Nella domenica delle Palme vale la pena leggere un testo tratto dal diario di una pellegrina in Terra Santa del IV secolo, che descrive la liturgia alla quale partecipò, in questo giorno, a Gerusalemme.

  don Alberto Strumia

 

Domenica delle Palme

 

«La domenica con cui inizia la settimana di Pasqua, che qui si chiama la “grande settimana”, celebrate le funzioni come di consueto all’Anastasis [il luogo della Risurrezione] e alla Croce [il Calvario] dal canto del gallo fino al mattino, la domenica mattina dunque ci si riunisce secondo il solito alla chiesa maggiore, chiamata Martyrium (si chiama così perché si trova sul Golgota, vale a dire dietro la Croce, dove il Signore ha sofferto la passione, e perciò ha il nome di Martyrium).

Quando alla chiesa maggiore sono state compiute tutte le celebrazioni, seguendo l’uso abituale, prima del congedo l’arcidiacono leva la sua voce e dice: “Durante quest’intera settimana, a partire da domani all’ora nona, riuniamoci tutti al Martyrium, cioè alla chiesa maggiore”. Questi eleva poi la sua voce un’altra volta per dire: “Oggi, all’ora settima, siamo tutti presenti all’Eleona”.

Avvenuto il commiato alla chiesa maggiore, ossia al Martyrium, si accompagna il Vescovo fino all’Anastasis con inni e qui, avendo compiuto tutto ciò che è consuetudine fare all’Anastasis di domenica dopo il congedo al Martyrium, tutti si affrettano a casa per mangiare, in modo da essere presenti all’inizio dell’ora settima nella chiesa dell’Eleona, quella che si trova sul Monte degli Ulivi dove c’è la grotta in cui insegnava il Signore.

Dunque all’ora settima tutto il popolo sale al Monte degli Ulivi, ossia all’Eleona, alla chiesa. Il Vescovo prende posto; si dicono inni e antifone appropriati al giorno e al luogo, come lo sono le letture. Appena iniziata l’ora nona, subito si raggiunge con inni l’Imbomon, luogo da cui il Signore ascese al cielo, e là ci si siede: infatti tutto il popolo, sempre alla presenza del Vescovo, è invitato a sedersi. Solo i diaconi rimangono sempre in piedi. Anche qui si dicono inni e antifone appropriati al giorno e al luogo, e lo stesso si fa per le letture che si intercalano e per le preghiere.

Allorché comincia l’ora undicesima, si legge il brano evangelico in cui i bambini con rami e con palme vanno incontro al Signore, dicendo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Subito il Vescovo si alza in piedi e così il popolo. Poi dall’alto del Monte degli Ulivi si fa a piedi l’intero cammino. Tutto il popolo procede davanti al Vescovo con inni e antifone, rispondendo sempre: Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Tutti i bambini del luogo, anche quelli che non sanno ancora camminare perché troppo piccoli e che sono portati a cavalcioni dai genitori, tutti hanno dei rami, chi di palma, chi di ulivo; così la folla accompagna il Vescovo nello stesso modo in cui quel giorno venne accompagnato il Signore.

Dall’alto del monte fino alla città e di qui, attraversandola tutta, fino all’Anastasis tutti quanti fanno il percorso interamente a piedi, anche se vi sono dame o personaggi insigni. In tal maniera scortano il Vescovo rispondendo ai salmi. Così, procedendo piano piano perché la gente non si affatichi, si arriva all’Anastasis che è già sera. Giunti là, benché sia tardi, si celebra il lucernare [preghiera a Cristo Luce: «O Luce Radiosa…»], si fa ancora una preghiera alla Croce e si rimanda il popolo. »

[Diario di Egeria, nn. 30-31]

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1