La modernità ha escluso quello che i filosofi greci chiamavano “thauma” – il senso di meraviglia, lo stupore terribile e sbalordito dell’uomo, adulto o bambino, dinnanzi alla realtà. Così la scienza e il pensiero umano sono divenuti freddi e insignificanti. La perdita metafisica del senso misterico, che lega l’uomo alle cose, sta facendo crollare una civiltà, appiattita nel materialismo e persa nelle conoscenze parziali. Ce ne parla lo scrittore francese Bernard Mitjavile, nella traduzione di un suo recente articolo a cura di Silvio Brachetta.

Farfalla

 

 

di Bernard Mitjavile

 

Secondo Cartesio, le idee e la ragione sono orientate all’uomo, mentre la materia è riferita alla natura e agli animali. Locke, più tardi, assieme agli empiristi inglesi, prende una posizione assai diversa, secondo cui, originariamente, lo spirito umano è privo di qualsiasi idea – una tabula rasa – e, solo successivamente, il pensiero e le idee si formano a partire dalle percezioni trasmesse al cervello dai sensi.

Kant, nei decenni successivi, attraverso la sua «rivoluzione copernicana» (epistemologica rispetto agli empiristi), va a combinare i due punti di vista: da un lato vi è la conoscenza a priori (lo spazio e il tempo) e, dall’altra, il mondo che scopriamo con gli a priori, senza però essere in grado di raggiungere la «cosa in sé» (la «Ding in sich»), oltre a ciò che conosciamo dai nostri sensi, dalla nostra ragione e dalle priorità della conoscenza.

 

Da qui si passa alla dialettica di Hegel e poi a Marx, sviluppando l’idea di una conoscenza progressiva attraverso la prassi o la morale, la quale svela gradualmente il mondo che ci circonda.

Tutte queste persone, che ogni volta pretendono di darci la chiave dell’intelligenza – sostenendo, più o meno, il contrario dei loro predecessori – hanno sviluppato teorie che non sono irrilevanti, ma che non tengono conto di un aspetto importante della conoscenza: la gioia e persino la meraviglia, che accompagnano e motivano la scoperta del mondo in cui viviamo. Era proprio da qui che si sarebbe dovuto iniziare.

 

Recentemente, su Internet, è stato riprodotto un video in cui un bambino e un agnello sono fianco a fianco, ciascuno trattenuto da una donna. Il bambino e l’agnello urlano a turno, con grida simili, sempre più forti, ognuno rispondendo all’altro. Il bambino appare sempre più eccitato dalla risposta dell’agnello, finché intravede una qualche esultanza.

[Video a parte], se guardiamo un bambino che cerca di catturare un oggetto o addirittura una farfalla svolazzante attorno alla sua culla, oppure un bambino che sta cercando di catturare le cavallette e a cui, alle volte, strappa le gambe, curioso della somiglianza con le cosce e le gambe umane; o anche un bambino che corre in un prato fiorito, meravigliandosi della bellezza che lo circonda, o un bambino che gioca con un cane, un gatto o un altro animale – ebbene, vediamo in tutte queste esperienze che la scoperta della natura si accompagna ad un sentimento d’imitazione, di appartenenza e di gioia.

 

Possiamo notare che la mente del bambino o dell’infante è molto attiva e non corrisponde a una tabula rasa passiva, che aspetta di essere impregnata da sensazioni esterne. A differenza di [ciò che pensa] Kant, se [il bimbo] gioca con un gatto, avrà un senso di vicinanza, di simpatia, e non penserà che la «cosa in sé» del gatto, il gatto o lui medesimo siano inconoscibili attraverso il suo corpo e le sue reazioni.

A differenza del vescovo e filosofo George Berkeley e dei sostenitori dell’idealismo soggettivo, [il bimbo] non metterà in discussione la realtà oggettiva e materiale del gatto, né del mondo che lo circonda. E se egli gioca con altri bambini, non confonderà se stesso con un membro della classe sfruttata, verificando la sua conoscenza del mondo e della società con la prassi, rivoluzionaria o meno.

 

Un bambino che incontra un cane o un gatto per la prima volta percepisce uno stupore immediato, una certa inquietudine. Subito dopo avverte un senso di eccitazione e di gioia nel vedere che questo animale ha qualcosa in comune con lui, gli arti, gli occhi, un naso, le orecchie: [il bimbo] insomma prova la gioia di vedere un soggetto o, comunque, un essere animato che gli risponde.

