La "navicella della morte" del dott. Phillip Nitschke
La “navicella della morte” del dott. Phillip Nitschke

Primo fatto. La Svizzera autorizza la commercializzazione del Sarco Suicide Pod (SSP), una capsula dal design accattivante in cui suicidarsi. “Vogliamo rimuovere qualsiasi tipo di revisione psichiatrica dal processo e consentire all’individuo di controllare il metodo da solo”, sostiene l’inventore Philip Nitschke. Aggiunge: “Il nostro obiettivo è sviluppare un sistema di screening dell’intelligenza artificiale per stabilire la capacità mentale della persona”. Non si rimuove la revisione, ma l’uomo che la fa. Non si pone l’accento sul fine (morte) ma sul metodo (via), tipico di una visione funzionalista dove la soluzione inghiotte sic et simpliciter il problema, nascondendolo. L’aspirante suicida deve compilare un sondaggio online – sarebbe interessante sapere se e quante volte può ripeterlo. Se il punteggio è favorevole, gli viene comunicata la posizione dell’SSP e il codice di accesso. Una volta risposto ad ulteriori domande preregistrate, schiaccia il pulsante e muore. Ne sono state presentate tre versioni, di cui una giudicata “esteticamente poco gradevole”.

Secondo fatto. L’Associazione Luca Coscioni in piena pandemia ha promosso la raccolta firme per il referendum sull’eutanasia, cioè in un tempo in cui le persone isolate le une dalle altre hanno, mi si passi il calembour, una paura da morire della morte (si veda l’aumento del rischio di suicidi). Come scrive Lovecraft, la paura più antica dell’animo umano è quella dell’ignoto. La buona morte è la rimozione dell’ignoto imponderabile. Nonostante fossero necessarie 500 mila firme, l’associazione ha continuato a raccoglierle superando il milione. Questa perseveranza può essere interpretata come un messaggio obliquo al legislatore: siccome la gente non è appena d’accordo, bensì molto favorevole, se promulghi una legge secondo le nostre istanze risparmi il costo del referendum.

Due fatti simili in tempo pandemico colpiscono. La pandemia è questione di vita o di morte che tocca tutti indiscriminatamente. La morte non è più un’eventualità smarrita nelle nebbie d’un vago domani. La salvezza diventa un bene primario. Consideriamo allora l’arma eletta contro il virus: il vaccino. Vale a dire il terzo fatto.

L’elemento salvifico è oggettivato. Una boccetta di liquido e una siringa che “intro-duce” la salvezza, che va esibita, brandita e rivendicata. Il suicidio diventerà un privilegio per cartas concesso dallo Stato. Il suicida non dovrà più nascondersi o vergognarsi: lo farà in piena luce, in pubblico, acclamato come un eroe civile. L’SSP è una comoda bara simile ad un solarium orizzontale in cui introduci te stesso. Introdotto che tu sia nella morte o nella vita, non puoi uscirne se non cadendo nella negazione. Chi rifiuta il vaccino infatti è chiamato negazionista, come chi nega il diritto altrui a suicidarsi: un primitivo bigotto oscurantista. Il vaccino garantisce chi desidera vivere perché diversamente morirebbe – “non ti vaccini, ti contagi, muori” ha ammonito Mario Draghi. Se e quando il desiderio si inverte, ecco l’SSP con benedizione dello Stato. Un’offerta completa: profilassi preventiva contro la morte indesiderata (vaccini), scudo legale (legge sull’eutanasia), strumento di morte desiderata e differita (SSP, o altri). Con l’SSP devo credere di morire in modo rapido, indolore, comodo, esteticamente gradevole. Come devo credere che il vaccino mi protegga dal Covid. Sia chiaro: qui non si discute l’efficacia del vaccino, ma del suo ben più vasto ingombro spirituale.

