coronavirus medico donna 1

 

di Gianni Silvestri

 

In questo periodo stiamo apprezzando l’impegno dei sanitari con varie manifestazioni di gratitudine, ringraziamenti pubblici in TV (persino del Capo dello Stato); le stesse manifestazioni si registrano in altre nazioni. Tutti siamo grati per la cura alle persone affette da contagio che i sanitari stanno apprestando a rischio della propria vita, in turni massacranti e spesso isolati dalle loro famiglie per evitare rischi di contagio (e nonostante ciò si contano oltre 150 morti tra i soli medici, al momento in cui scrivo).
Tanti  vanno oltre la gratitudine e si chiedono: Perché lo fanno?

La prima (giusta, ma insufficiente) risposta è: “per l’adempimento agli obblighi lavorativi di  un rapporto contrattuale in corso”, ma riflettendo, questa motivazione non tiene e non è la principale. Se fosse un obbligo lavorativo, i sanitari avrebbero potuto ben rifiutarsi di entrare in corsia in mancanza delle condizioni di sicurezza che ogni datore di lavoro (in questo caso lo Stato), ha l’obbligo di assicurare ai propri dipendenti. Infatti la mancanza di mascherine, guanti, tute, respiratori ecc. è stata denunciata da tutti i medici e dalle loro associazioni professionali ed era un ottimo motivo per sospendere le proprie prestazioni professionali in attesa del ripristino delle condizioni di sicurezza richieste dalla stessa legge (infatti questi Dispositivi sono obbligatori, non certo facoltativi). Invece il personale sanitario, ha continuato ogni giorno “ad andare sul fronte” addirittura in mancanza di armi, in quanto ha combattuto questa battaglia “quasi a mani nude”, non solo senza D.P.I. ma anche senza terapie e senza vaccini, assistendo spesso impotente alla morte di migliaia di persone (questa epidemia ci ha fatto comprendere la nostra “finitezza” ed i limiti della scienza, impotente dinanzi a questa tragedia).  I sanitari dunque compiono questa opera per motivi ben superiori di quelli lavorativi: per motivi di coscienza, di solidarietà verso coloro che soffrono, perché c’è bisogno di loro ed è ingiusto negare aiuto. Solo questo spiega perché:
A) Medici oramai pensionati, -senza obblighi di lavoro- si siano offerti di tornare in Ospedale.
B) I sanitari hanno accettano non solo i rischi (non previsti in contratto), ma anche turni di lavoro massacranti e ben superiori “al minimo contrattuale”, rinunciando a tornare al più presto a casa.
C) Ben ottomila medici italiani, oltre a tanti infermieri, hanno risposto (volontariamente e non avendo alcun obbligo), all’appello della protezione civile per lavorare in Ospedale (o in tenda), lasciando case e famiglie.
D) Sono arrivati in aiuto dell’Italia sanitari di altre nazioni, pur senza alcun obbligo giuridico.

La deontologia professionale, “il cuore”, il giuramento di Ippocrate, in una parola la forza della coscienza, sono le principale motivazioni del personale sanitario (sia chiaro, senza voler idealizzare: ci sono stati anche centinaia “che hanno marcato visita”,  mettendosi in malattia per sottrarsi ai pericoli, ma sono stati una minoranza). Questa testimonianza dei sanitari mi ha colpito e mi ha fatto apprezzare la grandezza dell’animo umano: c’è da essere ammirati verso la profondità della coscienza e del suo altruismo (così come da preoccuparsi quando si disconoscono i valori di altruismo, riducendo tutto ad interesse, quasi che l’uomo sia determinato solo dal dato economico).

 

coronavirus sacerdote con croce per le strade 1

 

