Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Michel Janva e pubblicato su Le Salon Beige. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Bandiere LGBT in piazza San Pietro - Roma
Bandiere LGBT in piazza San Pietro – Roma

 

Claves presenta alcuni elementi del ricco articolo pubblicato lo scorso autunno da Mons. Kruijen su Sedes Sapientiae. Questa prima parte introduce la riflessione di Mons. Kruijen sull’approccio “equilibrato ma non inclusivo” della Chiesa. L’articolo completo si trova in Sedes Sapientiae, la rivista di formazione teologica e spirituale della Fraternité Saint-Vincent-Ferrier. Ricordiamo innanzitutto i tre numeri dedicati all’omosessualità nel Catechismo della Chiesa cattolica:

2357 L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Ecco l’articolo di Mons. Kruijen:

La Chiesa e l’omosessualità: un approccio equilibrato

Nel contesto del “sinodo sulla sinodalità”, alcuni cattolici chiedono un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, il che richiede alcune riflessioni critiche. Cominciamo col dire che, nel nostro mondo, il modo di affrontare il fenomeno dell’omosessualità (e, più in generale, il cosiddetto movimento LGBTQI+) sembra oscillare tra gli estremi. Mentre ci sono ancora Paesi in cui le persone coinvolte rischiano la pena di morte, nei Paesi secolarizzati, al contrario, il fenomeno in questione non solo è ampiamente tollerato, ma addirittura promosso pubblicamente come segno di libertà e di autoaffermazione (basti pensare al “Mese dell’Orgoglio”), e persino di progresso morale. Di conseguenza, si esercitano forti pressioni su chiunque osi mettere in discussione questo discorso libertario (basti pensare ai pasticceri che sono stati portati in tribunale per essersi rifiutati, per motivi di coscienza, di preparare torte “arcobaleno” per le unioni omosessuali).

Lontano da questi estremi, l’autentica dottrina della Chiesa cattolica sull’omosessualità promuove un approccio equilibrato che coniuga il rispetto della dignità delle persone e la fedeltà al suo insegnamento morale[2]. È ancora più deplorevole che un numero crescente di membri della gerarchia ecclesiastica critichi pubblicamente questa dottrina, nonostante sia basata sulla Rivelazione.

Lo scopo di questo contributo non è quello di offrire uno studio completo dell’insegnamento della Chiesa cattolica sul delicato e complesso tema dell’omosessualità[3]. Ci limiteremo per lo più ad estrarre alcune proposte, oggi promosse da un numero crescente di cattolici, seguite da un commento critico[4]. Ci proponiamo poi di ampliare la nostra riflessione in una sezione iniziale seguita da una conclusione.

Proposizione 1: “Tutti hanno un posto nella Chiesa”.

In risposta all’illimitata “inclusione”, oggi invocata come un mantra all’interno della Chiesa, si possono fare alcune considerazioni.

In primo luogo, la natura illusoria di questo slogan, soprattutto perché i suoi più ferventi sostenitori sono generalmente pronti a vilipendere e ostracizzare chi non la pensa come loro. In realtà, in ogni gruppo sociale, compresa la Chiesa, c’è almeno una categoria che non è gradita (si pensi, ad esempio, ai fedeli legati alle forme liturgiche tradizionali[5]). Oggi, chi si limita a mantenere alcuni elementi della dottrina cattolica riguardanti, ad esempio, l’omosessualità o le condizioni di accesso ai sacramenti, viene regolarmente accusato di essere un rigido fariseo che scaglia pietre contro gli altri, se non di appartenere a “frange tradizionaliste o addirittura fondamentaliste”.

In secondo luogo, sembra ovvio che ogni comunità umana abbia bisogno di criteri di appartenenza e di limiti (ideologici o dottrinali, comportamentali, ecc.), senza i quali perde la sua identità, si frammenta o si dissolve nell’informe. Così, già nell’Antica Alleanza, esisteva una sorta di sentenza di scomunica che consisteva nel “tagliare fuori dal suo popolo” coloro che si erano resi colpevoli di gravi reati (si veda ad esempio Es 31,14; Lev 19,8).

Sebbene il Nuovo Testamento, come il Maestro, ci inviti ad amare il prossimo, anche se è un grave peccatore, non rompe radicalmente con questa logica di inclusione condizionata. Mt 18,15-17 ci invita a considerare “come il pagano e il pubblicano” il fratello che rifiuta ostinatamente di correggersi. C’è poi tutta una serie di passi che ci invitano a tenerci lontani da certe persone (soprattutto tra i “fratelli”, cfr. 1 Cor 5,11), ad esempio “ogni fratello che conduce una vita disordinata”, il “dissoluto” o “l’eretico”, senza però considerarli come nemici[6]. In questo modo, sarebbe del tutto sbagliato confondere la morale evangelica con un modello libertario, secondo il quale sarebbe possibile essere un cristiano fedele qualunque sia il proprio modo di vivere e di credere.

In effetti, Gesù ha posto delle condizioni senza le quali non si poteva essere suoi discepoli, come prendere la propria croce o rinunciare a tutti i propri beni (cfr. Mt 10,38; Lc 14,33). Da parte sua, Paolo consegnò un credente incestuoso “a Satana” (1 Cor 5,4-5) perché si convertisse. Infine, va notato che questi elementi esclusivisti si ritrovano anche a livello escatologico. Gesù afferma che, al momento del giudizio, dirà “in faccia” a “molti”: “Via da me, voi che commettete iniquità” (Mt 7,23). Infine, l’ultimo libro del canone delle Scritture non si conclude senza questa sentenza di esclusione senza appello: “Fuori i cani e i maghi, i fornicatori e gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama o pratica la menzogna” (Ap 22,15 TOB).

Michel Janva

 


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