Il grido di un neonato, sopravvissuto ad un aborto salino, desta la coscienza della madre.

Il bimbo sarà destinato a vivere per pochi minuti. Il tempo sufficiente per salvare un’altra vita: quella della donna che lo portava in grembo.

E’ l’incredibile vicenda riportata nell’articolo di Stephanie Gray Connors pubblicato il 16 ottobre su LifeSiteNews, che riportiamo di seguito nella traduzione di Wanda Massa.

 

Neonato

 

“Uccidete il mio bambino”, disse alle infermiere… finché non sentì il suo bambino piangere

 

16 ottobre 2020 (L’amore scatena la vita) – Quando qualcuno piange, come rispondono le persone compassionevoli? Le grida di un altro tipicamente suscitano una reazione da parte dell’ascoltatore per confortare e consolare coloro le cui lacrime esprimono ciò che le parole non possono esprimere.

Una volta ho incontrato un’infermiera specializzata in travaglio e parto che mi ha raccontato una storia particolarmente traumatica sull’aborto.* Una paziente si è presentata all’ospedale in cui l’infermiera lavorava. La paziente era in travaglio a 25 settimane di gravidanza (la gestazione di solito dura 40 settimane). All’inizio di quel giorno, si era recata in una clinica per l’aborto tardivo, dove aveva eseguito la fase 1 di una procedura in più fasi per indurre la morte del suo bambino nel proprio grembo. Il cloruro di potassio (KCL) era stato inserito nel cuore del bambino per provocargli un attacco di cuore. Poi, nei giorni successivi, i medici sarebbero entrati e avrebbero estratto le parti del corpo del bambino pezzo per pezzo.

Poiché il travaglio era iniziato inaspettatamente, la donna andò in un ospedale, ma era un ospedale che non pratica aborti. Quando la donna disse al personale medico quello che aveva passato prima, disse loro: “Sono venuta per un aborto. Voglio abortire. Non voglio questo bambino. Voglio abortire adesso“.

I medici e le infermiere si sono riuniti. Ascoltarono un battito cardiaco e, inaspettatamente, la KCL non aveva fermato il cuore del bambino. Discussero sulla situazione e decisero che avevano la responsabilità di rianimare il bambino se ne fosse uscito vivo.

La donna disse: “Non lo voglio. Voglio un aborto. Uccidete il mio bambino!“.

L’équipe medica ha detto di no; se il bambino usciva con un battito cardiaco, avrebbero tentato la rianimazione. La donna continuò il travaglio. E quando il bambino è nato, il neonato ha pianto. Sentendo le grida del bambino, la madre gridò: “Salvate il mio bambino!

Sentire il bambino scalciare non aveva ammorbidito il suo cuore duro. Sentire il battito del cuore non aveva ammorbidito il suo cuore duro. Ma l’udire le grida della sua stessa carne e del suo sangue aveva tirato fuori dal suo interno la risposta istintiva e materna per alleviare la sofferenza dei più vulnerabili in mezzo a lei.

Purtroppo la scelta che la donna aveva fatto prima aveva avuto una conseguenza permanente: La rianimazione non ha funzionato e il bambino è morto.

Qui c’è una lezione importante, e questa è la forza di un grido. Per i bambini prenati, invece, le loro grida sono silenziose. Non possiamo sentire, a livello uditivo, la loro richiesta di aiuto. Ma noi che sappiamo che esistono, noi che sappiamo che la loro stessa vita è in pericolo a causa dell’aborto legalizzato, abbiamo la responsabilità di alzare la voce al loro posto, di fare un appello alle coscienze degli altri affinché li aiutino – non facciano loro del male.

 

* Questa storia è stata raccontata da Stephanie alla Marcia per la Vita a Victoria, a.C., nel maggio 2019.

 

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