Il pensiero poi si è rivolto ai sacerdoti, chiamati a combattere questa guerra ma su un altro fronte: quello  umano e spirituale, le due figure infatti richiamano i due grandi aspetti della vita, quello fisico e quello spirituale; non è un caso che la vita inizi e finisca di solito con la presenza di medici e sacerdoti. L’azione di questi ultimi è essenziale: assistere le persone smarrite, impaurite, confuse, ed assicurare al popolo di Dio il conforto spirituale è insostituibile in quanto non si tratta solo “ di buone parole di speranza” (quelle le possono dare chiunque, anche i non credenti, ci sono addirittura dei n. verdi telefonici per questo). I sacerdoti, infatti, hanno “una marcia e responsabilità” in più: i Sacramenti, che sono le “medicine di grazia” in cui interviene Dio stesso (nella Eucarestia è Lui che prendiamo, nella Confessione è Lui che perdona, attraverso il Sacerdote). Orbene, in questo grave momento tanti speravano che i sacerdoti continuassero nella loro attività sacramentale (cioè di carattere sacro) pur nel rispetto delle norme di sicurezza e distanziamento: se non in chiesa (visti gli esagerati divieti), assistendo a casa almeno le persone che lo richiedevano: “motivi di lavoro” avrebbero potuto scrivere nella autocertificazione, se proprio si fossero voluti attenere alle modalità di legge. Senza però chiedere tanto, molti si aspettavano di vederli in chiesa al primo banco, distanziati, ma presenti in preghiera dinanzi al Santissimo o  a disposizione l’ascolto o per le confessioni (sia pure distanziate, sia pure nella discrezione delle sacrestie) o infine per consegnare l’Eucarestia, magari con la mascherina e ad un fedele per volta.

Si spera che tanti sacerdoti abbiano continuato questa attività, al limite clandestinamente, come i cristiani hanno sempre fatto nella storia quando la legge degli Stati (spesso sbagliate se non persecutorie) violano la superiore legge di Dio che per i cristiani ha ogni precedenza.

Ma in mancanza di Eucarestia, di visite personali in casa, tanti sacerdoti si saranno certamente “attaccati all’elenco telefonico” ed avranno telefonato a tutti i parrocchiani per confortarli, salutarli, pregare con loro, benedirli. Avranno continuato a promuovere incontri con i propri parrocchiani via Skype, o con i propri giovani usando Zoom o altri social; avranno continuato la catechesi dei ragazzi a distanza (visto che essi già sono attrezzati per seguire le lezioni scolastiche in questa modalità),  o ancora avranno guidato preghiere comunitarie a distanza nelle tante possibilità video/audio offerte dai social.  Ognuno potrà valutare le attività promosse nella propria parrocchia. E tutti speriano che la Chiesa in questo difficile periodo “sia stata in uscita e non in ritirata” (come si chiedeva un bravo e noto sacerdote, via social). Questo perché, anche a prescindere “dalla Legge di DIO”, la legge della coscienza se vale per i medici, dovrebbe valere ancor più per i sacerdoti che sono stati “chiamati” da un Altro a questo servizio.

Si dirà: ma sono cose diverse, i medici salvano delle vite umane, i sacerdoti no. Certo, i medici hanno un compito importante e positivo che però -se ci pensiamo- non è quello di “salvare vite”, ma -più modestamente- di aggiungere un po’ di tempo (si spera anni) ad una vita, che comunque è destinata a spegnersi su questa terra; i sacerdoti invece hanno un compito ancora più importante, salvare anche le anime, in vista del loro destino eterno.

Dico “salvare anche le anime” perché i sacerdoti svolgono anche un importante azione terrena, consigliando, ascoltando confessioni e problemi, cercando risposte alla luce della fede (e non solo del buon senso, altrimenti sarebbero più utili gli psicologi). Quante persone chiuse in casa per mesi “hanno dato di matto”,  la depressione crescente, i suicidi, i femminicidi, ecc. dimostrano che il disagio spirituale è ugualmente grave della malattia fisica (anche se i Governi, sempre più laicisti, sembrano dimenticarlo). Speriamo dunque, anzi vorremmo esserne certi, che i sacerdoti (sia pur in incognito ove necessario) non abbiano mai rifiutato – a chi l’ha chiesta – l’Eucarestia, che non è un optional, ma “il principio e culmine della vita cristiana  (Cat. Chiesa Catt. 1324). E’ bene ribadirlo per evitare che ci si abitui all’idea che tutto possa farsi a distanza, per televisione. L’Eucarestia è un “rifornimento di Grazia di Dio”, ha effetti reali, oggettivi e la sua mancanza crea un’oggettiva privazione per il popolo di Dio: è il corpo e sangue di Cristo, è il principale cibo per l’anima del credente, non è sostituibile o comparabile con “nessun’altra materia” nell’intero universo. Altrimenti perché andare a Messa?? (sarebbe meglio abbonarsi a Sky per vederne di spettacolari in Tv?? o – esagerando – sarebbe più efficace organizzare un “servizio Amazon” con  la consegna a domicilio di particole benedette??).  Ecco un’altra bella domanda: Messa sospesa o no? Non voglio alzare barricate perché non stiamo discutendo di un dogma (nessuno contesta l’importanza della messa), ma di una scelta di opportunità tra le ragioni della fede e quelle della legge e della umana prudenza.  In Europa dell’Est i vescovi di alcuni paesi hanno deciso di continuare a celebrare  aumentando il numero delle messe per renderle meno frequentate e rispettare quindi i distanziamenti. Sarà poi un caso che sono i paesi che hanno il minor numero dei contagi in Europa? I dati dimostrano quantomeno, che le messe non sono occasioni di contagio.