Per credere le persone hanno bisogno di oggetti concreti, eucaristici. Il rendimento di grazie sacrificale più o meno cruento. Beninteso si può anche non credere, ma tutto gira intorno alla fede: la posizione del credente, come quella dell’incredulo, è stabilita dall’oggetto eucaristico. Alla radice, non si crede nella “Scienza”. Si crede nella manifestazione concreta della Scienza, nella sua incarnazione: il “Vaccino”. L’oggetto eucaristico ha una potenza formidabile. È il δαίμων, il demone platonico, l’intermediario fra il divino e l’umano – in latino, impetrator, colui che ottiene il favore degli dei, l’imperatore. Segna il passo fra un prima, morte certa, e un dopo, salvezza certa. Le persone dopo aver fatta la prima dose si sentivano “sollevate”, “rinate”, “piene di gioia”, “libere”. La ciclicità del rito vaccinale – prima, seconda, terza, quarta dose e seguenti – corrobora la fede, garantisce la permanenza nella comunità-società dei salvati. Fuori, hic sunt leones.

Una terapia suicidaria col Pentobarbital o un protocollo di cura del Covid con un farmaco da banco non hanno lo stesso beneficio psichico del vaccino. Chiamo il suicidio “terapia” nella misura in cui termina una vita avvertita come patologia incurabile. Il farmaco lo prendi dopo aver contratto il virus – sei già “minato” dunque, per citare Albert Camus – come non a caso, ritengo, Nitschke consideri un plus la rimozione della valutazione psichiatrica dell’aspirante suicida: perché trattare il desiderio di morte come una devianza? Ciò che conta è il tuo desiderio di farla finita qui e ora. Sei tu a decidere, ma è la fede che ti muove.

Col vaccino sei tu a proteggerti, come l’SSP ti protegge dalla vita. Se non entri dentro la capsula – igienica, separata dal mondo – per morire, puoi continuare a vivere vaccinato e sei in “comunione” col dio. Introduci nel corpo-capsula il liquido salvifico  e separi te stesso dell’infezione e dal male portato dagli “scomunicati”. Al contrario del desiderio di morte (puro), la morte da Covid è impura nella misura in cui è indesiderata, vale a dire che per il momento non la vuoi. Lo scopo del vaccino è una salvezza di tipo censorio, ovvero che rifiuta la realtà nel suo portato imperscrutabile. La morte nell’SSP è simile ad una seduta di cromoterapia in un centro benessere: una cosa banalmente piacevole. Il vaccino a Palermo si può fare dal parrucchiere. C’è, in entrambi i casi, una mira estetica evidente. Posso morire quando e come voglio, ma se non muoio sono obbligato a vivere a condizioni dettate dal potere. Altrimenti sono un paria,  un untermensch, un eretico apostata.

Le persone si vaccinano perché si sentono sicure. Non c’è nulla di male in questo se non che non importa lo siano davvero, basta che si sentano tali. Sono profondamente disturbate dall’incredulità di chi non intende vaccinarsi, perché il focus non riguarda la salute ma la salvezza tramite la fede. Non ha alcuna importanza, per chi “crede” nel vaccino e nella “Scienza”, che il vaccino funzioni, basta pensare che lo farà in un futuro che più ti avvicini, più scappa (“un ultimo sforzo, ci siamo quasi”). La necessità urgente è quella di credere, il che rende inutilmente fastidioso un autentico dibattito laico sull’argomento. In remote regioni dell’Angola ancora oggi gli stregoni fanno riti per risvegliare i morti, gli zombi, affinché la notte coltivino i campi al posto dei contadini. Il contadino non deve recarsi nel campo nottetempo se non vuole essere ucciso dagli zombi (non ha modo di verificare, ma ha paura e crede). Vivi e morti non devono mai incontrarsi altrimenti i due regni si mescolano e la verità prende il sopravvento: la vita non può esistere nella morte e viceversa. Quando il raccolto va in malora per l’incuria, la colpa ricade sull’obolo insufficiente versato dal contadino allo stregone. È il vivo che pecca, il morto è virginale, senza peccato. La fede non è falsificabile, insegna Karl Popper. Il dubbio al contrario è mancanza di risposte certe, di dati di realtà. Il fine più nobile che possa raggiungere l’uomo è la rimozione dell’ignoto, cioè della realtà stessa.

