Benedetto XVI

 

Il mito aveva perso la sua credibilità; la religione di Stato romana si era fossilizzata in un semplice cerimoniale che veniva eseguito scrupolosamente, ma ormai era solo “religione politica”. Il razionalismo filosofico aveva confinato gli dei nel regno dell’irrealtà. Il Divino era visto in vari modi nelle forze cosmiche, ma un Dio a cui si potesse pregare non esisteva. Paolo illustra con precisione il problema essenziale della religione di quel tempo quando contrappone la vita “secondo Cristo” alla vita sotto il dominio degli “spiriti elementari dell’universo” (Col 2,8). A questo proposito è illuminante un testo di San Gregorio Nazianzeno. Egli afferma che nel momento stesso in cui i Magi, guidati dalla stella, adorarono Cristo nuovo re, l’astrologia ebbe fine, perché gli astri si muovevano ormai nell’orbita determinata da Cristo. Questa scena, infatti, ribalta la visione del mondo di allora, che in modo diverso è tornata di moda oggi. Non sono gli spiriti elementari dell’universo, le leggi della materia, a governare in ultima istanza il mondo e l’uomo, ma è un Dio personale a governare le stelle, cioè l’universo; non sono le leggi della materia e dell’evoluzione ad avere l’ultima parola, ma la ragione, la volontà, l’amore, una Persona. E se conosciamo questa Persona e lui ci conosce, allora davvero il potere inesorabile degli elementi materiali non ha più l’ultima parola; non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, siamo liberi. Nell’antichità, le menti oneste e indagatrici ne erano consapevoli. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma all’interno di tutto e allo stesso tempo al di sopra di tutto, c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore.

I sarcofagi dell’epoca paleocristiana illustrano visivamente questo concetto – nel contesto della morte, di fronte alla quale la domanda sul senso della vita diventa inevitabile. La figura di Cristo è interpretata sugli antichi sarcofagi principalmente da due immagini: il filosofo e il pastore. A quel tempo la filosofia non era generalmente vista come una difficile disciplina accademica, come lo è oggi. Piuttosto, il filosofo era qualcuno che sapeva insegnare l’arte essenziale: l’arte di essere autenticamente umani, l’arte di vivere e di morire. Certo, già da tempo ci si era resi conto che molte delle persone che andavano in giro a spacciarsi per filosofi, maestri di vita, erano solo ciarlatani che facevano soldi con le loro parole, senza avere nulla da dire sulla vita reale. A maggior ragione, quindi, era molto ricercato il vero filosofo che sapesse davvero indicare la strada della vita. Verso la fine del III secolo, sul sarcofago di un bambino a Roma, troviamo per la prima volta, nel contesto della resurrezione di Lazzaro, la figura di Cristo come vero filosofo, che tiene in una mano il Vangelo e nell’altra il bastone del filosofo. Con il bastone vince la morte; il Vangelo porta la verità che i filosofi itineranti avevano cercato invano. In questa immagine, che divenne poi per lungo tempo una caratteristica comune dell’arte dei sarcofagi, vediamo chiaramente ciò che sia le persone colte che quelle semplici trovavano in Cristo: egli ci dice chi è veramente l’uomo e cosa deve fare un uomo per essere veramente umano. Ci mostra la via, e questa via è la verità. Egli stesso è la via e la verità, e quindi è anche la vita che tutti noi cerchiamo. Ci mostra anche la via oltre la morte; solo chi è in grado di farlo è un vero maestro di vita. La stessa cosa diventa visibile nell’immagine del pastore. Come nella rappresentazione del filosofo, anche attraverso la figura del pastore la Chiesa primitiva poteva identificarsi con i modelli esistenti nell’arte romana. Lì il pastore era generalmente espressione del sogno di una vita tranquilla e semplice, di cui il popolo, in mezzo alla confusione delle grandi città, sentiva un certo desiderio. Ora l’immagine veniva letta come parte di un nuovo scenario che le dava un contenuto più profondo: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla… Anche se cammino nella valle dell’ombra della morte, non temo alcun male, perché tu sei con me…” (Sal 23 [22]:1, 4). Il vero pastore è colui che conosce anche il sentiero che passa per la valle della morte; colui che cammina con me anche sul sentiero della solitudine finale, dove nessuno può accompagnarmi, guidandomi attraverso: lui stesso ha percorso questo sentiero, è sceso nel regno della morte, ha vinto la morte, ed è tornato per accompagnarci ora e per darci la certezza che, insieme a lui, possiamo trovare una via d’uscita. La consapevolezza che c’è Uno che anche nella morte mi accompagna, e con la sua “verga e il suo bastone mi consola”, così che “non temo alcun male” (cfr. Sal 23 [22], 4) – questa era la nuova “speranza” che sorgeva sulla vita dei credenti.

(da Spe Salvi – 2007)

Fonte: The Catholic Thing, nella mia traduzione.

 


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