 

Coronavirus dati al 01 maggio 2020

Coronavirus dati al 01 maggio 2020

Un domani qualcuno dovrà spiegare perché non si è  presa in considerazione questa soluzione (nemmeno per le regioni italiane con un tasso di contagio minimo). Si dirà: la legge  disponeva il divieto: certo, ma se nessuno propone modalità diverse, se nessuno protesta che i tabacchini siano stati ritenuti più importanti ( e mai chiusi); se tutti si accodano (quasi con un senso di “scampato pericolo”), è chiaro che poi il Governo Italiano fa come crede e sceglie la via più restrittiva (e continua a farlo nonostante le giuste proteste della CEI).

Tanti si chiedono: abbiamo con la nostra tiepidezza di cristiani dilapidato decenni di saggezza e prassi costituzionale sul “diritto di culto” e sull’autonomia tra Chiesa e Stato? Forse ora lo Stato ha “misurato” la in-decisione del suo interlocutore ecclesiale, che dovrà faticare per “riguadagnare il terreno ceduto” perché il potere da sempre ha la tentazione di dominare su tutto, anche sulla Chiesa). Dispiace, infine, riflettere su quante persone sono morte da sole, senza una parola di conforto e di speranza nel momento fondamentale della vita (che, paradossalmente, è quello della morte).  E speriamo che nessuno sia morto con la disperazione nell’anima, fiaccata da notti insonni, dolori, paura per il soffocamento in mancanza di ossigeno. Quanto bene potrebbe aver fatto alle loro anime, la vicinanza del proprio amico-parroco, o la confessione con assoluzione (anche se in alcuni casi solo con lo sguardo)? Quanto bene spirituale da un accompagnamento nel passo decisivo e terribile della morte? E se dei semplici infermieri, hanno fatto un segno di croce o una preghiera (bardati di tutto punto), quanto di meglio avrebbero potuto fare i sacerdoti in prima linea? Tanti lo hanno fatto sicuramente, onore e ringraziamento ai cappellani ospedalieri, ai sacerdoti che hanno continuato a celebrare ovunque o a percorrere le vie del paese con una croce o la statua della Vergine o del santo patrono, accompagnati nella preghiera dai fedeli alle finestre o nei cortili… (e sono stati anche multati per questo, o addirittura sono stati ripresi da chi avrebbe dovuto difenderli). Queste riflessioni non vogliono essere un giudizio per nessuno, in quanto tutti dovremmo interrogarci prima di tutto sul nostro agire e tutti dovremmo avere sempre stima per chi -come i sacerdoti o i religiosi consacrati- sceglie Cristo prima di ogni altra cosa. Queste semplici constatazioni  vorrebbero semplicemente essere una riflessione per aiutarci a comprendere meglio il valore “sacro” della vita ed i sacrifici a cui siamo disposti per difenderla. Infatti se in medicina si sceglie il “criterio di precauzione” e nel dubbio si usa il mezzo più restrittivo (es. il nostro distanziamento sociale eccessivamente uguale anche in regioni meno contagiate), perché non usare l’identico “principio di precauzione” anche per la nostra vita spirituale?

Lo scienziato-filosofo Pascal, da buon matematico aveva ben intuito che la nostra limitata intelligenza non avrebbe mai compreso il mistero della esistenza e del rapporto con Dio, ma da ottimo calcolatore (inventò la prima macchina meccanica antesignana dei computer, detta “la Pascalina”), al posto di abbandonare “la questione DIO”, invita a scommettere su di Lui, sulla Sua  esistenza e sui suoi insegnamenti affermando: “se Dio non c’è non avremo perso niente, ma se Dio c’è, avremo vinto tutto” (“un vero principio di precauzione”: la famosa scommessa di Pascal).
Nel profondo infatti, tutti sentiamo (o speriamo) che la vita non è solo quella terrena (ed anche quella purtroppo finisce presto…); allora se consideriamo la vita nella sua interezza – e non solo nel segmento che conosciamo – la fede non appare più un optional, ma luce che illumina l’enormità della posta in gioco: non solo questo tratto di vita, ma tutto ciò che ci aspetta dopo…
In pace

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