In tutti questi diversi casi, si tratta di un essere umano che scopre con gioia che l’universo è comprensibile: ciò non è affatto evidente e [la realtà] avrebbe potuto essere diversa. Così afferma Einstein, nel merito: «Ciò che è incomprensibile è che il mondo è comprensibile». Quest’universo, secondo lo scienziato, soggiace ad un «principio antropico», che ne guida lo sviluppo. Una tale corrispondenza, tra la capacità di comprensione dell’uomo e la realtà del cosmo, è fonte di gioia.

 

Henri Bergson vide con gioia il sentimento che accompagna la creazione [artistica e tecnica, ndr], scrivendo che «più ricca è la creazione, maggiore è la gioia» – gioia prodotta quando un atto creativo consente a un essere umano di manifestare esternamente qualcosa che porta in sé.

La gioia accompagna anche la scoperta, quando l’uomo svela qualcosa nel mondo esterno, che risuona con i valori del bene, del bello, del vero e che porta in lui qualcosa come l’armonia, la grandezza, la bellezza della natura o la bontà manifestata da un altro uomo. Così la gioia si trova tanto nella madre quanto nel suo bimbo; nel bambino che scopre il mondo, come nell’artista o nello scienziato.

 

La sensazione di gioia che ci avvolge, legata all’esplorazione dell’universo, si può comprendere meglio dopo il recupero di un vecchio concetto – risalente all’antichità, come pure al Rinascimento – per merito del medico svizzero Paracelso, che ha parlato della relazione tra microcosmo e macrocosmo. Secondo questa visione, l’uomo è il microcosmo, ovvero il centro del macrocosmo (dell’universo). Egli riassume in sé tutte le forme minerali, vegetali e animali. L’uomo è un essere che comprende in sé gli elementi chimici e ha la capacità di comprendere, per mezzo della ragione, le leggi universali.

I sostenitori di questa teoria rilevano che, pure a livello fisico, la voce dell’uomo ha la capacità di imitare quella degli animali; la sua mano – il cui pollice si oppone alle altre dita – è qualcosa di diverso da uno strumento specializzato per determinati compiti: è invece un organo in grado di creare tutti i tipi di oggetti e fare ogni tipo di attività. Anche la posizione eretta è diversa da quella delle grandi scimmie. Più l’uomo realizza il suo ruolo centrale rispetto al mondo che lo circonda, più questa scoperta è accompagnata dalla gioia.

 

Qui ritroviamo l’idea di un principio antropico, che guida l’origine e lo sviluppo dell’universo per ottenere un cosmo fatto per l’uomo e un uomo fatto per il cosmo; uno corrispondente all’altro: la scoperta di questa corrispondenza è una fonte di felicità.

Questo principio, proposto dall’astrofisico Brandon Carter nel 1974, è accettato da vari scienziati americani, come quello che spiega meglio la storia dell’universo, anche se va contro un certo approccio materialistico della scienza, il quale fu predominante negli ultimi secoli e teso a collocare l’uomo accanto all’universo, estranei l’uno all’altro e non, invece, fatti l’uno per l’altro.

 

Ma vi è una causa a monte del principio antropico, che fonda appunto la corrispondenza tra uomo e universo. Secondo la Bibbia, è il Dio Creatore, il Dio dell’amore che, per quanto riguarda la creazione dell’uomo e del cosmo, «vide che era cosa molto buona» e diede all’uomo il comando di riempire la terra e sottometterla (Gen 1, 28), anche se papa Francesco fornisce una versione più morbida ed ecologica del comandamento di «sottomettere» la creazione, nella sua enciclica ecologica Laudato si’.

Partire dal punto di vista biblico – cioè da un Dio che ha creato il cosmo per l’uomo, in modo che lo scopra e lo «sottometta» – permette di evitare gli errori delle diverse teorie della conoscenza e consente, in ogni caso, di spiegare meglio la curiosità, la gioia e la meraviglia dello scienziato o dell’artista di fronte all’universo. Sono questi i sentimenti su cui epistemologie diverse e, in particolare, approcci materialisti, mantengono un certo silenzio.

 

 

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