di Andrea Mondinelli
Una diagnosi esatta, e disarmata
Mons. Rob Mutsaerts ha detto (qui e qui) una cosa vera, e don Giuseppe Russo l’ha riferita con precisione: il processo sinodale va giudicato non con le sue metriche interne (consultazioni, partecipazione, documenti) ma con l’unico criterio che il diritto della Chiesa pone come ultimo, la salvezza delle anime. È l’ultima parola del Codice, il canone 1752: salus animarum suprema lex.
La diagnosi è esatta. Ma si ferma dov’era più necessario proseguire, e per questo resta disarmata. A un rilievo di tale gravità manca il passo successivo: chiedersi perché quel criterio, per quanto lo si invochi, non morde più. La diagnosi nomina la febbre; la prognosi deve nominare ciò che la produce, e dire dove conduce. Provo a fornirla, per gradi, in modo che ogni passaggio si possa controllare alla fonte. E procederò con una sola lama logica, la più antica: il principio di non contraddizione, per cui una cosa o è, o non è, e un terzo non è dato. Vedremo che l’intera difficoltà nasce, ogni volta, dalla pretesa di trovare un terzo che non esiste.
Il nesso che nessuno nomina
Partiamo da una verità elementare, quasi imbarazzante a dirsi. La salvezza delle anime può essere la legge suprema a una sola condizione: che le anime possano perdersi. È una legge che presuppone un rischio reale. Regge un ospedale finché esistono i malati; disciplina una scialuppa finché esiste il naufragio. Tolto il pericolo, la legge che vi provvede non viene abrogata: si dissolve da sé. Resta scritta, e non regola più nulla, perché ha perduto l’oggetto. Una norma che protegge da un pericolo dichiarato impossibile non è una norma indebolita: è una norma svuotata, un ornamento.
Tengo fermo questo, perché è la chiave di tutto. Il canone 1752 non ordina genericamente di «fare del bene alle anime»; ordina di salvarle, e salvare è un verbo che ha senso solo di fronte a una perdizione possibile. La legge suprema, dunque, poggia interamente sul realismo di ciò da cui si è salvati: il peccato che condanna, il giudizio che discerne, l’inferno che è un esito e non una figura retorica. Togli quel realismo, e non hai attenuato la salus animarum: le hai tolto il terreno su cui sta in piedi.
Che cosa è stato tolto, e perché conta
Ora si guardi che cosa è accaduto, con freddezza, sui testi. Non affermo che qualcuno abbia voluto alcunché: leggo ciò che è pubblico e verificabile, e mi fermo lì. E chiedo al lettore un poco di pazienza, perché è qui che si decide tutto: se questo passaggio regge, regge la prognosi; se non regge, ho torto, e sono pronto ad averlo.
Comincio da una distinzione che la teologia tiene ferma da sempre, e che non è una sottigliezza da scuola, ma la cerniera su cui gira la fede di ogni battezzato. La Redenzione ha due lati. Vi è un lato oggettivo: il frutto che Cristo ha acquistato sulla Croce, una volta per tutte, per il genere umano intero. E vi è un lato soggettivo: l’applicazione di quel frutto al singolo, che gli diventa propria mediante i sacramenti, e che, precisamente perché va ricevuta, può anche mancare. Il primo lato è compiuto, e non dipende da noi; il secondo va accolto, e ci coinvolge. Cristo è morto per tutti; ma, avverte il Concilio di Trento riprendendo san Tommaso, non tutti ricevono di fatto il beneficio della sua morte, bensì soltanto coloro ai quali il merito della sua passione viene comunicato.1 È la formula antica: sufficiente per tutti, efficace per molti.
Su questa distinzione poggia tutto il resto, perché essa è il luogo esatto in cui abitano il peccato, il giudizio e la conversione. Se la redenzione fosse già applicata a ciascuno per il solo fatto dell’Incarnazione, non vi sarebbe nulla da ricevere, nulla da temere di perdere, nulla da convertire: il peccato non separerebbe più da un bene ancora da raggiungere, perché il bene sarebbe già posseduto da tutti in atto. Togliere il confine fra i due lati non è un errore di dettaglio: è disattivare, in un colpo solo, le condizioni che rendono reale il dramma della salvezza. Ecco perché insisto tanto su un punto che parrebbe astratto. Non è astratto affatto: è la differenza fra una fede in cui ci si può perdere e una fede in cui, essendo già tutti salvi, non c’è più nulla da salvare.
Ebbene, da decenni la predicazione tende a far scivolare il lato oggettivo su quello soggettivo, come se il secondo coincidesse col primo. Non lo si nega mai apertamente; lo si presuppone. La medesima frase conciliare che afferma l’unione «in certo modo» del Figlio di Dio con ogni uomo, e che, proprio per quell’«in certo modo», custodisce il confine, viene fatta valere come se dicesse un’unione già piena e attuale in ciascuno.2 Il piccolo avverbio che segnava la soglia, quel «quodammodo» che dice unione reale ma da compiersi, scompare nell’uso, e resta l’affermazione nuda: l’uomo è già unito a Cristo. E il testo che più di ogni altro ha impresso questa lettura non oscura il «quodammodo», anzi lo cita con cautela; lo salda però, subito dopo, a un’altra affermazione, dove afferma dell’uomo concreto, di ogni uomo, che in lui «permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso».3 Qui si consuma, in una parola, tutto lo spostamento. La tradizione distingue da sempre l’immagine, la struttura spirituale che permane anche nel peccatore, dalla somiglianza, la conformità soprannaturale a Dio che il peccato originale ha ferito e che si riceve di nuovo con la grazia. Dire che nell’uomo come tale la somiglianza «permane intatta» significa affermare che il lato soggettivo della Redenzione è già dato in ciascuno per nascita, che non c’è ferita da sanare né grazia da ricevere: significa, cioè, cancellare il confine con una sola aggettivazione.4 Non un articolo negato, si badi, ma una parola aggiunta, «intatta», che fa dire alla frase conciliare l’opposto di ciò che il suo «in certo modo» custodiva. Da lì tutto il resto discende come per pendenza naturale. La salvezza viene presentata come l’esito quasi ordinario, quasi dovuto. L’inferno, mai negato, viene ricondotto a ipotesi così remota da non pesare più sulla condotta di nessuno.5 La stessa risurrezione della carne, che il Simbolo professa come ritorno di questo corpo, viene riletta come cifra di relazione e di apertura, più che come il risuscitare dei medesimi corpi che la tradizione confessa.6 E persino l’ecclesiologia registra lo stesso movimento, quando l’affermazione che la Chiesa di Cristo «è» la Chiesa cattolica cede il passo al più cauto «sussiste in», con uno scarto che, per ammissione del suo stesso difensore più autorevole, non si lascia risolvere del tutto sul piano logico.7 In ognuno di questi luoghi, si badi bene, nessun articolo del Credo è stato cancellato. Ma in ognuno il confine che rendeva operante l’articolo è stato ritirato, e con esso il suo peso sulla vita. La legge resta scritta; il regolamento che la faceva mordere è stato tolto.
A questo punto un obiettore in buona fede potrebbe dirmi: sono sfumature, letture, questioni da teologi; dove sta il fatto duro, controllabile, che non dipenda dalla tua interpretazione? La domanda è giusta, ed è esattamente quella che voglio mi si ponga, perché ho un caso da offrire in risposta, e non è una sfumatura: si tocca con mano, e si controlla parola per parola. Sono le parole stesse della consacrazione eucaristica.
