matrimonio omosessuale

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il New York Times ha recentemente suggerito che la prima enciclica di Papa Leone XIV potrebbe aiutare il cattolicesimo a liberarsi dalla sua presunta ossessione per la cosiddetta «teologia pelvica» — l’insieme degli insegnamenti ecclesiali sulla morale sessuale. Secondo questa lettura, decenni di attenzione ai «peccati sotto la cintura» avrebbero distolto la Chiesa dalla sua missione sociale, indebolendone la voce in difesa dei lavoratori e degli emarginati.

E’ questa una posizione che, purtroppo, si sta facendo spazio alla velocità della luce anche nel mondo cattolico. Tanti oramai la pensano allo stesso modo, anche tra i chierici, compresi quelli di alto livello. Ricordiamo che sia Papa Francesco sia Papa Leone XIV hanno osservato che quando il mondo parla di morale, spesso lo fa riducendola a quella che riguarda i problemi “sotto la cintola”. 

Nell’intervista-libro con Dominique Wolton (Pape François. Politique et société, 2017/2018): “C’è un grande pericolo per i predicatori, quello di condannare solo la morale che è – scusatemi – ‘sotto la cintola’. Ma gli altri peccati più gravi: l’odio, l’invidia, la superbia, la vanità, uccidere un altro, togliere una vita… questi vengono menzionati raramente.” Ha aggiunto che i peccati della carne sono “i più leggeri, perché la carne è debole”, mentre i più pericolosi sono quelli dello spirito. Ha citato con ammirazione un cardinale che, di fronte a confessioni di questo tipo, rispondeva “Capisco, andiamo avanti”.(leggi qui

Anche Papa Leone XIV ha ripreso temi simili, sottolineando che l’unità (o divisione) della Chiesa non deve ruotare principalmente intorno alle questioni sessuali e che la morale non si riduce a esse. Nel volo di ritorno da un viaggio (aprile 2026) ha detto: “Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà… che dovrebbero avere la priorità rispetto a quella particolare questione.” 

Spiace che anche la parte cattolica si presti a una posizione molto insidiosa e pericolosa, che invece va combattuta.

Noelle Mering, nel suo articolo pubblicato su eppc.org, smonta questa tesi con argomenti solidi e consequenziali.

Il punto di partenza è una critica epistemologica precisa: chi separa morale sessuale e dottrina sociale dà per scontata una dicotomia che la Chiesa ha sempre rifiutato. La sessualità non appartiene a una sfera privata e irrilevante: «Il sesso crea obblighi. Crea madri, padri, figli, dipendenze, legami e vulnerabilità». È, in altre parole, il tessuto connettivo di ogni società.

Mering lo dimostra con esempi concreti e difficili da ignorare. Lo sfruttamento denunciato dal movimento MeToo è forse solo una questione privata? L’epidemia di assenza di figure paterne non rivela il legame profondo tra castità, carità e stabilità sociale? Le crisi di solitudine e sfiducia che attraversano le nostre comunità non sono forse legate alla riduzione del sesso a «preferenze private e appagamento personale»?

Il nodo teorico centrale è l’identità della logica che la Chiesa combatte su entrambi i fronti. Papa Leone XIII, nella Rerum Novarum, denunciò il trattamento dei lavoratori come «strumenti di produzione o unità di utilità economica». Quella stessa logica utilitaristica, osserva Mering, «non si è fermata alle porte della fabbrica. Si è estesa in ogni angolo della vita umana», fino a mercificare il corpo, la fertilità e l’intimità. La «teologia pelvica» è dunque parte integrante — non antagonista — della dottrina sociale cattolica.

L’analisi si fa ancora più tagliente quando Mering volta lo specchio verso il progressismo contemporaneo: molti riconoscono i pericoli della mercificazione in economia, ma la ignorano sistematicamente nella sfera sessuale e familiare. Si oppongono giustamente al lavoro precario, ma «celebrano una rivoluzione sessuale che ha generato enormi profitti per industrie costruite sull’instabilità, l’appetito e l’alienazione». App di incontri, pornografia industriale, aziende farmaceutiche che traggono profitto dall’ideologia di genere: sono tutti volti della stessa disumanizzazione.

In questo quadro si inserisce perfettamente la nuova enciclica Magnifica Humanitas sull’intelligenza artificiale, che mette in guardia dal ridurre la persona umana a dati o materia prima tecnologica. Non una rottura, ma una continuità: «La rivoluzione industriale rischiava di ridurre l’uomo a una forza lavoro. La rivoluzione sessuale rischiava di ridurlo a un appetito. La rivoluzione dell’IA rischia di ridurlo a una macchina».

In ogni epoca, la risposta della Chiesa è la medesima: la persona umana è «una creatura fatta a immagine di Dio, dotata di una dignità inviolabile che nessun mercato, Stato, ideologia o tecnologia può cancellare». Separare la morale sessuale dalla giustizia sociale non è una raffinatezza intellettuale — è un errore che impoverisce entrambe.

 

 

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