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di Lucia Comelli

 

Venerdì scorso, 28 ottobre, si è tenuto a Roma, un convegno sul tema Il rischio educativo nel linguaggio dei media e la transizione di genere. L’evento si sarebbe dovuto svolgere in una Sala del Campidoglio, ma, nonostante la richiesta di utilizzo presentata diverse settimane fa dal consigliere comunale Fabrizio Santori, il Campidoglio non aveva ancora fornito ieri una risposta ufficiale: non potendo vietarlo formalmente, ma ritenendolo politicamente inopportuno, temporeggiava. Il boicottaggio e le assurde accuse giunte da alcuni esponenti dello staff del sindaco Gualtieri non hanno comunque fermato l’iniziativa: l’evento – organizzato dall’associazione Non si tocca la famiglia e dall’ Osservatorio di bioetica di Siena con l’appoggio di molte altre realtà – si è comunque tenuto in altra sala ed è stato molto interessante, grazie al livello alto degli interventi.

I primi due relatori, il prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo e psichiatra, presidente dell’Associazione Family day, e il dott. Paolo Scapellato, psicologo e psicoterapeuta, hanno esaminato i dati scientifici relativi alla disforia di genere e agli esiti, problematici, dell’approccio affermativo[1]; la dott. D’Amico – insegnante e Presidente dell’Associazione Non si tocca la Famiglia – ha illustrato i risvolti educativi e giuridici di iniziative come la Carriera Alias, avviata da circa un centinaio di istituti italiani: un illecito amministrativo che rischia di ingabbiare adolescenti, quindi persone in fase evolutiva, in una falsa identità. Una seconda sessione del convegno ha visto la presentazione e il lancio del Manifesto dell’Osservatorio internazionale la Petite Sirène, ad opera della sua portavoce, la dott. Sophie Dechène, contro la medicalizzazione invasiva della transizione di genere nei minori.

Prima della suddetta tavola rotonda, due madri della neocostituita Associazione Genitori De Gender hanno voluto testimoniare la loro drammatica esperienza, molto diversa dall’immagine superficiale che sul tema circola sui mass media. Credo che valga davvero la pena di conoscerla!

[1] Trattamenti affermativi/confermativi di genere sono quelli che attraverso trattamenti ormonali ed interventi chirurgici modificano le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie per allineare l’aspetto fisico di una persona con la propria identità di genere (quella a cui il soggetto sente di appartenere).

 

Seconda testimonianza (la prima la trovate qui)

 

Sono la mamma di una ragazzina che si definisce trans.

Non mi piace nascondermi, ma oggi non posso far altro. Anche se vorrei metterci la faccia, il mio primo dovere è quello di tutelare e rispettare l’identità, la libertà e la privacy di mia figlia. 

Mentre pensavo a come rendermi irriconoscibile, mi è venuto in mente che potrei prendere in prestito la maschera di mia figlia, quella che da più di un anno indossa ogni singolo giorno, e con la quale si trasforma in quello che lei ritiene essere il suo “vero sé”. 

Ben lontana dall’evocativo blocco di marmo grezzo in cui lo scalpello scopre la forma già nascosta della statua, questa nuova ricerca di sé ha più l’aria di uno scafandro portato -a mo’ di divisa- da un esercito di ragazzine.

Prevede vestiti extra large, per lo più neri, scarpe da ginnastica di due numeri più grandi e corpetti contenitivi che a mala pena permettono di respirare. Un travestimento che le costringe a movimenti e posture innaturali e a usare toni di voce profondi e modi di parlare grezzi. Non le lascia nemmeno fare il bagno d’estate o ridere e schiamazzare felici con le loro amiche, come facevano fino a poco tempo fa.

Cosa c’è di male in un travestimento? Mi direte.

Niente, dico io, fin tanto che abbiamo coscienza (almeno noi adulti) di stare giocando.

Non diremmo a un bambino vestito da Superman che ci saluta dalla cima di una scala che è davvero un supereroe e che quindi può volare. 

E non diremmo a una ragazza di nemmeno 50 kg che si vede grassa che può mettersi a dieta. 

Dunque, non diremmo a una ragazza che si sceglie un nome da maschio che è un maschio… ah no, questo purtroppo lo facciamo. 

Le nostre figlie a un certo punto sono state indotte a pensare che le loro difficoltà, le loro tristezze, le loro stranezze, o semplicemente il loro disagio per la pubertà fossero segnali del loro essere trans. Da quando si sono tagliate i capelli e si fanno chiamare dagli amici con un nome maschile credono di essere diventate maschi. Questo è il loro problema. 