Il testo latino, fedele al Vangelo, dice che il sangue è versato «pro multis», per molti. Per decenni, in molte lingue e in Italia, quelle parole sono state rese con «per tutti». Si dirà che è questione di traduzione e di poco conto. Non è così, la differenza non è di quantità, ma di confine, cioè della cosa stessa di cui stiamo parlando. Il «per molti» custodisce, dentro il momento più solenne del rito, proprio la distinzione fra i due lati della Redenzione: dice che il sangue è offerto per tutti in sufficienza e che tuttavia è applicato a coloro che lo ricevono, i quali possono anche non riceverlo. Il «per tutti», messo al suo posto nella forma della preghiera, sposta invece l’accento, ogni giorno e a ogni Messa, sul lato oggettivo fatto dell’offerta, ossia che tutti, di fatto, sono dentro. Non è un’omelia arrischiata, che passa e si dimentica; è la lex orandi, la forma pubblica con cui la Chiesa prega, e con cui il popolo impara ciò che crede: tutti si salvano.
E che qui vi fosse davvero un confine e che fosse esattamente dove dico, non è mia opinione né mia inferenza: è stato riconosciuto e indicato dalla stessa autorità competente. Nel 2006 la Congregazione per il Culto Divino chiese di ripristinare il «per molti», dandone la ragione. Nel 2012 Benedetto XVI lo domandò con lettera propria ai vescovi di lingua tedesca, e vi motivò il ripristino distinguendo con precisione la sufficienza oggettiva, per cui Cristo è morto per tutti, dall’applicazione, che il «per molti» custodisce.8 Si consideri la cosa, perché è decisiva per tutto ciò che segue. Non è un tradizionalista a lamentare un confine perduto: è la suprema autorità liturgica e poi il Papa in persona, a constatare che il confine c’era, che era stato oscurato, e a chiederne il ripristino. La diagnosi che qui sostengo è, su questo punto, la diagnosi stessa di Benedetto XVI.
E si osservi il séguito, perché rivela la figura al suo grado più puro. La richiesta fu autorevole quanto si vuole, e in gran parte del mondo il «per molti» fu ripristinato. Ma non dappertutto. In Italia, quando i vescovi votarono, su centottantasette votanti soltanto undici si espressero per il «per molti», e il Messale ha conservato il «per tutti». Ecco, alla lettera, una legge senza il suo regolamento: il confine è stato riconosciuto dall’autorità competente, ne è stato chiesto il ripristino con ragioni esplicite e la richiesta non è stata resa vincolante, sicché una parte ha obbedito e una parte no, senza che accadesse nulla. La legge è stata enunciata al grado più alto; il regolamento che l’avrebbe fatta valere non l’ha seguita. E qui la figura tocca il suo grado più puro, quello in cui la legge suprema è invocata per compiere l’atto che la nega. La ragione con cui il rito riformato fu imposto come «unica espressione» della legge della preghiera fu, dichiaratamente, l’unità: una sola lex orandi per il Rito Romano. Ebbene, proprio sul «per molti» quell’unità non esiste. Dove il ripristino fu accolto, all’altare si prega «per molti» e la forma dichiara il confine; dove non fu accolto, come in Italia, all’altare si prega «per tutti» e la forma lo tace. La stessa parola di Cristo, nel medesimo istante del rito più solenne, suona in due sensi diversi secondo il Paese in cui il fedele si inginocchia. Non parlo della legittima pluralità dei riti, che la Chiesa ha sempre avuta, né della validità del sacramento, che qui non è in questione: parlo della medesima forma che, sul medesimo punto, insegna al popolo due cose discordi. Si soppresse una forma in nome dell’unità, e nella forma superstite si tollera la disunità proprio là dove si gioca la cosa più grave, ciò che il sangue di Cristo opera. L’argomento dell’unità si rivolta così da sé: non solo non c’è unicità liturgica, ma la si è spezzata esattamente nel luogo in cui la si proclamava bene supremo.9 E poiché la legge della preghiera fonda la legge del credere, una lex orandi divisa prepara, per sua logica, una fede divisa: non tra Chiesa e Chiesa, ma dentro la stessa Chiesa, tra due file di banchi che, alla stessa Messa, pregano in senso opposto.
Dove il confine è rimasto ritirato, là il rischio della perdizione continua a svanire dalla coscienza del fedele, che pure non ha mai visto negarsi un solo articolo, e anzi crede, in perfetta buona fede, di pregare come ha sempre pregato la Chiesa; e nella Chiesa stessa non c’è più, su quel punto, una sola voce che dica all’altare la medesima cosa.
Trattengo, e sarà decisivo più avanti, la natura di questa prova, perché è ciò che separa questo scritto da un lamento. Non sto riferendo un’impressione, non dico «mi pare che la fede si sia raffreddata»: sto adducendo date, atti, votazioni, numeri, tutti pubblici e controllabili alla fonte da chiunque, credente o no.11 È esattamente perché quei dati sono veri e verificabili, che l’argomento regge.
Il paradosso del «per tutti»
E qui va detta una cosa che, a prima vista, suona strana come un paradosso, ma che è perfettamente logica: sul «per tutti» aveva ragione la CEI. Non ragione sulla fede, ma ragione sulla coerenza. Dentro l’architettura del rito riformato, «per tutti» è la traduzione esatta. Non fedele al latino, che dice altro, ma fedele al sistema in cui quella forma è immersa.10 Se la Messa non esprime più pienamente nella sua forma il fine propiziatorio, se all’offertorio l’oblazione della vittima ha ceduto il posto alla benedizione dei doni, se ogni uomo è dichiarato già unito a Cristo e la salvezza è presentata come l’esito ordinario, allora «per tutti» è la parola che si accorda con tutto il resto, e «per molti» è la nota stonata, il frammento di un’altra tonalità. Gli italiani, conservando «per tutti», non hanno disobbedito: hanno tenuto la forma in accordo con la propria architettura.
Se ne cava un paradosso a tenaglia e da nessuno dei due lati si sfugge. O il rito riformato, nella sua struttura, insegna davvero che tutti si salvano, e allora il problema non è la resa italiana, è l’architettura. Oppure il «per molti» ripristinato nel 2006 e nel 2012 è una toppa dottrinalmente giusta cucita su un tessuto che la respinge e allora è il ripristino stesso a denunciare che la stoffa attorno è cambiata, perché una toppa si vede solo là dove il tessuto non è più quello di prima. Nel primo caso è malata l’architettura, nel secondo la forma che rigetta il confine reintrodotto: in nessuno dei due è un incidente di traduzione.
Quando accordare la forma al sistema e accordarla alla fede diventano due gesti opposti, la dimostrazione si compie da sé, perché significa che la forma e la fede non sono più la stessa tonalità. È esattamente ciò che intendo per legge senza regolamento, colta al suo grado più puro: non più una sottrazione da denunciare, ma la coerenza interna di un sistema che ha spostato altrove la propria sorgente.
La conclusione che stringe
Adesso si mettano le due cose una accanto all’altra, e se ne tragga la conseguenza, perché è inevitabile.
Se la redenzione è predicata come già applicata a tutti, allora tutti sono, di fatto, già salvi. E se tutti sono già salvi, ovviamente non resta più nessuna anima da salvare. La salus animarum perde il suo referente. Il canone 1752 sopravvive nel Codice esattamente come il per molti sopravvive nei manuali e nel testo latino della Messa: enunciato conservato, regolamento ritirato. La stessa firma.
Ecco perché la diagnosi di Mutsaerts, pur giusta, è disarmata: la malattia che egli descrive è la causa medesima per cui il suo criterio non morde. Egli invoca la salvezza delle anime contro un processo che ha già dissolto le condizioni che la rendono un criterio. È come esigere da un tribunale la pena per un reato che, nel frattempo, è stato dichiarato impossibile da commettere. Il giudice può battere il martelletto quanto vuole: non c’è alcun imputato per definizione. Invocare la legge suprema in un mondo dichiarato già salvo è un gesto nobile e insieme vuoto.
