di Mattia Spanò

Di seguito un brano scelto dal primo capitolo de La crisi della civiltà, saggio del 1935 del grande storico olandese Johan Huizinga, preceduto da un lacerto dell’introduzione alla prima edizione italiana (1937) dello stesso Autore.

Io non chiamo ottimista l’uomo che prende alla leggera i pericoli gravi dicendo: tutto finirà bene, ma bensì colui il quale, valutando in tutta la sua portata la minaccia del tracollo incombente, tuttavia tiene alta la speranza, anche quando nessuna via d’uscita sembra presentarsi. La speranza può solo essere fondata sull’improbabile. Quello che parte dall’osservazione esatta di fatti patenti non è speranza, ma calcolo”.

Habet mundus iste noctes suas et non paucas.

(Bernardo di Clairvaux)

“Noi viviamo in un mondo ossessionato. E lo sappiamo. Nessuno si stupirebbe se, un bel giorno, questa nostra demenza sfociasse in una crisi di pazzia furiosa che, calmatasi, lascerebbe l’Europa ottusa e smarrita; i motori continuerebbero a ronzare e le bandiere a sventolare, ma lo spirito sarebbe spento.

Dappertutto il dubbio intorno alla durevolezza del sistema sociale sotto cui viviamo; un’ansia indefinita dell’immediato domani; il senso del decadimento e del tramonto della civiltà. Queste non sono soltanto angosce che ci colgono durante le insonnie notturne, quando è bassa la fiamma vitale. Sono anzi meditate prospettive, fondate sulla constatazione dei fatti e sul giudizio. La realtà c’incalza.

Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano sacre e salde, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto. Vediamo forme di governo che non funzionano più, sistemi di produzione che agonizzano. Vediamo delle forze sociali che assumono uno sviluppo ipertrofico. La rimbombante macchina di questo nostro tempo formidabile sembra in procinto d’incepparsi”.


Huizinga si colloca coscientemente nel solco tracciato dal monumentale Il tramonto dell’Occidente di Spengler, pubblicato nel 1918 nel fermento viennese – Freud, Schnitzler, Spengler, Musil: lo stesso Hitler completava la propria allucinata formazione nella capitale del morente impero austroungarico. Balza all’occhio non tanto l’attualità del pensiero di Huizinga, quanto il fatto che la decadenza presenti sempre, nella storia, i medesimi tratti somatici.

Si rileggano gli Annales di Tacito per verificare questa singolarità storica: non sono qualità profetiche, ma una particolare lucidità e consapevolezza nell’approcciare il tempo della fine che ciclicamente si manifesta. In certa maniera, questo tempo della fine è sempre un’anticipazione in sedicesimo della fine del tempo. Chi segnala questo deterioramento – ai giorni nostri, penso a Giorgio Agamben – di norma non gode del favore dei contemporanei. Per soprammercato, la decadenza coincide quasi sempre con la negazione della decadenza stessa.

Le differenze tra le crisi delle civiltà del passato e la presente mi sembrano rinvenire in tre aspetti di fondo. Il primo è l’incrollabile certezza sedimentata nel nostro subconscio di vivere la migliore delle epoche possibili, la più progredita, la più evoluta. Il secondo è l’idea, altrettanto solida, che questo stadio terminale dell’evoluzione riscatti qualsiasi mediocrità, qualsiasi bassezza, a partire dalle nostre insignificanti (davvero lo sono?): come stolidi mediocri ci permettiamo il lusso di essere governati da figure come Von Der Leyen, Macron, Biden, Scholz, a suo tempo Draghi (ricorderete l’infimo “non ti vaccini, ti ammali e muori o fai morire”), di eleggere a maitre-à-penser qualsiasi ciuccio abbia un carretto attaccato alle terga perché il Nirvana nel quale annaspiamo prescinde dalle qualità personali, quand’anche fossero pessime o inesistenti. Si può dire lo stesso di Trump e Meloni, per non addossare ogni colpa alla cultura politica liberal-democratica? Certamente sì.

