Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

adorazione eucaristica

 

Puntata n. 22 – I carismi dei fondatori e le comunità nella Chiesa (II)

La dimensione oggettiva della contemporaneità di Cristo: l’“istituzione”

Entriamo subito nel vivo del tema che dobbiamo ora affrontare, che completa la risposta alla domanda: «Che cosa mi manca ancora?», ritraducendola nei termini di due domande particolari. Incominciamo dalla prima: Che cosa assicura “oggettivamente” la contemporaneità tra noi e Cristo, attraverso la Chiesa?

Dove l’avverbio “oggettivamente”, sta ad indicare il fondamento oggettivo della certezza della nostra connessione con Cristo; in altri termini che non siamo noi ad immaginarcela, basandoci sulle nostre impressioni, o sui nostri sentimenti, come se fossimo dei visionari che non sono sicuri dell’autenticità delle loro esperienze. Questa connessione oggettiva ci è garantita da quattro fattori: 1) La Sacra Scrittura, 2) La successione apostolica con il primato di Pietro, 3) La tradizione, 4) I Sacramenti.

Non intendo qui svolgere uno per uno questi punti per i quali preferisco rimandare direttamente al Catechismo (anche perché il dato oggettivo è stato molto approfondito nella dottrina della Chiesa), quanto sottolineare l’aspetto comune della loro importanza, che è quello dell’“oggettività”, cioè del fatto di non dipendere dalla santità del soggetto, così che, a questo livello, siamo garantiti da un’“istituzione” che ha origine direttamente in Dio e in Gesù Cristo.

Già san Tommaso aveva spiegato come non sia la santità del ministro ordinato, o quella del soggetto che li riceve, a rendere validi ed efficaci i Sacramenti e il Concilio di Trento formulerà, a questo proposito, la dottrina dell’ex opere operato. Questa garanzia è fondamentale, perché se il legame con Cristo dipendesse in prima istanza dai nostri meriti, dalla santità dei membri della Chiesa e dalla santità dei ministri, non si potrebbe mai avere la certezza di essere in connessione organica con Lui. Così l’unità con il Vescovo in comunione con gli altri Vescovi e con il Papa ci assicura l’innesto nella Chiesa di Cristo; il Battesimo ci assicura l’incorporazione a Cristo e l’appartenenza alla Chiesa, l’assoluzione sacramentale ci assicura l’efficacia del perdono del Signore, e così via.

Questa dimensione “oggettiva” della contemporaneità di Cristo è particolarmente evidente nel caso della celebrazione dell’Eucaristia che è il “memoriale” della Passione di Cristo. Il termine, “memoriale” in uso nella liturgia, sta a significare proprio questo: non una commemorazione, non lo sforzo di un ricordo, ma la connessione oggettiva con quella “Passione unica e irripetibile” che, attraverso il Sacramento ci diviene “contemporanea”, come se la distanza di tempo tra noi e il momento in cui il Signore ha vissuto la sua Passione fosse annullata.

 

La dimensione soggettiva della contemporaneità di Cristo: l’esperienza destata da un carisma

La seconda domanda nella quale ritraduciamo l’interrogativo del giovane ricco: «Che cosa mi manca ancora?», è questa: Che cosa mi fa percepire, anche “soggettivamente”, questa contemporaneità di Cristo, nella Chiesa? E la risposta è: l’esperienza di Cristo oggi.

Questo è un punto ancora poco approfondito nella riflessione teologica, spesso identificato con l’esperienza contemplativa, lasciato ad una vita mistica fuori dell’ordinario e quasi mai preso in considerazione in vista del cammino educativo normale dei cristiani. E oggi necessita di essere particolarmente considerato. Mi sembra che ci siano due versanti di questo approfondimento.