Questo è il passo che alla diagnosi manca. Non un supplemento pastorale, ma la prognosi: finché non si ripristina il realismo di ciò da cui le anime si salvano, la salus animarum resterà una parola solenne priva di presa, e ogni appello ad essa si spegnerà nel processo che l’ha svuotata. Non perché sia falsa. Perché il paziente cui la si rivolge è stato dichiarato sano.
Il terzo che non c’è
A questo punto interviene, prevedibile, l’obiezione più autorevole, quella che si appella all’ermeneutica della continuità: non c’è stato alcun ritiro, si dirà, ma un legittimo sviluppo; «per tutti» è resa fedele, «sussiste in» ha la sua lettura ortodossa, la riforma è cresciuta nella continuità, senza rottura. È un argomento e proprio per questo va preso di petto, sul suo terreno.
Lo si stringa con la sola lama che non perdona, il principio di non contraddizione. Su ogni singolo confine verificabile, il «per molti», l’«è» diventato «sussiste in», il fine propiziatorio nella forma del rito, delle due l’una: o quel confine è stato mantenuto, o è stato ritirato. Non esiste un terzo stato in cui un confine sia insieme tenuto e non tenuto. Tertium non datur.
Si scelga, allora. Se si dice che il confine è stato mantenuto, il per molti ancora operante nella forma, il propiziatorio ancora espresso, allora si nega la riforma: si afferma che nulla è cambiato, e resta da spiegare perché si sia cambiato il testo. Ma qui la fuga è sbarrata dalle date: il testo è cambiato, nel 1969-70, e nella resa del pro multis; è un fatto, non un’interpretazione. Se invece si dice che il confine è stato ritirato, sì, nella forma non è più espresso, ma la dottrina permane nei manuali, allora si è ammessa, parola per parola, la mia tesi: legge conservata, regolamento ritirato.
Non c’è terza risposta. E l’ermeneutica della continuità, per sopravvivere, cerca precisamente il terzo che non c’è: un «cambiato-eppure-immutato» che, applicato al singolo confine, è una contraddizione in termini. Ma si guardi che cosa ha fatto, nel dirlo. Chi invoca la continuità nella riforma ha già concesso che una riforma c’è stata, altrimenti direbbe immutabilità, non continuità, e insieme che la sostanza dottrinale permane. «Mutato nella forma, permanente nella sostanza» non è l’alternativa alla mia diagnosi: ne è la definizione. Il confine tolto nell’esercizio, la dottrina tenuta nell’enunciato. Chi obietta la continuità, non confuta la legge senza regolamento: la pronuncia, credendo di negarla. La sua formula non è la spiegazione che si oppone al mio fatto; è il mio fatto, travestito da spiegazione.
Occorre qui una distinzione netta, o si direbbe più di quanto è vero. Esiste uno sviluppo autentico del dogma, e non è affatto il terzo escluso: è la crescita nello stesso senso e nella stessa sentenza, di cui parlava san Vincenzo di Lérins con l’immagine del corpo che diventa adulto sviluppando le sue membra senza mutarle e senza perderne alcuna. Quello sviluppo è legittimo, e sta tutto dentro un solo corno: il confine mantenuto e fatto crescere. L’ermeneutica della continuità è illegittima non perché invochi lo sviluppo, ma perché lo invoca là dove un arto, invece di crescere, è stato ridotto a moncherino. Confonde la crescita con la sottrazione, e chiama sviluppo la perdita. La linea è netta: confine tenuto e approfondito, ed è sviluppo vero; confine ritirato e chiamato sviluppo, ed è il terzo escluso mascherato.
Lo stesso taglio, tre volte
Vale la pena fermarsi, perché la lama che ha stretto l’ermeneuta è la stessa che stringe, con identico taglio, altri due soggetti; ed è nel loro allineamento che la prognosi diventa struttura, e cessa di essere opinione.
Il primo è chi giudica chi resiste. Molti ammettono che nella Chiesa vi sia una crisi, e la dicono evidente; poi giudicano gli atti di chi resiste come se la Chiesa fosse in piena normalità, e qualificano lo stato di necessità come soltanto presunto. Ma tertium non datur: O la crisi non è grave, e allora non la si chiami evidente, perché non si tratta come lieve ciò che si è detto grave; o è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, con la salvezza delle anime al vertice, e la necessità non è presunta, ma reale. Ammettere la gravità a parole e applicare la normalità nella sentenza non è equilibrio: è la contraddizione elevata a metodo.
Il secondo è l’autorità, ed è qui che il ragionamento tocca il punto che di solito non si osa nominare. A rigore, chi governa potrebbe por fine alla questione riconoscendo lo stato di necessità, o negandolo. Ma si guardino i due corni con freddezza, come si guarda una geometria, senza attribuire a nessuno un’intenzione. Negare la necessità significa affermare che i canali ordinari trasmettono la fede integra; e allora torna a mordere il criterio di Mutsaerts, perché se tutto funziona si mostrino i frutti, più fede, più conversioni, più confessioni: quei frutti che egli stesso constata mancanti. Ammettere la necessità significa invece riconoscere che l’insegnamento, la liturgia, la disciplina ordinari sono stati deficienti; ma la causa di quella deficienza, per tutto ciò che si è mostrato, è il ritiro del regolamento, cioè la riforma stessa. Riconoscere la necessità e nominarne la causa sono, qui, il medesimo atto; e la causa è l’architettura che di quel riconoscimento dovrebbe essere l’autrice.
Non dico che non lo si voglia fare: dico che, dentro quell’architettura, non lo si può, così come non si può, standovi sopra, segare la trave che regge. È un’impossibilità strutturale, non un difetto di volontà; una geometria, non una colpa. Chi scegliesse di negarla dovrebbe esibire frutti che non ci sono; chi scegliesse di ammetterla dovrebbe accusare la riforma da cui quell’autorità stessa proviene. E allora si cerca, di nuovo, la via di mezzo che liberi da entrambi i corni: ammettere una «crisi» generica e negarle il nome tecnico di necessità, riconoscere il malessere e rifiutare la categoria che ne verrebbe. Ma si guardi bene che cosa è, questa via: dire che c’è una crisi grave e insieme che nulla di straordinario è dovuto è, parola per parola, ammettere la gravità e applicare la normalità, cioè il primo dei nostri dilemmi da capo. Non è un terzo stato fra il negare e l’ammettere: è l’ammissione fatta a voce e ritirata nei fatti, uno dei due corni ridipinto del colore dell’altro. E qui si tocca la natura stessa del terzo escluso: esso non si trova cercandolo, perché non è nascosto da qualche parte in attesa di essere scovato con più ingegno; semplicemente non c’è. Chi lo invoca non ha aperto una terza porta: ha soltanto dato un nome nuovo al rifiuto di varcare le due che esistono. E un rifiuto, per quanto lo si nobiliti chiamandolo prudenza o equilibrio, non è una risposta: è la domanda lasciata dov’era.
Perché tace, e a chi spetta
Resta un fatto, e lo consegno come tale, perché sia il fatto a parlare e non io. Il 14 maggio scorso una Dichiarazione di Fede è stata rimessa al Santo Padre, che non l’ha proclamata come propria misura ma l’ha sottoposta al suo giudizio, chiedendo di essere corretta se in errore. Attende ancora risposta. E Mutsaerts, che pone la domanda dei frutti, non riceve replica. Non deduco dal silenzio ciò che il silenzio non può provare da sé; osservo soltanto che a una domanda formale, pubblica e circostanziata sarebbe facile rispondere, se i confini non fossero stati toccati: basterebbe mostrare i frutti, o indicare dove il confine sia intatto. Che la risposta più semplice non venga è, questo sì, un dato; e va accanto agli altri dati, non al posto loro.
