Costituzione Italiana

 

di Lucia Comelli

 

Dopo la dittatura fascista e gli orrori del secondo conflitto mondiale, i Padri costituenti posero al centro della prima parte della Costituzione la persona umana nella pienezza dei suoi valori e bisogni, anche spirituali, e ne riconobbero la priorità rispetto allo stato, che posero a suo servizio. Fu la comune ispirazione personalista a consentire una mediazione, in piena Guerra fredda, tra le diverse, e perfino opposte, posizioni culturali dei deputati alla Costituente: infatti concepire l’essere umano come persona permise loro di tenere assieme le tradizionali libertà (di opinione, espressione, stampa …) al cuore del pensiero liberale, con i nuovi diritti sociali, in primis il diritto/dovere al lavoro, propugnati da socialisti, comunisti e numerosi cattolici. Tali diritti sono considerati iscritti nella natura umana stessa e il loro riconoscimento (teoria filosofico – giuridica del giusnaturalismo) è il frutto di una lunghissima tradizione culturale che dalla Grecia antica, attraverso Roma, la cristianità medioevale, l’illuminismo, le rivoluzioni americana e francese, … sostanzia di sé le costituzioni liberali ottocentesche e, successivamente, quelle democratiche come la nostra. Per questo, come recita l’art. 2 del testo in questione, la Repubblica italiana non istituisce, ma riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

Inoltre, poiché il concetto di persona – un concetto di origine cristiana – comporta, accanto all’unicità dell’essere umano, la sua essenziale socievolezza, ogni diritto enunciato va calibrato in una dimensione relazionale, come mostrano gli stessi titoli in cui si articola la prima parte della nostra Legge fondamentale (Rapporti civili, Rapporti etico-sociali, Rapporti economici e Rapporti politici): infatti solo in tale dimensione è possibile armonizzare i diritti di ciascun cittadino con i diritti di tutti gli altri.

Oggi il contesto culturale è profondamente diverso da quello in cui è nata la nostra Costituzione: negata l’esistenza di una comune natura umana, l’unica fonte di diritto riconosciuta dalla maggior parte dei giuristi è la volontà della maggioranza (positivismo giuridico). Nel clima di esasperato individualismo in cui viviamo è così diventato difficile distinguere tra aspirazioni, anche legittime, e diritti veri e propri: si moltiplicano quindi e si dilatano le richieste di tutela giuridica per istanze meramente soggettive, senza tener conto dei limiti imposti dalla natura stessa e del fatto che sancire in un testo di legge un diritto significa contestualmente stabilire per qualcun altro un dovere.

Faccio un esempio: è legittimo a 16 anni prendersi una cotta per la compagna di banco? Certo che sì! Questo può trasformarsi in una pretesa per quel ragazzo ad averla come ‘morosa’? Assolutamente no, pena la cancellazione della libertà di quest’ultima! Allo stesso modo passare dal comprensibilissimo desiderio di un erede al ‘diritto’ di avere a tutti i costi un figlio sta diffondendo pratiche inumane – come quella dell’utero in affitto – che strumentalizza il corpo delle donne e reifica i neonati che, privati delle madri biologiche e perciò di parte della propria identità, sono resi oggetto di una compravendita commerciale. Eppure i nuovi diritti ‘civili’ si moltiplicano a dismisura nei Paesi occidentali, ottenendo, anche per forte impulso di organismi sovranazionali – come l’Unione europea – un riconoscimento crescente, spesso a scapito degli stessi diritti umani tradizionali, come la libertà di opinione. Quest’ultima infatti, per chi dissente dal politicamente corretto, viene, nel migliore dei casi, fortemente limitata attraverso le intimidazioni, la censura sui social e il boicottaggio economico di un’impresa (come per la Barilla); nei casi peggiori, con il licenziamento dal posto di lavoro del ‘divergente’, come già accade in Inghilterra, o – come si profila nel Ddl Zan, Scalfarotto – con forti ammende pecuniarie e il carcere. Inoltre tali diritti vengono sovente posti al centro dell’agenda di governo a scapito di altri e ben più diffusi problemi, come l’assenza o la precarietà di lavoro per tantissimi concittadini, specie tra i giovani[1].

