La-crisi-dellOccidente-Libro-di-Santiago-Cantera-Montenegro

 

 

Autore: Santiago Cantera Montenegro

Pagine: 336

Prezzo€26,00 €24,70

Editore: Edizioni Cantagalli

 

I vertici dell’Europa odierna, hanno costruito un tempio neopagano dedicato alla dea Europa, laicista e capitalista. E le antiche basiliche cristiane, le chiese bizantine e preromaniche, le cattedrali romaniche, gotiche, rinascimentali e barocche? Semplicemente non esistono, come non esiste, per i sacerdoti che venerano la dea Europa, secoli di Cristianesimo.

Ammirando la bellezza delle cattedrali cristiane, soprattutto quelle del Medioevo, Santiago Cantera Montenegro ha scritto questo saggio tenendo presente le loro caratteristiche architettoniche. E così, entrando attraverso un portico, si vedranno quali sono le solide fondamenta su cui poggia la vera Europa, quali sono i pilastri, gli archi e le volte in cui culmina l’edificio, e quale messaggio ci trasmette la decorazione sui timpani delle porte e sui capitelli. Si vedrà anche qual è l’effetto del passare del tempo, quali danni può aver recato e in che modo si debba intraprendere il restauro.

Un saggio storico, filosofico, religioso poderoso in cui l’autore ripercorre secoli di storia del Cristianesimo che ha rappresentato il solido fondamento per la costruzione di una realtà politica, territoriale, sociale e culturale, che si è dissolta in una mescolanza di intenzioni e scopi economici privi di qualsiasi solidità. È evidente come la “Nuova Europa” fluttui in una instabilità pericolosa che rischia di inghiottire quella che un tempo è stata la culla della civiltà occidentale.

 

Disponibile in libreria dal 25 novembre 2022

Se vuoi, acquistalo in anteprima con uno sconto del 5% sul prezzo di copertina con spese di spedizione a carico dell’editore

 

Estratto del libro

 

PORTICO

 

Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta in Spagna nel 2008; tre anni dopo, nel 2011, è uscita la seconda edizione. Dopo nove anni (e alcune ristampe) è giunto alla terza edizione (2020) e ora siamo felici di vederlo pubblicare anche in Italia. 

In tutti questi anni sono accaduti eventi che hanno confermato molti aspetti sui quali avevo ragionato, come la progressiva penetrazione islamica in Europa e l’altrettanto progressivo degrado morale della cultura occidentale. Allo stesso modo, sono emersi fattori nuovi e inaspettati, in particolare la crisi causata nel 2020 dal Covid-19, che ha sconvolto non solo la vita dell’Occidente, ma quella del mondo intero e la guerra in Ucraina. 

L’analisi contenuta nel libro mantiene comunque la sua rilevanza, perché va oltre le vicissitudini storiche più recenti e si concentra sulle radici più profonde della nostra civiltà, nonché sul processo di decomposizione di alcuni dei suoi pilastri fondamentali e nelle possibilità e speranze per il loro restauro. In ogni modo, questa nuova edizione è stata aggiornata. 

Il fine di questo scritto è quello di cercare di rispondere alla domanda di tante persone che chiedono luce in un mondo confuso e in un Occidente che sembra navigare in un mare tempestoso, in cui spesso è difficile trovare fari che fendano l’oscurità e porti in cui trovare rifugio. 

Questo libro vuole far luce sull’Europa e sulla sua attuale crisi d’identità. Come? Parlare di crisi dell’identità europea proprio mentre si sta costruendo l’Europa? Che sta dicendo questo monaco, questo ardito frate antiquato che, all’inizio del XXI secolo, indossa ancora un nero abito con il cappuccio? Perché ci sembra fastidioso parlare di crisi, se i mezzi di comunicazione sociale ci convincono che invece tutto sta andando bene e sono all’orizzonte “magnifici tempi e progressivi”? Ha forse ragione quel politico spagnolo che ha di recente definito i preti e i giudici «oscuri e immobili» perché «per secoli si sono opposti a qualsiasi progresso»? 