Il resto non spetta a me, e lo dico per onestà. Constatare che una legge è priva del suo regolamento non è ritracciare da sé quel confine: quello può farlo soltanto chi ne ha l’autorità. Il rimedio vero è un atto della suprema autorità che restituisca alle leggi conservate il loro regolamento, che al per molti renda il suo confine, e alla salus animarum il rischio reale che la fa vivere. E la speranza non è vaga, perché ha un precedente: quando l’autorità ha voluto, il confine è stato tracciato, ed è accaduto proprio con il «per molti». Ciò che una volta è stato fatto può essere fatto ancora, ma in forma energica e non certo di richiesta.
Perciò la domanda di Mutsaerts non va lasciata cadere come l’ennesima riserva sul Sinodo, ma nemmeno raccolta a metà. Più di un secolo fa san Pio X, ancora Patriarca di Venezia, scrisse che verrà un giorno in cui conservare incorrotta la dottrina sarà reso impossibile nel mondo, e che a quel punto il rimedio non sarà un atto di governo, ma la venuta del Signore12. Le vie, in fondo, sono due sole: o lo strappo tra la legge e il suo regolamento viene ricucito, e la custodia piena del deposito torna possibile per le strade ordinarie della Chiesa; oppure quella custodia si fa, umanamente, sempre più ardua, e allora la risposta non è più nelle mani degli uomini. Non c’è una terza via, qui come altrove. Il criterio della salvezza delle anime tornerà a mordere il giorno in cui tornerà reale ciò da cui le anime si salvano; e quel giorno lo si affretta non moltiplicando appelli, ma restituendo alle parole della fede i confini che le rendono vere. Fino ad allora resta, a chi non ha autorità ma ha il dovere di trasmettere la fede, il compito di non tacere i confini che altri hanno taciuto: non per farne un criterio privato, ma per chiedere, con rispetto e insistenza, che sia la Chiesa a ritracciarli. E per pregare perché ciò avvenga presto, perché nessuno ama il Papa più di chi desidera che confermi, intera, la fede di sempre.
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Note
- Concilio di Trento, sessione VI (1547), cap. 3 (Denz.-H. 1523): «sebbene Cristo sia morto per tutti, non tutti però ricevono il beneficio della sua morte, ma solo coloro ai quali viene comunicato il merito della sua passione». La formulazione classica è di san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, q. 48, a. 2: il sacrificio di Cristo è sufficiente per tutti ed efficace per molti.
- Concilio Vaticano II, Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 22: «Filius Dei incarnatione sua cum omni homine quodammodo se univit», il Figlio di Dio con la sua incarnazione si è unito in certo modo a ogni uomo; e poco oltre, che lo Spirito Santo offre a tutti, «modo Deo cognito», in modo noto a Dio, la possibilità di essere associati al mistero pasquale. L’avverbio quodammodo, «in certo modo», è precisamente il confine: dice un’unione reale ma da compiersi, non un possesso già dato.
- Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), n. 13. Il paragrafo, dopo aver citato correttamente Gaudium et spes 22 («con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo»), afferma dell’uomo concreto, di ogni uomo dal momento del concepimento, che in esso «permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso», saldando quella «somiglianza» a Gaudium et spes 24 («la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa»). Lo spostamento non è nell’unione incarnazionale, qui citata con la dovuta cautela del quodammodo, ma in quel «permane intatta la somiglianza» riferito all’uomo come tale: proposizione che, presa alla lettera, ribalta la distinzione costante nella tradizione fra l’immagine (l’imago Dei, struttura spirituale che permane) e la somiglianza (la similitudo, conformità soprannaturale ferita dal peccato originale). Che la similitudo non permanga intatta nello stato decaduto se non per la grazia ricevuta è fissato dal Concilio di Trento: la concupiscenza permane nel battezzato «ad agonem», «ex peccato est et ad peccatum inclinat» (sess. V, can. 5, Denz.-H. 1515), e la giustificazione è reale rinnovamento interiore da ricevere (sess. VI, capp. 7-8, Denz.-H. 1528-1532). Se la somiglianza fosse davvero intatta in ciascuno, non vi sarebbe ferita che permane, né alcunché da ricevere.
- La stessa lettura mostra la sua posta più grave fuori dal nostro tema, e la si segnala qui solo per chi voglia seguirne il filo. La medesima frase di Gaudium et spes 22, «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo», è posta da Giovanni Paolo II in apertura (n. 2) e al culmine (n. 104) di Evangelium vitae (25 marzo 1995), come architrave della difesa della vita. Ma se la si fa valere del lato soggettivo, come se ogni uomo fosse già in atto unito a Cristo, la difesa si disarma nel suo punto più alto: è il Drago stesso, nel testo, a smentirlo, perché il suo accanimento sul concepito avrebbe scopo solo se il bambino non fosse ancora unito a Cristo, ma dovesse ancora diventarlo mediante il Battesimo. Nominato il nemico soprannaturale, gli si oppone lo scudo dove esso non colpisce. È la stessa figura, dall’altare alla legge: tolta l’applicazione soggettiva della Redenzione, ciò che ne discende è, all’ultimo anello della catena, una vita indifesa privata del suo fondamento.
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1033-1037; la definizione dell’inferno come «stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati» è al n. 1033. Sulla stessa linea, Giovanni Paolo II, udienze generali del 21 e 28 luglio e del 4 agosto 1999, su Cielo, Inferno e Purgatorio come stati più che luoghi. Nessuno di questi testi nega l’esistenza o l’eternità dell’inferno: ne attenua l’esposizione, che è cosa diversa e più difficile da avvertire.
- Sul realismo del corpo risorto: Catechismo Romano, esposizione dell’undicesimo articolo del Simbolo, la risurrezione della carne come risuscitamento dei medesimi corpi. La rilettura in chiave di «cifra del mondo degli uomini» e di realtà «trans-fisica», con la negazione esplicita che «risurrezione della carne» significhi restituzione dei corpi, è in J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, capitolo sulla risurrezione della carne (pp. 340, 342, 346-347). L’autore precisa di non voler negare l’immortalità dell’anima (p. 343); e a trent’anni di distanza ha ripubblicato l’opera, rivendicandone l’impianto, nella prefazione all’edizione del 2000.
- Sull’identità fra Corpo mistico e Chiesa cattolica, prima del Concilio: Pio XII, Lett. enc. Mystici corporis (29 giugno 1943) e Humani generis (12 agosto 1950). Il testo conciliare che introduce il «subsistit in» è Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 8. Che lo scarto sia reale e non meramente verbale è riconosciuto dallo stesso card. Joseph Ratzinger, il quale ammette che la sostituzione dell’«est» con il «subsistit» non è totalmente risolvibile dal punto di vista logico.
- Le parole della consacrazione dicono «pro multis», per molti (Matteo 26, 28; Marco 14, 24). Con lettera circolare del 17 ottobre 2006 la Congregazione per il Culto Divino chiese alle conferenze episcopali di tradurre l’espressione con «per molti»; Benedetto XVI, nella lettera ai vescovi di lingua tedesca del 14 aprile 2012, ne motivò il ripristino, distinguendo la sufficienza oggettiva, per cui Cristo è morto per tutti, dall’applicazione, che il «per molti» custodisce. Alcune conferenze accolsero la correzione, altre no. In Italia, nel novembre 2010, su 187 vescovi votanti soltanto 11 si espressero per il «per molti», e il Messale italiano ha mantenuto il «per tutti».