In mezzo ad una crisi economica che perdura da un decennio e che la pandemia ha aggravato, condannando alla povertà altre famiglie italiane, un comune cittadino, soprattutto in una Repubblica come la nostra che si proclama fondata sul lavoro (Art.1), si aspetterebbe al mattino di leggere principalmente degli sforzi dei nostri politici per aiutarlo a trovare un’occupazione o per migliorare un contratto di lavoro che lo penalizza gravemente, anche rispetto a quanto accade in altri Paesi europei (un ingegnere italiano al primo impiego ad esempio percepisce poco più di mille euro al mese, la metà scarsa di quanto guadagnerebbe in Austria o in Germania). Invece, ogni nuovo giorno che Dio manda in terra, egli constata con amarezza che ai governanti le sue difficoltà interessano ben poco.

La proposta di legge Zan-Scalfarotto è l’ennesima prova di tale siderale distanza tra l’establishment e le problematiche della gente comune: infatti il suddetto testo di legge – attualmente all’esame della II Commissione giustizia della Camera – propone un’estensione della legge Mancino in materia di violenza o discriminazione per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere. La terminologia utilizzata rimanda all’ideologia gender che la proposta di legge vuole diffondere in modo massiccio (disponendo di un finanziamento statale di 4 milioni di euro) anche nelle scuole e in generale nella società civile.

Per chi ancora non lo sapesse, la teoria gender è in realtà espressione di una vasta costellazione di studi, apparentati comunque dal fatto di considerare l’appartenenza ai due sessi un fatto essenzialmente culturale e non biologico (anzi, partendo dalla percezione interiore, le identità sessuali si moltiplicano oltre le 58 già individuate e si fluidificano indefinitamente).

Molte famiglie, di fronte all’indottrinamento ideologico già imposto ai figli, con la scusa di combattere l’omofogia, si sono ribellati: “Nonno: io sono un maschio, una femmina o un gay?” ha chiesto al dott. Massimo Gandolfini, neurochirurgo a Brescia, il nipotino di 6 anni al ritorno da scuola: da qui – ha raccontato nel recente incontro a Udine promosso il 25 giugno dal coordinamento diocesano – è nato il suo impegno di organizzatore dei Family day. Le famiglie hanno così formato associazioni ‘di autodifesa’, hanno firmato documenti e manifestato, ottenendo ad esempio dalla scuola – in base all’art. 30 della nostra Costituzione che fa dei genitori i titolari del diritto/dovere di educare i figli – il diritto al consenso informato su iniziative extracurricolari riguardanti tematiche eticamente sensibili.

Approvata questa legge, i riconoscimenti dalle famiglie andranno a farsi benedire e lo stato, che dovrebbe essere laico, soprattutto in una società plurale come la nostra, imporrà una propria antropologia, contraria al comune sentire, all’esperienza e a tante evidenze scientifiche (a iniziare dalle neuroscienze che certificano l’indissolubile unità tra psiche e corpo): in questo modo verranno compresse  – oltre alle libertà di pensiero, parola e stampa l’esercizio di altre libertà fondamentali come quella di educazione e religiosa, trasformandole in forme di discriminazione punite penalmente (Centro studi Livatino).

Eppure il nostro Paese, dati Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) alla mano, non è assolutamente omofobo (una trentina di segnalazioni all’anno: una cifra inferiore ai casi rilevati in Paesi considerati più progressisti di noi come Francia, Paesi scandinavi …). Le sentenze di condanna, doverosamente comminate in questi anni a chi ha discriminato, vilipeso, ‘stalkerizzato’ persone in base al loro orientamento omosessuale, dimostrano oltretutto che non ci sono vuoti normativi in tal senso.

E allora perché tanta insistenza sull’omo/transfobia anche da parte degli eredi politici di quello che fu per eccellenza il Partito dei lavoratori italiani?