Ebbene, questo monaco benedettino vuole presentare qui, in maniera semplice, nient’altro che una serie di impressioni derivate dall’attuale processo che l’Europa – e più in generale la civiltà occidentale, che è di matrice europea – sta attraversando. Le sue opinioni sono tanto povere quanto la sua persona, ma egli cerca di elaborarle ed esporle non tanto da un punto di vista personale, bensì legato alle radici di una Tradizione secolare, di cui si sente essere erede e partecipe, che gli permette di osservare e giudicare; un punto di vista illuminato dalla luce di una vita dedicata alla contemplazione di Colui senza il Quale niente può essere spiegato, per quanto ci si sforzi di trovare sostituti che riempiano il vuoto lasciato dall’assenza di Dio.

Abbiamo accennato a due concetti fondamentali – radici e luce – che oggi mancano alla società europea. Questa, che ai nostri giorni sta cercando di configurarsi in modo assolutamente nuovo, ha rinunciato alle vere radici che potrebbero darle consistenza. Ha rinnegato il suo passato più autentico, quello che ha dato vita all’Europa, e vuole edif icare sul vuoto una nuova “casa comune europea”. Pertanto, è ovvio che, prima o poi, si verificherà un crollo. Basta ascoltare quanto insegnato duemila anni fa in Palestina da un Uomo straordinario: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande»1. 

Ma, naturalmente, l’Europa, che in altri tempi riconosceva quest’Uomo come Dio, oggi vuole bandirlo dal continente ed evita persino di pronunciare il Suo nome; e di conseguenza è destinata a crollare, perché ha abbandonato i suoi consigli saggi e prudenti. Quindi, proprio per questo motivo, di fronte all’ostracismo apertamente o tacitamente dichiarato contro l’Uomo-Dio, chi scrive queste righe, conscio di essere autenticamente libero, dichiara con fermezza e con amore, qui e ora, detto Nome: Gesù Cristo, Re e Signore dell’Universo. 

Ed è proprio Gesù Cristo ad aver illuminato in altri tempi l’Europa e che oggi potrebbe continuare ad illuminarla se essa lo accogliesse di nuovo. All’Europa di oggi manca la vera luce; il suo sviluppo materiale, che non ha garanzie di poter durare per sempre, la riempie di luci artificiali: tecnologia, consumismo, piaceri passeggeri… Ovvero, nuovi idoli che la gonfiano di boria, la svuotano di contenuto e la ipnotizzano. Ma non possiede una luce autentica e duratura, perché rifiuta il legame con le sue radici storiche e abiura Gesù Cristo, che ha detto di Se stesso: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»2. 

Questa è dunque l’Europa che Giovanni Paolo II, nella sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa del 2003, ha giudicato immersa in un processo di «apostasia silenziosa»3. Secondo il Santo Papa, e secondo quanto hanno confermato i Padri partecipanti al Sinodo, questa situazione è caratterizzata in larga misura dallo «smarrimento della memoria e dell’eredità cristiane, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale e come eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia. Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all’Europa escludendone la eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo»4. 

E cosa dovrebbe pensare dell’Europa un monaco benedettino, in relazione a quelle radici e quelle luci di cui ha parlato? Dal suo ritiro nel chiostro, lontano dalla “pazza folla”, come potrebbe contribuire? 

Abbiamo già detto che il valore di quanto qui esposto non consiste tanto nei giudizi personali – che indubbiamente possono essere poveri e non esenti da errori – quanto nel fatto di essere stato realizzato a partire da una vita dedicata a Colui che è la Luce del mondo, e parimenti dalla luce conferita quando si è sorretti da una Tradizione secolare. Addirittura un agnostico, rivolgendosi a un importante abate francese, il fondatore del monastero provenzale di Le Barroux, Dom Gérard Calvet, ha riconosciuto che i monaci, «in mezzo a questa disfatta generale, sono i testimoni della permanenza dei valori»5. 