I vostri figli, loro amici e compagni, sono stati indottrinati nel riconoscerle come maschi, utilizzando i pronomi maschili come richiesto, nonostante sappiano distinguere i maschi dalle femmine fin dal primo anno di asilo: questo è il problema dei vostri figli, vostro e nostro.

Perché lo stesso vale per gli insegnanti, gli psicologi, i medici e in generale gran parte della nostra società. Siamo tutti stati ammaestrati. 

Ma cosa succede se la realtà invece di farti da specchio, si adatta alla tua fantasia e alle tue illusioni? Ci cadi dentro, senza rete di sicurezza. 

Le nostre figlie a un certo punto hanno spostato l’attenzione dalla difficoltà del crescere e scoprire loro stesse, all’obiettivo di essere o di essere percepite dalla società come maschi. 

Ma maschi non potranno diventarlo mai, senza una bacchetta magica. A volte a noi mamme piacerebbe averla per far felici i nostri figli. Ogni cellula del loro corpo è, e rimarrà, quella di una femmina.

Questa però non è la verità di internet e dei social network, dove perfino i medici, nei loro profili di TikTok, si dichiarano pronti ad esaudire i desideri di cambiare sesso. 

Quali sono i sogni delle nostre figlie e di tutte le ragazzine trans? Per cominciare “T” e “top surgery”. Ovvero iniezioni di testosterone a vita e mastectomia bilaterale.

C’è sempre un grande rischio nel dare a un singolo grande obiettivo la responsabilità della propria felicità, figuriamoci quando si tratta di un miraggio che porta gravi e irreversibili conseguenze per la salute.

Oggi voglio dirvi cos’è che ci spaventa.

E non è il giudizio degli altri, sui nostri figli o su di noi come genitori, o il timore di deludere amici e parenti, o perdere l’amicizia di qualcuno. Non è nemmeno la prospettiva che i nostri figli non trovino lavoro, che vengano emarginati, o di non avere noi in futuro dei nipotini, come azzarda qualcuno.

Ecco di cosa abbiamo paura.

Io ho paura che mia figlia svenga sull’autobus perché indossa il binder da troppe ore. 

Ho paura che il pediatra mi riparli di bloccanti della pubertà, magari davanti a lei.

Ho paura che se domani vorrà tornare sui suoi passi si sentirà morire di vergogna, e non avrà il coraggio di farlo.

Ho paura che investa tutte le sue energie nella costruzione di un falso sé.

Ho paura che passi una legge che mi impedisca di chiamare mia figlia col suo nome. Ho paura che a scuola i prof la chiamino al maschile alle mie spalle. 

Ho paura che mi chieda di andare in una clinica di genere per iniziare gli ormoni, ho paura che ci vada da sola quando avrà 18 anni.

Ho paura che i medici non vedano oltre la sua disforia di genere, e non si occupino delle problematiche psicologiche di cui soffre.

Ho paura che gli ormoni la facciano stare peggio.

Ho paura che voglia farsi rimuovere i seni.

Ho paura del suo dolore e ancora di più ho paura del piacere al quale avrà rinunciato per sempre, ancor prima di averlo potuto provare.

Ho paura che se un giorno avrà un neonato tra le braccia scoprirà un tumulto potente in un seno ormai fantasma che vorrebbe poter nutrire.

Ho paura che debba ricorrere all’isterectomia prima di aver avuto un compagno, una relazione, un incontro amoroso. Ho paura che vorrà dei figli, quando non potrà più averne.

Alla falloplastica e alle sue conseguenze, non posso nemmeno pensare.

Ho paura che ogni traguardo non sarà mai abbastanza per sentirsi davvero maschio e che a un certo punto si accorga che non era mai stato quello il problema. Come sta accadendo a migliaia di ragazzi negli ultimi anni.

 Per i ragazzi trans, “avere tutto” equivale a rinunciare a troppo: a un corpo sano e integro, alla funzionalità sessuale, alla possibilità di procreare. 

Una tale sofferenza, un così grande sacrificio e in fin dei conti non essere nemmeno felici?

Ho paura che quando saranno passate la luna di miele e l’euforia di genere, quando i dubbi, i dolori e l’infelicità faranno capolino, la comunità LGBT+ che ha fatto il tifo per la sua transizione la butterà via come una ciambella senza buco. La comunità trans la scomunicherà, i medici che l’hanno operata non l’assisteranno, per non fare i conti con il proprio fallimento e la propria coscienza.

Ho paura che allora le rimarrò praticamente solo io, la sua mamma. E naturalmente ho paura che non le basterà.

 

Nota: 

[1] Trattamenti affermativi/confermativi di genere sono quelli che attraverso trattamenti ormonali ed interventi chirurgici modificano le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie per allineare l’aspetto fisico di una persona con la propria identità di genere (quella a cui il soggetto sente di appartenere).

 


 

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