Un lettore mi scrive.

 

scienza

 

 
Egr. Dott. Paciolla,

a seguito dell’articolo del Dott. Guerra “4 anni dal Covid-19: tempo di bilanci” e del mio precedente messaggio “Nulla sarà più come prima” in cui accennavo a ciò che la crisi sanitaria ha generato nel tessuto socio – politico in termini di insicurezza e perciò pessimismo, mi permetto offrire un ulteriore contributo cercando di riordinare ulteriormente le idee e chiedendomi anzitutto se realmente si possa parlare di un “prima” e un “dopo” 2020 come taluni sostengono.

Non ho una risposta definitiva.

Faccio tuttavia notare come anche prima del passato triennio non fosse un mistero che:

•    da quando il potere da espressione – almeno tentativamente – di una regalità superiore e trascendente è divenuto autoreferenziale, si sono ingigantiti i problemi; e che problemi

•    tale potere abbia prodotto ideologie nefaste, che in cambio di imbarazzanti quantità di cadaveri non ci hanno certo condotto verso un mondo migliore, anzi

•    l’affermazione di un pensiero unico abbia omologato, appiattito, soggiogato intere società, emarginando in varie forme – talvolta violente – chi non vi si adeguava

•    tutto ciò rientra in quel processo storico che dicesi rivoluzione, piano strutturato di sovversione dell’ordine naturale e divino dell’umanità e del creato

Se da una parte possiamo perciò cogliere ampi segnali di una dissoluzione sistematica cui nell’ultimo trentennio è stata impressa una particolare accelerazione, tuttavia dall’altra non è impossibile cogliere un ulteriore step che si è delineato in corrispondenza di una crisi sanitaria le cui origini sono tutt’altro che chiare, per usare un eufemismo. La gestione, da parte delle autorità, di questa crisi ha prodotto:

•    polarizzazione scientificamente programmata delle diverse posizioni con relativa frattura del tessuto sociale, rendendo in qualche modo obsoleti i tradizionali schieramenti politici e convincendoci della sostanziale inutilità della democrazia quando vi siano da affrontare problemi “veri”

•    crisi di fiducia nelle istituzioni e nei diritti sino ad allora considerati naturali ed acquisiti, in seguito subordinati alla cieca obbedienza a dettami la cui sottomissione è stata monitorata ibridandoci con strumenti digitali certamente pensati in un’ottica più ampia

•    crisi dei riferimenti politici e spirituali che sono stati in vari modi messi in discussione e riconfigurati per molti di noi

Considerato tutto quanto sopra mi preme perciò chiarire che per il futuro ho molta più paura del potere e delle progettualità che esso persegue con sempre maggior determinazione, che di un ipotetico patogeno. Ho paura della forza persuasiva di un mondo dell’informazione chiaramente asservito. Ho paura che l’esperimento sociale che si è consumato per il tramite della narrazione covidista abbia confermato alle classi dominanti che questi scenari potranno essere in seguito riproposti senza problema alcuno, anche in funzione del palese mancato ravvedimento delle istituzioni civili e religiose.

In definitiva il timore non consiste nella consapevolezza che la scienza non possa risolvere tutto. Questo già lo sapevo. Il problema è quando ci viene spacciato per scienza, ed imposto con violenza, ciò che consiste invece in mera progettualità di riprogrammazione socio – politico – antropologica dell’uomo e della società conducendoci verso un modo che, ne sono certo, piacerebbe molto al divisore per eccellenza.

La ringrazio per avermi letto.

Claudio
 
(Saronno)
 


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