La mentalità contemporanea si è radicalizzata nella cupio dissolvi: la pulsione di morte come unico limite-meta da conseguire. Se non posso sconfiggere la morte, tanto vale che mi ci getti dentro. L’annichilimento anche materiale: la cremazione è in aumento vertiginoso da anni. Le persone rifiutano il processo necrotico, il luogo fisico della tumulazione, l’ossificazione? Ciò che Giorgio Agamben chiama la “nuda vita” è in realtà un simulacro della morte. È la nudità dello scheletro: la vita incorporea,  senza rapporti, senza svaghi, senza piacere, senza rischi, senza fallimenti né successi, priva di premi e di castighi. Con raccapriccio Agamben, all’inizio della pandemia, fu il primo a rilevare la soppressione del culto dei morti, la distruzione dei corpi con il fuoco (vivi e zombi non devono mai venire in contatto), le salme sottratte ai parenti cioè la negazione della morte come evento comunitario, unitivo, giudicandoli effetti clamorosi della dissoluzione dell’idea stessa di civiltà.

L’esistenza come rifiuto del dilemma morale della scelta che rende l’obbligo il nuovo Moloch (anche vaccinale, per introdurre altri lacci abituando l’uomo ad accettarli per fede). La vita medicalizzata intrisa di farmacopea che descrive Ivan Illich. La vita che non vale la pena di essere vissuta – ancora Camus – ma che va lasciata vivere dal potere. Potere generativo, sostentativo e privativo che viene sottratto a Dio. Il mistero che ammanta la Sua Volontà deve essere rimosso.  Potere che illude sulla libertà – la concede a condizioni stabilite ma convulsamente mutevoli – e autodeterminazione: il sé che si realizza come atto solo nel proprio annichilimento. Ecco lo spazio concesso dal potere trasfigurato in dominio. Ci sono chiare formule-spia del fenomeno: “libertà collettiva” (un assurdo logico: non c’è libertà se altri decidono per me) e “obbligo morale” (altro assurdo: se c’è obbligo, non c’è opzione, se non c’è opzione, non esiste morale) su tutte, o “pandemia dei non vaccinati”. Non è il virus che uccide, è l’eresia. La libertà che, si badi, non va invocata per sottrarsi alla vaccinazione, come ha ammonito il presidente Mattarella, ma quando si tratta di suicidarsi riacquista un valore intangibile. Se è collettiva, tutti dovranno morire, non quando lo vorrà il singolo, ma quando lo prescriverà la fede. Il permesso accordato diventa prescrizione, se è vero che in Belgio si discute la possibilità di introdurre l’eutanasia “non richiesta”: è l’apparatchik che ti guarda, vede che hai una brutta cera e decreta che sei pronto per lo Sheol.

Il vero esorcismo culturale in atto è quello della morte. La morte cosmetica, la morte cosmesi della vita: indolore, programmata, esteticamente gradevole. Un esorcismo omeopatico, che combatte la morte tramite la morte. Riduzione della popolazione mondiale, aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale – il connubio sterile per eccellenza – controllo sociale esasperato inteso come limitazione della vita, l’odio verso i bambini che trabocca quando li si vuole “trattare” per “proteggere” i vecchi. Sono i valori ambiti nell’Occidente satollo che tutto ha esperito e di nulla ha goduto. La reazione avversa anche letale è perfettamente accettabile: se il vaccino non salva il singolo, l’importante è che si salvino “gli altri”. La vita e il dolore non hanno più senso. La salvezza o è qui e ora, o non è. In attesa che sia la “libertà collettiva” a dirci quand’è il momento di levarci di torno. La psiche delle persone è sfarinata, l’io un diabolico nemico. Andiamo incontro ad una nuova religione che ha per eucarestia la morte. Forse anche per questo l’idea di Cristo risorto e della vita eterna sono così ripugnanti, temo a buona parte dei cristiani stessi.

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