Credo che tale insistenza sia dovuta fondamentalmente alla volontà di adeguare rapidamente la mentalità del nostro Paese a quella dei Paesi occidentali considerati più progrediti, seguendo le forti pressioni di istituzioni internazionali come, appunto l’Unione europea, e tacitando ogni forma di dissenso.

Un’altra domanda che sorge spontanea riguarda le ragioni dell’imponente contributo economico e politico che le più potenti lobby dell’Occidente riversano sulle associazioni LGBT per sostenere questa vera e propria mutazione antropologica, oggi imposta attraverso i media, la cultura, lo spettacolo e le legislazioni. Per la quale spariscono addirittura i termini “padre” e “madre”, specifici della famiglia tradizionale, e vengono sostituiti dai più generici “genitore 1” e “genitore 2”, quasi a indicare che la maternità e la paternità non hanno più nulla a che vedere con il genere sessuale[2]

Certamente il ‘nuovo ordine mondiale’ vagheggiato da alcuni uomini straordinariamente potenti, come il magnate della finanza George Soros, individua in ogni forma di appartenenza e identità dell’essere umano un ostacolo al proprio progetto di ‘società aperta’ fondata sul trionfo della tecnocrazia finanziaria, del cosmopolitismo planetario, del progressismo apolide e del materialismo individualista, consumista, cibernetico e ‘post-umano’.

Rodin A., La mano di Dio

A. Rodin, La Mano di Dio (ovvero la Creazione di Adamo ed Eva). Sarà ancora possibile dire che l’uomo è maschio e femmina?

In questo scenario piuttosto fosco, credo che sia importante condividere informazioni e giudizi sui social, opporsi in tutti i modi possibili alla legge (ad esempio aderendo alle manifestazioni organizzate in 100 città italiane questo sabato 11 luglio) e cercare di dialogare anche con chi, pur lontano dalle proprie convinzioni, si mostra  appassionato  alla realtà e a ciò che è umano: in questo senso mi hanno colpito favorevolmente le critiche a questa legge di alcune femministe storiche, come Marina Terragni, e della stessa associazione Arcilesbica. Ostili all’utero in affitto, queste donne polemizzano anche contro lo svuotamento dell’identità femminile implicato dall’identità di genere. Con questa espressione si sostituisce l’identità basata sul sesso con un’identità basata sul genere dichiarato. Come hanno scritto le attiviste femministe di ‘Se non ora quando? Libere’ nella lettera inviata ai firmatari delle diverse Pdl, attraverso ‘l’identità di genere’ la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – viene dissolta. Con conseguenze grottesche: essa infatti porta, come già accade negli USA, all’occupazione da parte di chi è biologicamente maschio di spazi riservati alle donne come spogliatoi, servizi igienici e case rifugio per donne maltrattate e permette loro di usufruire delle quote rosa, di iscriversi alle gare sportive femminili, primeggiando ovviamente sulle altre atlete concorrenti …

E se dovesse passare la legge … bisognerà, in particolare per chi è credente, resistere alla menzogna e al male. In effetti il diritto alla resistenza è nato con la fede cristiana: i cristiani erano coloro che fino all’Editto di Costantino si sono rifiutati di prostrarsi di fronte all’imperatore romano per rendergli il culto dovuto ad un dio e per questo venivano anche chiamati ‘anastantes’ (coloro che stavano in piedi), gente che teneva la schiena dritta insomma!

 

[1] Si pensi alla spaccatura creata nel 2016 in Parlamento e nell’opinione pubblica dalla legge sulle Unioni civili, spacciata come una questione di grande rilevanza sociale è stata poi snobbata nei fatti dai diretti interessati: nel 2018 ad esempio solo 2.808 coppie omosessuali ne hanno usufruito.

[2] (E. Perucchietti G. Marletta, Unisex. Cancellare l’identità sessuale: la nuova arma della manipolazione globale, Arianna 2020).

 

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