- Si noti il rovesciamento, perché è il cuore della cosa. La riforma mosse il rito antico anche in nome dell’unità, la lex orandi una del Rito Romano, e Traditionis custodes (16 luglio 2021) dichiarò i libri riformati «unica espressione» di quella lex orandi. Ma il rito antico, in latino, l’unità la possedeva davvero, ché la formula era identica ovunque e il «pro multis» era «pro multis» in tutto il mondo. È la riforma, calando il rito nelle lingue senza una resa vincolata e uniforme, ad avere introdotto sul punto più grave la divergenza che imputava all’antico: dove il ripristino del 2006 e del 2012 fu accolto si prega «per molti», dove non lo fu si prega «per tutti», nel medesimo istante del medesimo rito. Non è la legittima pluralità dei riti, che la Chiesa ha sempre conosciuto, né una questione di validità del sacramento, che qui non si tocca: è la medesima forma che, sul medesimo punto, insegna al popolo due cose opposte. E che il punto sia dottrinale, e non di mera traduzione, non lo dico io, lo hanno dichiarato la Congregazione per il Culto Divino e Benedetto XVI chiedendone il ripristino. Chi prometteva l’unità ha prodotto la divisione; chi la custodiva nel latino è stato accusato di dividere.
- Che la forma riformata abbia attenuato, nella sua stessa struttura, l’espressione del fine propiziatorio, è quanto rilevò già nel 1969 il Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato a Paolo VI sotto il patrocinio dei cardinali Ottaviani e Bacci: soppressione dell’offertorio sacrificale e delle preghiere che ne domandavano l’accettazione (Suscipe, Sancta Trinitas; Placeat tibi), e riduzione della preghiera consacratoria al racconto dell’istituzione. Nel rito antico, offrendo il pane, il sacerdote lo presentava come «ostia immacolata» per i propri peccati e per quelli di tutti i fedeli vivi e defunti; la riforma vi ha sostituito la benedizione dei doni, «frutto della terra e del lavoro dell’uomo». Anche l’articolo 7 dell’Institutio generalis, nella prima redazione del 1969, definiva la Messa «sinassi sacra» senza nominare Trento, il sacrificio, la presenza reale o la transustanziazione: la correzione del 1970 mutò la premessa, non il rito. È in questo insieme, e non in una singola parola, che «per tutti» trova la sua coerenza.
- Il fatto che il confine possa essere ritracciato, e che dove l’autorità lo abbia voluto sia stato ritracciato, rende falsificabile ogni affermazione di questo scritto: se le due date qui addotte (2006 e 2012) non dicessero ciò che dico, la tesi cadrebbe. È la differenza fra il constatare, che si espone alla smentita sui documenti, e il denunciare, che si nutre di un’impressione incontrollabile.
- «Quando poi questa dottrina non potrà più conservarsi incorrotta e nel mondo sarà reso impossibile l’impero della verità, allora l’Unigenito Figliuolo di Dio si manifesterà nella seconda venuta. Ma fino a quell’ultimo giorno noi dobbiamo conservare intatto questo deposito e ripetere la gloriosa professione di fede di Sant’Ilario: “Meglio morire in questo secolo che, per comando di alcuno, corrompere la casta verginità della verità”». San Pio X, lettera pastorale del 1894, in Daniele Dal Gal, Insegnamenti di San Pio X, EffediEffe, p. 115. Le parole di Sant’Ilario restano tra virgolette interne, come citazione riportata dal Papa.
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Caro Andrea,
ho letto con attenzione il tuo denso contributo sul tema della salus animarum e del processo sinodale. Riconosco al tuo scritto un merito non comune: la ricerca di un rigore formale che tenta di sottrarre il dibattito alle divagazioni emotive, proponendo una serrata analisi condotta attraverso la lama del principio di non contraddizione (tertium non datur).
Tuttavia, proprio dove l’argomentazione assume un’apparenza di geometria ineluttabile, essa rivela una falla teologica fondamentale: l’applicazione di un dilemma binario e razionalista a un mistero che vive e si comprende unicamente nell’analogia della fede. Pretendere di ridurre lo sviluppo della dottrina cattolica a una mera alternativa tra “confine mantenuto” e “confine ritirato” significa scambiare l’approfondimento organico del dogma per una contraddizione logica.
Vorrei offrirti alcune precisazioni su tre snodi cruciali del tuo testo.
1. Redenzione oggettiva e soggettiva: il rischio di un falso dilemma
Il tuo impianto poggia sull’assunto che il post-Concilio abbia fatto scivolare il lato soggettivo della Redenzione (la risposta della libertà, la conversione, l’accoglienza della grazia) dentro quello oggettivo (il valore universale del Sacrificio della Croce), finendo per dare la salvezza per scontata e svuotando di significato il Canone 1752.
Questa diagnosi smentisce la realtà dei documenti ufficiali. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1033-1037, 1446) riafferma senza ambiguità la realtà dell’inferno come «autoesclusione definitiva», la gravità del peccato e la necessità formale dei sacramenti.
Quando Gaudium et spes (n. 22) afferma che Cristo si è unito «in certo modo» (quodammodo) a ogni uomo, non annulla affatto la distanza tra natura e grazia, ma illumina la gratuità dell’iniziativa divina. La misericordia non afferma che “siamo già tutti salvi senza condizioni”, ma ricorda che la salvezza è donata prima di essere meritata. Accentuare la centralità dell’amore di Dio non significa “cancellare la perdizione”: ridurre un salutare riequilibrio pastorale a una dissoluzione del peccato è una sovrapposizione ideologica che non trova riscontro nel Magistero.
2. La Messa di Paolo VI e la questione del Pro Multis
Particolarmente fragile risulta il tentativo di presentare la traduzione del pro multis come la “prova regina” di un cedimento strutturale della riforma liturgica.
• La sostanza propiziatoria in tutte le Preghiere Eucaristiche: Il Novus Ordo non ha affatto smarrito la dottrina del sacrificio propiziatorio definita a Trento. Questa dimensione sacrificale, offerta per i vivi e per i defunti, è espressa e conservata in tutte le Preghiere Eucaristiche del Messale riformato. Anzi, proprio nella Preghiera Eucaristica III — che è una formulazione del tutto nuova, introdotta ex novo dopo il Concilio — il concetto di sacrificium e di propiziazione è manifestato in modo persino più solenne e concettualmente esplicito che in diversi passaggi dello stesso antico Canone Romano. L’assemblea vi prega infatti chiedendo a Dio di riconoscere sull’altare la «Vittima immolata per la nostra redenzione» e definisce l’Eucaristia come il «sacrificio della nostra riconciliazione» che dona «pace e salvezza al mondo intero». Come si possa parlare di un’architettura che avrebbe “smantellato” il fine propiziatorio di fronte a testi di recente composizione così densi e chiari rimane un mistero d’interpretazione.
• Il senso del “per tutti”: Come ha chiarito con estrema trasparenza Benedetto XVI nella sua Lettera ai Vescovi tedeschi del 14 aprile 2012 (qui), la scelta di rendere pro multis con “per tutti” in alcune lingue correnti non nasceva da un’eresia universalista, ma dall’intento di esplicitare la volontà salvifica universale di Dio (1 Tm 2,4). Pur avendo la Santa Sede rettamente richiesto il ripristino della fedeltà letterale al testo latino per preservare il dato evangelico e la responsabilità personale dell’accoglienza, entrambe le formulazioni esprimono dimensioni di verità cattoliche complementari. Fare di questa vicenda la prova di un'”architettura difettosa” significa scambiare una scelta traduttiva con una deviazione dottrinale.
3. La fallacia del Tertium non datur contro lo sviluppo del dogma
Il punto di maggiore criticità del tuo saggio risiede nella liquidazione dell’ermeneutica della continuità, accusata di cercare un “terzo stato” logicamente impossibile.
