Padre Timothy V. Vaverek ci dice che questa crisi è anche una crisi da abuso di autorità da parte di coloro che nella Chiesa ricoprono ruoli che dovrebbero essere di servizio al fratelli nella fede.

Ecco un suo articolo nella mia traduzione.

foto: mitra di un vescovo

foto: mitra di un vescovo

 

Si levano innumerevoli voci tra vescovi, sacerdoti e laici per chiedere indagini credibili sullo scandalo McCarrick, sulle coperture per gli abusi sessuali e sulla crisi della morale sessuale, in particolare per quanto riguarda l’attività omosessuale tra il clero. Tali questioni meritano un esame approfondito, soprattutto alla luce del nuovo paradigma morale sostenuto da presuli di primo piano, che contempla la contraccezione, l’attività sessuale omosessuale e extraconiugale e il matrimonio.

Le sorprendenti accuse dell’arcivescovo Viganò, però, ci spingono ad una crisi molto più profonda dei peccati sessuali e della falsa teologia: l’abuso dell’autorità pastorale, sia da parte di coloro del clero che abusano che dei vescovi che non riescono a proteggere il gregge.

Dire che l’abuso clericale riguarda l’autorità piuttosto che la lussuria non esclude il ruolo che la sessualità può svolgere, ma collega quella gratificazione all’esercizio del potere. Per il clero, l’autorità è radicata nel loro ufficio sacramentale come pastori del gregge di Gesù. I chierici predatori e i vescovi che non hanno difeso le vittime sono colpevoli, quindi, non solo dell’abuso di ufficio, ma anche dell’abuso di una relazione spirituale. Sono padri e fratelli, immagini di Cristo, che hanno violato la fiducia del popolo di Dio che viene a loro per il sostegno e la protezione.

Se gli autori degli abusi e i vescovi abbiano agito peccaminosamente, cioè con piena cognizione di causa e libertà, è una questione importante. La questione centrale, tuttavia, è che le loro azioni hanno causato gravi lesioni alle membra del Corpo di Cristo. La giustizia e la carità esigono che il danno sia indagato e riparato nella misura del possibile, non solo perdonato. Ciò può includere la rimozione dall’ufficio dell’autore del reato.

 

Molti casi di abusi clericali e di fallimento episcopale non sono stati eventi isolati, spiegati dicendo: “Tutti noi pecchiamo e sbagliamo”. Questi erano modelli stabiliti di comportamento distruttivo che erano diventati come una seconda natura per l’abusante o il vescovo. Tali abitudini sono chiamati vizi. Si tratta di disposizioni radicate di un continuo comportamento scorretto che indicano uno stato di corruzione o disfunzione.

Gli autori di abusi ripetuti non sono disposti o non sono in grado di modificare il loro comportamento in modo da rinunciare al potere che usano per gratificarsi. Pertanto, fino a quando le loro disposizioni viziose non cambieranno, non prenderanno provvedimenti per ristabilire la giustizia e la carità. Essi possono declamare vari atti di rimpianto o di modifica della vita, ma questi sono fatti solo per riparare il loro status.


Ecco perché il ruolo dei vescovi è fondamentale. Spetta a loro trovare un mezzo efficace per garantire un esito giusto e caritatevole alla vittima e, in tale contesto, anche all’autore del reato. Qui troppi vescovi hanno rivelato la propria corruzione o disfunzione, aggravando il danno con l’abuso dell’autorità episcopale. Questo spiega perché le vittime, le loro famiglie, i laici e i chierici a volte si sono sentiti maltrattati anche dai vescovi – o persino dai funzionari vaticani.

Alcuni dei vescovi che hanno ripetutamente fallito hanno affermato che, decenni fa, hanno trattato l’abuso come un peccato. Questo non è vero. Se l’avessero trattato come peccato, avrebbero richiesto all’autore del reato di ammettere il male, di restituirlo alla sua vittima (finanziariamente e in altri modi), di fare penitenza e di modificare la sua vita. Avrebbero quindi riconosciuto una ripetizione non come un “errore”, ma come un segno di un’abitudine viziosa che era compulsiva o volontaria. In entrambi i casi, la sollecitudine per il bene dei fedeli e del sacerdote non avrebbe dovuto portare a ulteriori incarichi.

Altri vescovi che hanno fallito hanno affermato che più recentemente hanno trattato gli abusi come una malattia. Questo è improbabile. I piani di trattamento di solito richiedevano supervisione e cure continuative. Nei casi di ripetuti abusi, i vescovi spesso non si sono accertati che quei passi fossero seguiti con diligenza.

Un numero molto maggiore di vescovi ha fallito non coltivando un ambiente in cui il clero o i laici potessero avvicinarsi a loro con preoccupazione. E’ vero che la situazione è cambiata dopo il 2002, cosicché sono state ricevute almeno accuse di abuso nei confronti di minori.  Ma con rare eccezioni, come la diocesi di Tyler, non ci sono state politiche che richiedono la denuncia di altre violazioni clericali della fede cristiana e della morale, come ad esempio il falso insegnamento, i rapporti sessuali con uomini o donne, abusi finanziari della parrocchia o singoli parrocchiani, dipendenza da alcol o pornografia, ecc.

Bisogna riconoscere, quindi, che i vescovi diocesani o vaticani che ripetutamente omettono di difendere le vittime esposte a varie forme di abuso clericale dimostrano un livello di corruzione o disfunzione che di per sé costituisce un abuso di potere. Questi fallimenti sono molto più che errori. Tale comportamento è diventato una seconda natura per questi vescovi nell’esercizio amministrativo del loro ufficio.

Durante i decenni della crisi degli abusi, né i vescovi né la Santa Sede hanno fornito un’effettiva responsabilità per i vescovi corrotti o che non hanno adempiuto correttamente al loro ufficio. Alcuni sostengono che i vescovi non abbiano autorità in questo campo, ma nulla vieta loro di presentare un programma a Roma. Anche questa passività è un abuso di potere che nega la giustizia e la carità al popolo di Dio. Crea una situazione che rende difficile anche per un’indagine vaticana essere considerata credibile.

 

Nello scandalo McCarrick, i vescovi di Newark e Metuchen conoscevano le accuse nascoste grazie ai risarcimenti. Eppure il cardinale Wuerl insiste dicendo che nessuno lo ha avvertito – il che, se è vero, significa che anche il Vaticano ha taciuto. Se è così, il loro occultamento ha impedito la scoperta e l’aiuto a seminaristi e sacerdoti sfruttati dall’ex cardinale. Ha anche permesso al pensionato McCarrick di fraternizzare regolarmente con i seminaristi. In modo indiretto, il racconto di Wuerl, quindi, accusa un abuso di potere da parte di vescovi negli Stati Uniti e a Roma tanto inquietante quanto le accuse di Viganò.

Dobbiamo indagare in modo credibile sugli autori di abusi come McCarrick, sulla crisi della morale sessuale legata al Nuovo Paradigma, e sui vescovi che hanno permesso questi e altri oltraggi contro il popolo di Dio.  Le rivendicazioni di Wuerl e Viganò ci impongono di esaminare i nunzi e la curia. Ma dobbiamo andare oltre. Per affrontare l’abuso dell’autorità pastorale, dobbiamo stabilire mezzi efficaci per denunciare, indagare e correggere le violazioni della fede cattolica e della morale da parte del personale della Chiesa, dai volontari part-time agli stessi vescovi. La giustizia e la carità lo esigono. Lo stesso fa Gesù, vittima ultima – e giudice – di tutti questi abusi.

 

Fonte: the Catholic Thing

 

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