cascano i pauperisti e i relativisti d’ogni epoca: l’umiltà non è sinonimo di leggerezza, ma di abbassamento. La leggerezza è descritta in tutt’altro modo nella Bibbia. La leggerezza è la «vanità» del Qoelet, che traduce l’ebraico «ebel» – «cioè vapore, ombra, fumo». La leggerezza è inconsistenza, mentre l’umiltà è gloriosa.

 

Hadjadj scrive della gloria di Dio, che si può rintracciare anche nelle creature. C’è una gloria «del ciottolo, del pavone o della civetta», ovvero una loro pesantezza, tanto fisica, quanto ontologica. Le cose pesano, hanno un’estensione, sono belle, sono significative, brillano di mistero, hanno una traccia d’eternità. In ogni cosa c’è un’impronta di «unum, bonum et verum» (San Tommaso d’Aquino), nel senso che vi è, nelle creature, un’immagine del Creatore – come un riflesso di sapienza, che trascende le cose e porta la mente umana alla contemplazione speculativa di Dio.

E Dante Alighieri riprende l’Aquinate, con il medesimo concetto: «La gloria di colui che tutto move per l’universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove» (Paradiso 1, 1).

 

Parafrasando Hadjadj, Janva sostiene che «la nozione di gloria» è «essenziale per la rivelazione biblica ancor più che per la ragione pagana». Anche per Roma pagana la gloria era centrale, ma come bottino da conquistare con la forza e attraverso l’adulazione agli dei. La gloria cristiana è tutt’altro da quella pagana. È la gloria di Dio, che è trasmessa agli angeli e agli uomini, come eredità e come dono gratuito.

Nella Liturgia della Quaresima – dice Hadjadj – «la Gloria rimane, ma come ambientata nel Sanctus», dove, tra l’altro si legge: «Pleni sunt coeli et terra gloria tua», «I cieli e la terra sono pieni della tua gloria» (dal Messale Romano). Quindi, «secondo il Sanctus, la gloria di Dio non è solo in cielo, ma anche sulla terra, e questa gloria non si trova lì solo raramente o parzialmente, poiché la terra ne è piena».

 

Il «kabōd» non è l’essenza di Dio, ma piuttosto la sua manifestazione, il suo splendore. Il concetto di «kabōd», della gloria, è talmente legato alla ricchezza, che compare anche in applicazione al patriarca Abramo, che possiede «bestiame, argento ed oro» (Gen 13, 2). La gloria è pure associata all’autorità, come nel caso del patriarca Giuseppe: «Raccontate al padre mio tutta la gloria che io ho in Egitto» (Gen 45, 13).

La gloria è anche bellezza, irradiazione, come bello e radioso è il Tempio di Dio, la veste di Aronne, il volto di Mosè. L’uomo è stato creato «coronato di gloria» (Sal 8, 7). Con il Vangelo è rivelata la verità compiuta circa la gloria umana, che è presente solo nel pentimento, nella sequela di Cristo, nell’obbedienza, nell’esercizio delle virtù, nella rinuncia al male e alle sue seduzioni.

 

Quanto a Dio, se nell’Antico Testamento la sua gloria si manifestava nel Mar Rosso, nella manna o sul Sinai, nel Nuovo Testamento si manifesta nella salvezza. Dio è glorioso nella sua fedeltà, nel suo amore, nel suo sacrificio, nella sua redenzione. I miracoli di Gesù sono espressione della sua gloria, come glorioso sarà il suo ritorno, alla Parusia.

In quest’epoca evanescente, vaporosa, leggera, inconsistente, il libro di Fabrice Hadjadj è una perla. Anzi, è un blocco d’oro pesante, glorioso.

 

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