Il terzo aspetto è che pur divenendo consapevoli della decadenza – qui si manifesta il divario fra un intellettuale attuale e Huizinga o Spengler – per le due considerazioni suddette chi pensa il nostro tempo pensa contro sé stesso. È costretto a remare contro non soltanto evidenti storture ed elementi putrescenti (celebrati nel giubilo generale) ma anche contro la propria storia personale, la propria esperienza, la cultura, le convinzioni e determinazioni alimentate dal contesto. In qualche modo egli deve rimuovere il carname della falsa conoscenza dal proprio intelletto e dal proprio spirito.

Diversamente qualsiasi intellettuale che abbia proiettato la propria lunga ombra fino a noi pensava, scriveva e agiva secondo sé stesso. A noi questo privilegio sembra precluso. La nostra è innanzitutto una lotta non contro cose come la fede, la ragione, il diritto, la realtà, ma contro l’assenza della fede, della ragione, del diritto, della realtà. Viviamo, mentalmente parlando, appollaiati su fantasmi ipotetici. Agiamo come se la fede, la ragione, il diritto e la realtà esistessero quando invece non sono più. Tanto é vero che non ci fidiamo (giustamente) del nostro nemico, ma ingiustamente non ci fidiamo nemmeno di noi stessi e soprattutto di chi è schierato dalla nostra parte. Si accorda un credito di sospetto ad ognuno, amico o nemico, trattando tutti come nemici. Ogni uomo è un’isola in un mare di nebbia.

Perché ciò accade e, si badi, non accade soltanto agli intellettuali ma a chiunque? La ragione può sembrare ridicola: perché quando un Musil, un Huizinga, uno Jung o un Ortega Y Gassett uscivano di casa incontravano qualsiasi uomo o donna – il carrettiere, la popolana, il pizzicagnolo – e soprattutto erano qualsiasi uomo o donna. Erano cioè costretti a capire e farsi capire da ognuno di loro. Ciò che erano – filosofi, scrittori, professori – nella vita quotidiana aveva uno scarsissimo peso. Ascoltavano e discutevano della vita di chiunque: del mendicante, del soldato, del boia, del guardiano della prigione, del taglialegna, della lavandaia.

Partecipavano di questa vita brulicante, erano consapevoli dell’esistenza di un’esperienza comune. Magari le coperte che li avvolgevano la sera erano di migliore qualità, il cibo più buono e ricercato, ma il freddo era lo stesso, la strada su cui camminavano era la stessa, un buco nella camicia si doveva rammendare lo stesso, il buio della notte pericoloso per tutti.

Questa convivialità, per citare Ivan Illich, è stata espulsa dalle nostre vite. La banale condivisione fra classi di uomini – poveri e ricchi, folli e savi, infelici e felici – non esiste più, anzi è rifuggita con disaggio e orrore. Pensare la realtà per come essa si manifesta e agire di conseguenza non è più tollerato.

Il fatto di pensare altrimenti – ogni pensiero è pensare altro, ammoniva la marxista Rosa Luxembourg – è un atto per lo più solipsistico. Ognuno di noi tende ad ignorare non solo i contenuti, ma gli stessi presupposti della vita dell’altro. Le nostre esistenze si consumano in un cupo isolamento. Ignoriamo chi ci sta accanto: sta bene? Sta male? Ha bisogno di aiuto? Come vive? Cosa sacrifica? Cosa pensa? Cosa crede? Nessuna di queste cose è importante. Niente può accadere diverso da ciò che deve accadere. Non perché così sia ma per decreto, per un comandamento spettrale che sorveglia ogni aspetto della vita.

Le persone muoiono da sole in casa e vengono ritrovate mummificate dopo mesi, divorzi e suicidi sono in vertiginoso aumento come del resto le patologie psichiche, il timore di esprimere il proprio pensiero o un giudizio mozza il fiato. Da ciò discende che coloro che si accorgono di questa tragica crisi devono innanzitutto recuperare le vite degli altri, che sono sia il banco di prova della fragilità del metallo, sia la fucina in cui si forgia la nuova lega. Questo è lo sforzo in più cui dobbiamo far fronte, che diventa inane e vano nel momento in cui pensiamo di portarlo a termine da soli.

Ogni crisi ha avuto un inizio, uno sviluppo e una conclusione, spesso traumatica. Dalle fini sono sorti nuovi inizi. Sarà così anche nel nostro caso, ma questo passerà inevitabilmente dal recupero di questa convivialità.


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