Ma lo sviluppo del dogma cattolico non procede per sottrazione o per staticità. Come insegnava san Vincenzo di Lérins nel V secolo — e come ha ribadito Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 (qui) —, la Chiesa cresce nella comprensione del depositum fidei «nello stesso dogma, nello stesso senso e nella stessa intenzione».
Il passaggio dall’est al subsistit in (Lumen gentium 8) non è un “ritiro di confine”, ma l’articolazione profonda di un mistero: l’unica Chiesa di Cristo sussiste pienamente nella Chiesa cattolica, senza che ciò neghi la presenza di elementi di santità e verità al di fuori dei suoi confini visibili. Questa formulazione non è un compromesso logico, ma la forma propria del pensiero cattolico, che rifiuta tanto il modernismo quanto il fissismo integrista.
Criterio di cattolicità e obbedienza al Magistero
La tua riflessione, pur muovendo dal nobile intento di difendere la salus animarum, finisce per scivolare nelle categorie tipiche di chi riconosce uno “stato di necessità” per giustificare la deroga e la resistenza all’autorità ecclesiastica.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II è un atto solenne del Magistero autentico della Chiesa universale, assistito dallo Spirito Santo. A un Concilio Ecumenico e ai libri liturgici promulgati dalla suprema autorità del Romano Pontefice ogni fedele cattolico deve il religioso ossequio dell’intelletto e della volontà (Lumen gentium 25; Canone 752 C.I.C.).
Sostenere che l’architettura conciliare e liturgica della Chiesa si sia strutturalmente opposta alla salvezza delle anime significa rigettare l’ermeneutica della riforma e della continuità nell’unico soggetto-Chiesa che tutti i Sommi Pontefici, da Paolo VI a Benedetto XVI, hanno costantemente indicato.
Pretendere di ergersi a giudici del Magistero, rigettandone i testi e i riti per contrapporvi una propria nozione privata di “fede di sempre”, non costituisce un atto di fedeltà, ma una tragica illusione. Chi rifiuta il Concilio Vaticano II e la legittimità dei suoi enti e decreti liturgici, ponendosi al di fuori dell’alveo dell’obbedienza magisteriale, rischia di trovarsi — nei fatti e al di là delle intenzioni — al di fuori della comunione viva della Chiesa Cattolica.
Con rispetto e fraternità.
Gentile Fabio,
la ringrazio del tono e della serietà con cui è entrato nel merito: è raro, e le sono grato. Non potrò risponderle su ogni singolo rilievo con il dettaglio che meriterebbe, ché lo spazio di un commento e il tempo non lo consentono; ma provo a raccogliere i tre nodi principali, perché credo che le sue obiezioni, guardate da vicino, o colpiscano tesi che non ho sostenuto, o riaffermino, senza avvedersene, proprio ciò che intendevo dimostrare.
Sul primo punto, la redenzione. Lei mi oppone il Catechismo e il quodammodo di Gaudium et spes 22, e conclude che riduco un riequilibrio pastorale a dissoluzione del peccato. Ma il perno del mio argomento non era Gaudium et spes 22, che anzi ho citato con la cautela del quodammodo; era Redemptor hominis 13, e su quello lei non dice una parola. Là non c’è alcun in certo modo: c’è l’affermazione che nell’uomo concreto, di ogni uomo dal concepimento, permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso. E quella parola, intatta, riferita alla somiglianza, è inconciliabile con Trento sulla giustificazione, che insegna una similitudo deformata dal peccato e da riacquistare con la grazia. Se la somiglianza permane intatta in ciascuno per nascita, non vi è più nulla da ricevere, ed è precisamente il confine che scompare. Ma soprattutto, e qui la prego di seguirmi, questa non è una mia sovrainterpretazione. Leggere quel passo nel senso della redenzione soggettiva già data a tutti è il senso che l’autore stesso vi ha posto. Negli esercizi spirituali predicati nel 1976 alla presenza di Paolo VI, poi raccolti in Segno di contraddizione, il cardinale Wojtyła scrive, testualmente, che tutti gli uomini, dall’inizio del mondo fino alla sua fine, sono stati redenti e giustificati da Cristo e dalla sua Croce, e che l’uomo esiste in Cristo, lo sappia o no, lo accetti o no. Giustificati, non solo redenti: è il termine tecnico della redenzione soggettiva. Io dunque non attribuisco a lui una tesi che rifiuterebbe: gli attribuisco la tesi che egli stesso ha enunciato. Se la mia lettura di Redemptor hominis 13 è sbagliata, allora è il suo autore ad aver frainteso se stesso.
E si consideri che perfino la prova che lei adduce contro di me depone, a ben vedere, dalla mia parte. Lei cita, a difesa, la definizione dell’inferno come autoesclusione definitiva dalla comunione con Dio. È definizione ortodossa, non la contesto; ma si pesi dove ne cade l’accento. Dire che l’inferno è autoesclusione sposta tutto sulla scelta dell’uomo che si esclude da sé, e lascia in ombra il polo che la tradizione teneva fermo: il giudizio di Dio che discerne e condanna. E si tiri la conseguenza: se ci si danna soltanto volendo attivamente escludersi da Dio, chi mai vorrebbe farlo? Chi sceglierebbe, sapendolo, di dannarsi? Posta così, la perdizione diventa un’ipotesi che non riguarda nessuno, perché presuppone una volontà che nessuno abbraccia. Nell’insegnamento antico ci si perdeva peccando, e il peccato mortale non pentito bastava; qui ci si perde solo desiderando la propria rovina, e così, di fatto, non si perde più nessuno. Nessun articolo è negato, e tuttavia l’inferno, da esito possibile del peccato di ciascuno, è divenuto ipotesi tanto remota da non pesare più sulla condotta di alcuno. La parola resta, il timore evapora: è, ancora una volta, la redenzione soggettiva data per scontata, la salvezza presentata come esito ordinario. La stessa figura che vado descrivendo.
Sul secondo punto, il pro multis e la Messa. Lei esibisce la Preghiera eucaristica terza, dove il termine propiziazione è esplicito, e ne conclude che parlare di attenuazione strutturale è un mistero. Ma tre cose non tornano. La prima: la terza è la più esplicita, e lei la sceglie; tace però la seconda, che è la più usata nelle parrocchie, ed è la più scarna proprio su quel fine. La seconda, e decisiva: il mio rilievo, come dicevo espressamente nella nota, non verteva su una parola dentro un’anafora, ma sulla struttura, e in specie sull’offertorio, dove l’oblazione della vittima, il Suscipe Sancta Trinitas, ha ceduto il posto alla benedizione dei doni, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Il rito non si compone di sole parole: e lei l’offertorio non lo nomina. La terza: i quattro fini del sacrificio, tra cui il propiziatorio, sono di fatto ignoti alla quasi totalità dei fedeli, per assenza di un insegnamento coerente; e una dottrina conservata nei libri ma non più insegnata è esattamente ciò che chiamo legge senza regolamento. Quanto al per tutti, lei cita Benedetto XVI a difesa della resa; ma è Benedetto XVI, con la lettera del 2012, a chiederne il ripristino, distinguendo la sufficienza oggettiva dall’applicazione che il per molti custodisce. Lo cita, cioè, contro di me, mentre è dalla mia parte.