In effetti, il monachesimo è erede di una tradizione ed è esso stesso in larga misura Tradizione. E, in quanto Tradizione, è una Tradizione sempre viva. L’essenza della vita monastica è la ricerca assoluta e contemplativa di Dio in un clima di silenzio e solitudine, che implica necessariamente il ritiro dal mondo e uno sforzo ascetico. E la Tradizione, dal punto di vista della metafisica tomista, è stata definita come «allacciamento o radicamento del divenire nell’essere»6. Lo stesso autore ha anche ricordato il suo legame con le radici, la linfa, la memoria della paternità in una comunità e il senso di filiazione, e ha messo in relazione l’amore umano in essa implicito con l’Amore di Dio. Allo stesso modo, ha indicato come tratti caratteristici della Tradizione: l’azione (per il fatto della trasmissione), la comunione (c’è azione comunicativa tra donatore e ricevente), la permanenza (ciò che viene trasmesso è ciò che permane) e la speranza, poiché è anche una proiezione verso il futuro e quindi possiede una perfettibilità (tende verso una meta e, considerando la vocazione dell’uomo all’eternità, il senso della Storia è il compimento del disegno divino, il Regno di Cristo)7. 

Sono vari gli studi dedicati al concetto di Tradizione monastica, ma qui diremo semplicemente che l’idea di Tradizione nel monachesimo è sempre presente, poiché è concepita e vissuta come un’eredità ricevuta dai vari padri fondatori, che si deve continuare a trasmettere alle successive generazioni di monaci e deve essere vissuta con fedeltà. Un’eredità che si raccoglie ed è fondamentalmente, l’essenza stessa della vita monastica, che, secondo la diversità delle vocazioni particolari suscitate dallo Spirito Santo, può manifestarsi in due grandi forme: cenobitica (vita comunitaria) ed eremitica (vita solitaria). E queste, a loro volta, si diversificano in una varietà abbastanza ampia, il che ci fa parlare di una Tradizione benedettino-cistercense, una tradizione certosina, una tradizione girolamina, una tradizione basiliana, etc. Ma nel loro insieme esse costituiscono la Tradizione monastica, che risale in primo luogo a quella dei primi Padri monaci dell’Oriente cristiano: siriani e, soprattutto, egiziani. E questi Padri, da parte loro, si riferivano alla tradizione del pre-monachesimo biblico, rappresentato soprattutto da Elia nell’Antico Testamento e da san Giovanni Battista nel Nuovo. 

Ma, ancor di più, insieme alla propria Tradizione monastica, il monaco sa di essere l’erede di antenati che costruirono l’Europa, sia occidentale (soprattutto i benedettini e i cistercensi) che orientale (soprattutto i basiliani); essi erano a loro volta figli di chi aveva gettato le basi su cui sarebbe stato possibile – senza che se lo fossero prefissato – edificare un’intera civiltà nel corso di diversi secoli. E quei genitori, compatroni d’Europa, erano san Benedetto da Norcia e i santi fratelli Cirillo e Metodio. 

Pertanto, in questo campo, il monaco è anche erede di una Tradizione secolare, discende da antenati invocati e designati come “Patroni” e “Padri” d’Europa. Il monaco è erede dell’essenza più ricca e pura della Tradizione europea: quella delle sue radici e del suo carattere cristiani. 

Questo libro non vuole essere uno studio approfondito né una breve sintesi storica, come altri miei saggi. Si tratta piuttosto di riflessioni fatte da un figlio di san Benedetto alla luce della fede cristiana, della vita di preghiera e della Tradizione di cui questo benedettino si sente partecipe, erede e trasmettitore. Allo stesso modo, sono riflessioni costituite dalla formazione acquisita prima come studente di Storia e Geografia e poi come docente di “Storia delle Civiltà” all’Università, appassionandosi al pensiero e all’opera di Christopher Dawson. Queste pagine, insomma, sono, per essere precisi, un saggio di tipo storico-filosofico-religioso (sebbene con un apparato critico di note più abbondante del solito rispetto a questo genere di opere): c’è tutta la povertà della persona di questo monaco, ma tutta la ricchezza che la Tradizione e la fede in Cristo possono portare oggi all’Europa. 

