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di Massimo Sanvito

 

Maggio: il periodo dell’anno che più di ogni altro associamo alla Madonna. Il tempo in cui si moltiplicano i Rosari, i pellegrinaggi ai Santuari, in cui si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine.

Già nel  Medio Evo, Alfonso X re di Castiglia e Leon, celebrò Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via».

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo, a Roma dove San Filippo Neri insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore.  Nella seconda metà del 1600, iniziò poi la pratica del Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni, durante i quali si  svolgevano riti di preghiera popolari semplici, in cui si cantavano le litanie e s’incoronavano di fiori le statue mariane.

Maggio divenne così il mese consacrato a  Maria:  un invito  a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa, «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine».

Il resto è storia recente. Dopo la proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione nel 1854,  grazie a Santi come don Bosco, l’amore per la Vergine cresce ancora, arricchito dal sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica “Mense Maio”  del 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della Divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo».

E tra le pratiche devozionali e di preghiera non poteva certo mancare l’espressione musicale : canti che sin dal  III secolo hanno levato lodi alla Madre del Salvatore, rivestendo e arricchendo i testi  con i diversi stili delle varie epoche. Il canto favorisce infatti una emozione e una commozione che rendono  più facile introdursi al significato delle parole e la preghiera diventa così più facile.

Nel XVI secolo è San Filippo  Neri che utilizza nel suo Oratorio romano  uno stile nuovo: delle Laudi con testi  in lingua italiana, con melodie orecchiabili che potevano essere eseguite a una o più voci o con strumenti, anche in luoghi aperti, sui colli, come durante le  geniali “visite alle sette chiese di Roma”.. lassù si mangiava  in allegria, seduti sui prati mentre musici e cantori  intervenivano più volte  inframmezzati   dal “sermone der pupo”, cioè dalle “esplicazioni” che i fanciulli imparavano a  memoria e declamavano mandando in visibilio gli uditori.

Era una musica “pescatrice  di anime”, con testi  di incantevole purezza e semplicità derivati da quelli liturgici e con musica  semplice, colloquiale, popolare… diremmo noi oggi “musica leggera”, pur composta dai più grandi polifonisti  dell’epoca a servizio delle cappelle pontificie.

E nel vastissimo repertorio delle Laudi Filippine spiccano proprio  le molte composizioni  dedicate alla Vergine che, come nello sgranarsi dei Misteri del Rosario,  ci fanno contemplare la Sua figura dal momento dell’Annunciazione fino al dramma  vissuto sotto il Calvario.

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