Sul terzo punto, il subsistit e lo sviluppo del dogma. Lei mi oppone san Vincenzo di Lérins, nello stesso senso e nella stessa intenzione, e Benedetto XVI del 2005. Ma quella formula è esattamente il criterio che invoco io: lo sviluppo autentico è il confine mantenuto e fatto crescere, non ritirato. Il punto è che lei enuncia il criterio e non lo applica a un solo confine verificabile. Le chiedo dunque, con semplicità: il passaggio dall’est di Mystici corporis al subsistit in di Lumen gentium 8 è un arto cresciuto restando sé, o un confine ritirato? Perché se è sviluppo nello stesso senso, allora l’est di Pio XII diceva già ciò che dice il subsistit, e nulla è mutato; ma se qualcosa è mutato, come il cambio stesso del verbo attesta, allora un confine è stato spostato. Delle due, l’una: non esiste un terzo stato in cui il confine sia insieme tenuto e ritirato. E che questo terzo stato non esista non lo dico io: lo dice il difensore più autorevole del subsistit, il cardinale Ratzinger. In una relazione del febbraio 2000, tenuta al convegno internazionale sull’attuazione del Concilio nell’anno giubilare e poi raccolta nel volume Pilgrim Fellowship of Faith, edito da Ignatius Press nel 2005, egli riconosce, nella sua lettura più cattolica di quella formula, che la differenza tra subsistit ed est, poiché il peccato è una contraddizione, non può essere totalmente risolta dal punto di vista logico. Ecco l’ammissione decisiva: chi difende il subsistit riconosce che lo scarto con l’est è logicamente irrisolvibile, cioè che il terzo che lei cerca, il cresciuto-eppure-immutato, sul piano logico non si dà. Non sono dunque io a portare la logica dentro il mistero: ve la trova già, e la dichiara insolubile, il suo stesso difensore.
E si guardi dove la sua stessa tesi lo conduce, perché è questo il punto. Lei sostiene due cose insieme: che il subsistit è sviluppo autentico rispetto all’est, e che rifiuta il fissismo integrista. Ma se il subsistit sviluppa e supera l’est, e quell’est è di Pio XII, nell’enciclica Mystici corporis, allora è lei stesso, seguendo il proprio ragionamento fino in fondo, a dover collocare quell’enciclica dalla parte di ciò che è stato superato, cioè a chiamare fissismo la posizione di un Papa. Non sono io a dirlo: ci arriva lei, per logica propria. E l’enciclica non si limitava ad affermare l’est: riprovava espressamente quell’ecclesiologia del vincolo invisibile che il subsistit avrebbe poi accolto. Sicché delle due l’una: o Mystici corporis aveva ragione a riprovarla, e allora ciò che la sviluppa non è sviluppo ma allontanamento; o il subsistit è sviluppo, e allora è un’enciclica di Pio XII ad aver insegnato, per eccesso di rigidità, un errore. Lei, che il fissismo lo rifiuta, si trova così a doverlo attribuire proprio là dove non oserebbe: a un Pontefice. È la sua tesi a produrre questa conseguenza, non la mia lettura.
E qui mi permetta un’osservazione che non è teologica ma storica, e che spiega perché quella difficoltà logica non sia un caso isolato. Che molti testi conciliari siano ambigui non è un’accusa di parte: è la conseguenza documentata del modo in cui furono redatti. La cronaca del Concilio lasciataci da padre Ralph Wiltgen, testimone oculare accreditato e cronista che nessuno ha mai potuto tacciare di parzialità, mostra come non pochi passi nacquero quale faticosa sintesi tra due teologie opposte, quella romana e scolastica e la nouvelle théologie di area renana. Quando una formula deve tenere insieme due principi che non si conciliano, il testo che ne esce porta in sé entrambe le tonalità, e resta perciò leggibile nell’uno e nell’altro senso. Non è dunque il lettore a spaccare in due ciò che era unito: sono quei testi a contenere, non mediata, la tensione fra la soglia della Tradizione e la nuova prospettiva. Ecco perché la mia domanda non è un cavillo, ma tocca una difficoltà reale, che il suo stesso interprete più autorevole riconosce insoluta. La sua obiezione, mi permetta, non confuta il terzo che non c’è: lo nomina senza esibirlo.
Un’ultima parola, perché la sua chiusa mi tocca personalmente. Lei scrive che pretendo ergermi a giudice del Magistero e contrapporre una mia nozione privata di fede. Ma nel mio scritto ho affermato l’esatto contrario: che ritracciare quei confini non spetta a me, bensì soltanto a chi ne ha l’autorità, e che il mio compito è unicamente chiedere, con rispetto e insistenza, che sia la Chiesa a farlo. Non giudico il Magistero: gli sottopongo una difficoltà e attendo che sia esso a scioglierla, come attende la Dichiarazione di Fede rimessa al Santo Padre. L’ossequio dell’intelletto che Lumen gentium 25 domanda non è la rinuncia all’intelletto, ma il suo uso pieno e onesto davanti a un problema reale: ed è ciò che ho cercato di fare. Riconoscere che una difficoltà esiste, e domandarne rispettosamente la soluzione, non è porsi fuori dalla comunione: è il modo di chi ama la Chiesa e desidera che confermi, intera, la fede di sempre.
Molti dei punti che lei solleva meriterebbero ciascuno una trattazione a sé, che un commento non può contenere: mi riprometto di tornarvi, se il dottor Paciolla vorrà ospitarmi, in un prossimo articolo, dove il discorso potrà distendersi con l’ampiezza che la materia richiede. Sarà, se permette, anche merito del suo intervento, che me ne offre l’occasione.
Con pari rispetto e fraternità.
Andrea Mondinelli
Gentile Andrea,
la ringrazio per la pronta e articolata risposta, e per la disponibilità ad approfondire un confronto che tocca questioni decisive per la vita della Chiesa.
Dato che la sua replica individua in Redemptor hominis il vero perno della sua tesi — arrivando a sostenere che l’insegnamento di Giovanni Paolo II abbia nei fatti annullato il peccato originale e la necessità della grazia —, desidero concentrare queste brevi note unicamente su questo snodo fondamentale, per mostrare come la sua lettura stringa il testo entro uno schema che non gli appartiene.
1. L’equivoco sul termine «intatta» e l’impianto dell’Enciclica
La sua contestazione poggia sull’affermazione del n. 13 di Redemptor hominis, in cui si legge che l’uomo è l’oggetto della premura della Chiesa «in cui permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso». Lei scorge in quel termine, «intatta», la prova che il post-Concilio abbia ritenuto la similitudo già data a ciascuno per nascita, rendendo superflua la grazia battesimale e la stessa applicazione soggettiva della Redenzione.
Se questa ipotesi fosse fondata, ci si dovrebbe porre un’interrogativo logico preliminare: per quale ragione intitolare un’enciclica programmaticamente Redemptor hominis? Se non vi fosse più alcuna natura decaduta da riscattare, né alcuna colpa da cui essere lavati, la figura stessa del Cristo come Redentore — colui che paga il riscatto per liberarci dallo stato di alienazione — diventerebbe una contraddizione in termini nello stesso titolo del documento.
La difficoltà della sua analisi nasce dal sovrapporre due piani che la teologia cattolica tiene ben distinti: lo statuto della natura lapsa e la contemplazione dell’uomo elevato alla grazia nel disegno eterno di Dio. Il peccato originale non consiste nella distruzione della natura umana o delle sue facoltà spirituali (intelletto e volontà libera, che rimangono ontologicamente intatte, contrariamente a quanto sosteneva la Riforma protestante), ma nella privazione della grazia originale e dell’amicizia con Dio al momento della nascita. L’uomo viene al mondo privo della vita soprannaturale, ed è per questo che occorre il Battesimo per innestarlo nella comunione divina.