Il cristiano, e soprattutto il monaco, è un uomo libero di fronte alle pressioni del “mondo”. La sua obbedienza consacrata, abbracciata volontariamente, gli dona un’autentica libertà. Chi si dona a Cristo e alla sua santa Chiesa, consegnando volontariamente la propria vita in risposta a una chiamata d’amore personale che Dio gli ha fatto, sa e sente di essere libero. Per questo il monaco si sente svincolato dai condizionamenti umani, dalle paure di ciò che gli può accadere se parla apertamente, dalla paura di dare giudizi “politicamente scorretti”, e così via. La sua vita appartiene a Cristo ed è per Cristo: per questo la calunnia, la persecuzione e financo il martirio sofferti in suo Nome sono motivo di gloria e di felicità, come lo sono per ogni cristiano; anche se non dobbiamo mai dimenticare che la perseveranza e il successo in queste prove potranno esserci solo se chieste a Dio come sue grazie. 

Con tale libertà, poi, è possibile proclamare apertamente quanto disse José Calvo Sotelo poco prima di essere assassinato nel 1936, di fronte alle minacce di morte rivoltegli da deputati socialisti e comunisti nel Parlamento spagnolo: «Potete togliermi la vita, ma niente di più»8. O quello che, nove secoli prima, un grande abate benedettino spagnolo, san Domenico di Silos, aveva risposto a García, Re di Navarra, come narrato poeticamente da Gonzalo de Berceo, anch’egli benedettino: 

 

Puedes matar el cuerpo, la carne maltraer, 

mas non as en la alma, rey, ningún poder. 

 

Puoi uccidere il corpo, la carne maltrattare, 

ma non hai sull’anima, o re, alcun potere.9 

 

E in precedenza, senza dubbio ispirandoli ambedue, il divino Maestro aveva detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna»10. 

I vertici dell’Europa odierna, nella naufragata bozza di Costituzione, cercano di passare dal tempio pagano greco e romano al tempio neopagano razionalista della dea Ragione eretto dalla Rivoluzione francese e, da lì, al tempio – anch’esso neopagano – della dea Europa, laicista e capitalista. E le antiche basiliche cristiane, le chiese bizantine e preromaniche, le cattedrali romaniche, gotiche, rinascimentali e barocche? Non esistono, forse, questi edifici, come non esistono anche quei secoli di cristianesimo? Perché il progetto di Costituzione europea ha ignorato questo periodo storico?

Questo è il motivo per cui, ammirando la bellezza delle cattedrali cristiane, soprattutto quelle del Medioevo, ho scritto questo saggio tenendo presente le loro caratteristiche architettoniche. E così, entrando attraverso un portico, si vedranno quali sono le solide fondamenta su cui poggia la vera Europa, quali sono i pilastri, gli archi e le volte in cui culmina l’edificio, e quale messaggio ci trasmette la decorazione sui timpani delle porte e sui capitelli. Si vedrà anche qual è l’effetto del passare del tempo, quali danni può aver recato e in che modo si debba intraprendere il restauro. 

Dal momento che la fede è più forte del totalitarismo rivestito di democrazia, non dobbiamo dubitare che Dio darà il suo sostegno a coloro che confidano in Lui. E per questo non dobbiamo nemmeno dubitare che sia possibile ricostruire la vera Europa. La speranza deve essere sempre più forte della durezza della situazione affrontata, perché il Dio cristiano è il Dio della speranza. 

Prima di addentrarci nel saggio, voglio ringraziare il mio buon amico, il Professore di Filosofia José J. Escandell, per la sua pazienza, dato che gli ho chiesto di leggere il testo prima di pubblicarlo in Spagna. Ho gradito tutte le sue indicazioni: sia i suoi apprezzamenti positivi che le sue correzioni e obiezioni; ne ho accolto una parte e ho mantenuto la mia opinione rispetto ad altre, pur essendo conscio che potevo sbagliarmi. Pertanto, tutte le opinioni, gli errori, le carenze, etc., sono da attribuire esclusivamente a me e alla mia particolare prospettiva di pensiero.

 


 

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