Sposalizio della Vergine affreschi di San Girolamo
Sposalizio della Vergine affreschi di San Girolamo

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Esiste un triplice pericolo nelle attuali considerazioni sulla famiglia. In primo luogo siamo di fronte ad un voluto paradosso: da una parte si fa della famiglia l’elemento dell’oscurantismo tradizionale, la struttura culturale della corruzione e della castrazione dell’anarchica definizione fluida della propria identità; dall’altra si erge a famiglia qualsiasi tipo di “istintuale complicità erotica di intenti e desideri”. È evidente che dietro tale paradosso serpeggi l’antica ideologia egualitaria che adotta il principio della indeterminazione di ogni natura. Solo un essere che rivendica l’indeterminazione perenne della propria essenza può valutare la famiglia in quanto tale come elemento di oppressione, per poi pretendere che ogni unione sia da considerarsi “famiglia”. Perché in fondo nulla lo è davvero, come in nulla mai davvero si dà l’essenza, la verità sulla propria natura e sulla propria identità sessuale.

A ciò c’è da aggiungere la considerazione – avallata anche da molti cattolici – che la famiglia pensata da Dio, frutto del matrimonio sacramentale tra uomo e donna, sia una sorta di vetta morale, apice di uno sviluppo che può (anche) prendere avvio da una pacifica “convivenza” o “unione civile”. In questo caso, più che una equiparazione laica del sacramento alla unione civile, penso si debba riflettere sul misconoscimento del peccato. Se era vero qualche anno fa che un divorziato – intenzionalmente in stato di adulterio – può accedere alla Comunione, può essere altrettanto legittimo, adesso, che la convivenza o un patto matrimoniale riconosciuto civilmente non sia visto come occasione e condizione di peccato, ma come possibilità legittima in sé. In fondo, è il senso del peccato mortale a venire meno, perché è venuto meno il senso generale di peccato/colpa/Giudizio divino. E dietro la falsa parvenza dello Spirito Santo, si nasconde l’anarchia della legge e il misconoscimento di Cristo, come vittima sacrificale (in forza del peccato di Adamo) e al tempo stesso Giudice (in forza della Sua Divinità e dei Suoi Comandamenti).

Anche perché, sarebbe davvero ipocrita far finta di non sapere che l’unione civile sia nata in sostituzione sovversiva e rivoluzionaria contro Dio e la Sua Chiesa. Lo Stato di diritto della Rivoluzione francese è uno stato fieramente anticristico, sia quando – un tempo – istitutiva il matrimonio civile e il divorzio, sia quando – oggi – legifera in materia di morale familiare e identità sessuale, ben oltre di un “patto di convivenza” tra uomo e donna.

Persino Hegel, che di Modernismo è il padre sul piano teologico (vedi qui), vedeva contrapposti famiglia e società civile. E per quanto sia molto pericoloso, da una prospettiva cattolica, fare riferimento ad Hegel, è necessario e opportuno riconoscergli due meriti. Aver superato la mentalità borghese per una visione più profonda delle “contraddizioni” dell’uomo; aver contrapposto famiglia a società civile (nel senso di societas). La famiglia è un universo morale di appartenenza e riconoscimento. Non una unione di individui che si accompagnano durante un certo tempo.

Secondo Hegel, infatti, l’uomo determina se stesso – raggiunge sintesi razionale di sé – conciliando due grandi contraddizioni interiori: la prima lo lega alla animalità, alla paura della morte, all’istinto di sopravvivere; la seconda all’individualismo del possesso e della soddisfazione dei bisogni materiali. Rispetto alla animalità, ogni uomo sente di essere libero (di cui aveva già parlato Platone, nel mito della biga alata): di essere uomo, cioè padrone della paura della morte (tesi ripresa anche da Fukuyama, in merito al capitalismo democratico, come analizzavo qui). Per questo aspira all’onore; rivendica di essere riconosciuto nel suo valore. Rispetto alla seconda contraddizione, l’uomo legittimamente fa suoi i diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà privata (mentalità liberale); tuttavia sente di volersi e doversi elevare a qualcosa di più grande: ad un Universale che è in contrapposizione (antitesi) al suo individualismo. Questo universale si presenta alla coscienza come Legge Morale assoluta (Critica della Ragion pratica di Kant), che lo obbliga ad agire secondo morale, cioè per puro dovere, senza altra finalità che agire conformemente alla volontà universale e non solo particolare.

Tuttavia, questa Legge Morale assoluta si concretizza davvero – per Hegel – solo nella Famiglia, perché la Famiglia, l’unione in matrimonio di un uomo e una donna, è il primo vero Universo, all’interno del quale ognuno è accolto (e non comprato) e riconosciuto (gratuitamente amato in quanto tale, e non perché qualcuno ha deciso che si tratta di essere umano o non ha problemi genetici). La Famiglia è la prima vera comunità, in cui coloro che vi appartengono, sanno di appartenere ad un Tutto, ad un Intero, che ha l’unico fine di perpetuare se stesso, integrando, conciliando, fondendo gli interessi e le logiche individuali.

Una unione civile non è il corrispettivo laico del matrimonio, quanto la sua contrapposizione. Come la comunità (familiare) si contrappone alla società, cioè ad un insieme di individui che si associano liberamente, dietro contratto o in modo silente e implicito, a tempo, conservando ognuno propri interessi e cercando di non produrre attrito con gli interessi dell’altro membro della società. La comunità della famiglia si fonda su un legame di intima prossimità, che conduce alla abnegazione di sé come prevede la scelta razionale, libera e volontaria di amarsi –; l’unione civile si fonda, al contrario, su un legame che resta di pacifica, tollerante e rispettosa estraneità.

A maggior ragione se in ambito cattolico è Dio stesso a creare sacramentalmente quel “noi” come una carne sola.

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