2. Il contesto del n. 13: l’uomo destinato e rigenerato in Cristo
Al n. 13 di Redemptor hominis, il Papa non sta redigendo un trattato sullo stato di natura decaduta, ma sta contemplando l’uomo nell’eterno disegno salvifico di Dio: «l’uomo così com’è “voluto” da Dio, così come è stato da Lui eternamente “scelto”, chiamato, destinato alla grazia e alla gloria». Quando si afferma che in questo disegno la somiglianza è risplendente e intatta, si descrive l’opera e la meta della Redenzione operata da Cristo, non un diritto di natura dell’uomo che prescinda dal Sacrificio della Croce e dalla ricezione dei Sacramenti.
Inoltre, la teologia tridentina insegna che la grazia non è una mera imputazione giuridica esteriore — come sosteneva Lutero con la teoria del simul justus et peccator, in cui l’uomo resta intimamente peccatore —, ma opera una trasformazione reale e ontologica che rigenera la persona. Descrivere la radicalità e la bellezza di questa trasformazione operata da Cristo nell’uomo unito a Lui non significa affatto negare la ferita iniziale, ma celebrare la sovrabbondante potenza del rimedio divino.
Invocare il principio di non contraddizione per attribuire a un’enciclica intitolata al Redentore dell’uomo la negazione della Redenzione stessa significa applicare un rigorismo formale che isola una parola dal suo contesto. La norma suprema della salus animarum non viene svuotata dal Magistero che celebra la vittoria di Cristo sul peccato, ma trova proprio nella Grazia del Redentore la sua unica e reale fondazione.
Con rispetto e fraternità,
Fabio
PRECISAZIONE: Quando ho scritto che la natura umana e le sue facoltà spirituali (intelletto e volontà) non vengono distrutte dal peccato originale — «contrariamente a quanto sosteneva la Riforma protestante» —, intendo esattamente quanto definito dal Concilio di Trento (Sessione VI, Canone 5): il peccato originale ha certamente ferito, indebolito e attenuato la natura umana e il libero arbitrio («liberum arbitrium non amissum et extinctum esse, sed viribus solum attenuatum et inclinatum»), ma non lo ha del tutto spento né annullato.
A differenza della visione luterana del servum arbitrium (secondo cui l’uomo decaduto sarebbe del tutto incapace di volere il bene), la dottrina cattolica insegna che il libero arbitrio, benché indebolito e bisognoso della grazia previente per compiere atti salvifici, rimane reale. È precisamente questa capacità di cooperare o di opporsi alla grazia che fonda la responsabilità della persona, la possibilità del merito e la serietà della risposta alla salvezza.
Gentile Fabio,
la ringrazio, e le rispondo per cenni, perché tre cose bastano.
La prima. Redemptor hominis è, come lei scrive, il perno della mia tesi, ma solo sul primo punto: è la prova di uno solo dei tre rilievi, quello sulla redenzione. Gli altri due, il pro multis con l’offertorio e il subsistit con l’ammissione di Ratzinger, lei non li ha toccati, e restano in piedi.
La seconda. Su di esso, non ho mai detto che l’enciclica neghi il peccato originale o la Redenzione: lei mi imputa una tesi che non è mia. Ho detto che una parola, intatta, riferita alla somiglianza, non concorda, alla lettera, con il Concilio di Trento sulla giustificazione. E qui è il punto che ci divide: la mia obiezione non è teologica, è magisteriale. Io non oppongo a Giovanni Paolo II una mia teologia; pongo accanto al testo di Redemptor hominis il testo di Trento, e rilevo che, presi alla lettera, non collimano. Lei lo chiama rigorismo formale, che isola una parola dal contesto. Ma leggere una proposizione secondo ciò che essa suona, prout sonat, è il metodo con cui la Chiesa ha sempre esaminato i testi: le congregazioni romane giudicavano le tesi così come suonavano, per il loro tenore proprio, e le giudicavano senza neppure badare a chi ne fosse l’autore, perché la stessa proposizione, in bocca al santo come al sospetto, suona nel medesimo modo, e sul suo suono, non sulle intenzioni di chi scrive, si forma la fede dei semplici. Non è dunque rigorismo mio: è il modo classico, e oggettivo, di custodire la fede. Lei, invece, per salvare il testo, mi rimanda all’intenzione dell’autore e al disegno che egli contemplava: ma questo è leggere secondo l’intenzione presunta, non secondo ciò che il testo dice, ed è precisamente il metodo nuovo, che sposta dall’oggettivo al soggettivo. E in ogni caso quella lettura del disegno eterno è teologia, la sua, per quanto ingegnosa, non è il magistero; e quando due atti del magistero paiono discordare, non tocca al teologo comporli con una lettura felice, ma all’autorità scioglierli. Confondere la propria teologia con il magistero è precisamente ciò da cui mettevo in guardia.
La terza, che lei non ha sfiorato. Il testo dice permane intatta, e permane è durare, non essere restituita: se la somiglianza permane, non è venuta meno, e nulla resta da riparare. Ma soprattutto, la lettura che le pare mia è dell’autore: negli esercizi del 1976 egli scrive che tutti gli uomini sono redenti e giustificati, in Cristo lo sappiano o no, lo accettino o no. Lei ha confutato una lettura del disegno eterno; la mia prova, l’autointerpretazione dell’autore, è rimasta intatta, perché non l’ha nemmeno nominata.
Sicché, anche a restare a questo solo mattone, esso regge. E il muro, come vede, non è stato toccato.
Con pari rispetto e fraternità.
Andrea Mondinelli
P.S. Un ultimo pensiero, che le offro come domanda. Ammettiamo pure, e volentieri, che Giovanni Paolo II intendesse ogni cosa secondo Trento: non ho mai detto il contrario. Ma la questione non era l’intenzione dell’autore, era il tenore del testo e ciò che se ne è recepito. E la ricezione è sotto gli occhi di tutti: nelle omelie dei funerali il defunto è già nella casa del Padre, i Novissimi sono evaporati, e con essi il giudizio, il peccato è derubricato a fragilità della persona. Di più: ho udito, in più di un’occasione, intonare il Gloria a un funerale, l’inno di lode che la liturgia tace apposta nelle esequie, perché lì si prega per un’anima, non si celebra un trionfo già acquisito. Cantare il Gloria sopra un feretro è, in una nota sola, tutta la questione: se il defunto è comunque nella gloria, non c’è più nulla da implorare. Oggi è l’eccezione di qualche celebrante; temo che domani si faccia consuetudine, e poi regola, perché una prassi, quando la fede che la sostiene si diffonde, finisce per diventare più forte del rito che ha ricevuto. La fede non si trasmette per le intenzioni recondite di chi scrive, ma per ciò che i testi suonano e per come vengono recepiti: e ciò che si è recepito è la redenzione ridotta al suo solo lato oggettivo, la salvezza data per acquisita a tutti. Non le chiedo di attribuirne la colpa a nessuno, ma di considerare che quanto è accaduto è la verifica empirica di ciò che quei testi, per come suonano, hanno immesso nella predicazione e persino nel canto. Una dottrina si giudica anche dai frutti che porta nella fede del popolo.
NOTIZIA DELL’ULTIMA ORA:
Basta riascoltare le parole del parroco, che ha ricordato la defunta come «donna di contemplazione, di ricerca di Dio in tutti i cammini possibili», trovandolo infine «in Buddha, nell’Illuminato, che da secoli continua a illuminare il cammino di tanti popoli». Ne ha menzionato la generosità, «frutto del suo carattere ma anche dell’incontro con la spiritualità buddista. Ecco, è importante saper andare alle radici profonde del proprio essere ed è importante avere sul mondo uno sguardo che non è solo il nostro, uno sguardo contemplativo che viene dalle radici delle religioni da cui noi proveniamo».
https://lanuovabq.it/it/funerale-buddista-in-chiesa-nel-silenzio-della-diocesi-di-como