  1. a) Il versante “cristologico”

Se Cristo è Risorto, quindi è vivo e contemporaneo deve essere possibile anche a me oggi averne una qualche forma di esperienza; e non solo un’esperienza interiore, ma anzitutto un’esperienza che segua la “legge dell’Incarnazione”, che è anche quella della conoscenza comune. Un’esperienza, cioè che parte prima di tutto dai sensi, per giungere poi al livello intellettivo e affettivo, cioè interiore.

  1. b) Il versante “ecclesiologico”

Se Gesù Cristo è realmente Presente nella Chiesa, in che modo la Chiesa diviene “luogo concreto” di esperienza per me? Che cosa colma la distanza tra la Chiesa universale e la Chiesa come io la posso incontrare e vivere in una comunità particolare che abbia una dimensione di fraternità e compagnia quotidiana e non si limiti alla partecipazione alla liturgia e a qualche momento caritativo od organizzativo? In che modo la Chiesa mi raggiunge nella mia vita quotidiana?

Questo è il punto sul quale siamo oggi maggiormente scoperti.

  1. a) Perché raramente i fedeli concepiscono il loro cristianesimo in modo non individuale.
  2. b) Spesso la partecipazione a delle comunità, o gruppi, si identifica con la richiesta di prestazione di servizi e non è vera occasione di formazione e crescita umana e spirituale per la persona.
  3. c) Raramente le comunità sono un luogo di fraternità vissuta.
  4. d) Manca quasi sempre la passione missionaria, perché dove non c’è esperienza non c’è nulla che sia degno di essere comunicato agli altri e mancano anche dei motivi ragionevoli per questa comunicazione.

Questo è, dunque, il versante “soggettivo”: i discepoli, e quanti incontravano, ascoltavano e vedevano Gesù, avevano modo di toccare con mano potevano sperimentare che la vita cambiava stando con Cristo («Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi […] ciò che le nostre mani hanno toccato», 1Gv 1,1).

Qualcosa di simile deve essere, almeno in parte possibile anche oggi. E che è possibile ne abbiamo anche una conferma storica, perché in ogni epoca della storia della Chiesa qualcosa di simile a quello che accadeva incontrando Cristo, e anche incontrando gli Apostoli, è sempre e regolarmente continuato ad accadere.

Quello che a noi interessa riprendere in considerazione, a questo punto, è questo aspetto, troppo dimenticato nella vita cristiana di oggi. Questa è quella dimensione dell’attuazione del Concilio che ancora non è stata sdeguatamente compiuta nella coscienza comune dei credenti.

Guardiamo alla storia: in ogni epoca della storia è accaduto che alcuni uomini e donne, in forza di un dono ricevuto dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa (“carisma”), siano stati resi capaci di proporre l’Annuncio cristiano in un modo particolarmente attrattivo, efficace, significativo, legato alla vita quotidiana, profondamente umano, intellettualmente e affettivamente mobilitante l’interlocutore e, al tempo stesso, nella totale fedeltà alla dottrina e all’istituzione ecclesiastica. Uomini di questo genere hanno di regola – salvo penose eccezioni – fatto tesoro anche per se stessi di questo dono dello Spirito, tanto da divenire essi stessi santi.

Di fronte ad una simile proposta del cristianesimo l’interlocutore, che ne rimane colpito e affascinato, si trova a riscoprire totalmente l’essenza della propria umanità – perché Cristo «svela anche pienamente l’uomo all’uomo» (Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, n. 8) – e della propria fede, si trova, in un certo senso come se fosse di fronte a Cristo stesso e, aderendo alla proposta che gli viene rivolta, scopre il cristianesimo come una “cosa nuova”, che non aveva mai conosciuto in quel modo, con quella verità e nettezza di impostazione. Dal momento dell’incontro con colui che gli ha rivolto quella proposta la sua vita e la sua umanità gli si presentano da un punto di vista in qualche modo nuovo, e così la fede, Cristo, la Chiesa.

È una vera e propria scoperta della libertà, liberata dalle maglie di uno sforzo, inutile quanto alienante, di cercare di cambiarsi da soli per adeguarsi a modelli convenzionali tanto meno umani quanto poco cristiani.

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