Distruzione di Sodoma
Distruzione di Sodoma

 

Domenica XVII del Tempo Ordinario (Anno C)

(Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13)

 

di Alberto Striumia

 

C’è molto di che riflettere sul forte richiamo ad una fede seria e sincera, non addomesticata secondo le ideologie oggi di moda, a partire dalle letture di questa domenica.

– La prima lettura, tratta dal libro della Genesi, parla della sorte di Sodoma e della preghiera con la quale Abramo “contratta” con Dio sul numero di uomini giusti necessari per salvarla dalla distruzione. Un testo che va letto con una sensibilità seriamente “teologica”, piuttosto che liquidato come come condizionato da una concezione ancora “antropomorfica” della divinità. Dio non è qui concepito come volubile e capriccioso, dalla volontà instabile, come qualsiasi essere umano debole di carattere. Piuttosto come Colui che è talmente Onnipotente da potersi permettere di affidare alle Sue creature razionali, una frazione della Sua stessa libertà, rendendole così corresponsabili del loro stesso destino eterno. La contrattazione di Abramo con Dio riesce ad arrivare a ridurre a dieci il numero dei giusti necessari per salvare la città («Riprese [Abramo]: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci”. Rispose [Dio]: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”», prima lettura). Il fatto è che non se ne trovarono neppure dieci. E la città fu distrutta, facendo uscire prima da essa Abramo con i pochi della sua casa. Il paragone con il mondo di oggi è facile a farsi e, anche senza scomodare Dio Creatore che punisce – che pure può farlo direttamente, in vista della correzione delle menti e dei cuori degli uomini, e verosimilmente lo farà – basta anche la capacità delle forze umane, istigate dal demonio, a provocare un’autodistruzione su larga scala di un mondo così irrazionalmente guidato come il nostro. Al mondo di oggi, che ha ormai superato, in perversione, anche Sodoma sembra che si debbano applicare piuttosto le parole che Gesù ha pronunciato nei riguardi di chi rifiuta accanitamente il cristianesimo: «Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» (Mt 10,15). Una sorte che questi si saranno costruiti con le loro stesse mani! Perché la condizione di “invivibilità” dell’Inferno sarà incominciata già su questa terra e durerà per sempre per coloro che se la sono scelta. Per evitarla occorre seguire «il solo Giusto» (IV Preghiera eucaristica) che è stato capace di riaprire l’accesso alla “giustizia originale”, per coloro che vorranno. Anche in questo il confronto con il mondo di oggi è facile a farsi.

– Nella seconda lettura san Paolo, come sempre, annuncia che Cristo è l’unica via di Salvezza per l’umanità, di ogni luogo e di ogni tempo: «Con Lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe». E le colpe si concentrano tutte nel non avere voluto arrendersi all’evidenza della realtà dei fatti, delle leggi che governano il bene-essere dell’uomo (i Dieci Comandamenti, la cosiddetta legge naturale), così da “vivere come se Dio non esistesse” e come se “Cristo non fosse Dio”, nella presunzione di essere noi dio per noi stessi. Ma l’aver costruito un mondo basandosi su questa scelta ideologica non ha funzionato. E oggi più di sempre si tocca con mano che non funziona.

– Nel Vangelo, infine, un discepolo, dopo aver visto l’intensità con la quale Gesù sapeva stare, in disparte in rapporto con il Padre, gli chiede di insegnare a Suoi seguaci, il modo giusto di pregare («Signore, insegnaci a pregare»). Una domanda suscitata dalla “meraviglia” di fronte al modo straordinario con il quale Gesù sapeva farlo stando con il Padre. Avevano visto con i loro occhi quasi un anticipo della visione della Trinità, e giustamente volevano poterci entrare, per partecipazione, anche loro. Insegnaci a pregare e non presumiamo di insegnartelo noi! Dà un certo fastidio il modo in cui la preghiera del Padre Nostro è stata adattata ai gusti dei nostri tempi, con la nuova cosiddetta “traduzione” imposta anche in Italiano, che più che una traduzione si presenta come una “interpretazione” dell’originale, una certa manipolazione per adattarla… San Girolamo, dottore della Chiesa (non uno qualunque!) aveva preferito “traslitterare”, piuttosto che manipolare, l’originale greco «καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν» (Orig. Greco), nel latino: «et ne nos inducas in temptationem» (Lat. Vulg., Lc 11,4). Meglio l’italiano che abbiamo usato per secoli: «non ci indurre in tentazione» che quel «non abbandonarci alla tentazione» che quasi fa dubitare che Dio voglia abbandonarci a Satana, piuttosto che metterci alla prova (temptatio) come un educatore, perché la nostra fede si irrobustisca sul serio. Ed è Gesù stesso che lo spiega subito dopo, invitando a non pensare nemmeno lontanamente che Dio voglia abbandonare qualcuno («Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!»).

Piuttosto che in un Italiano di cattivo gusto teologico e poco rispettoso verso Dio, meglio recitarlo in Latino, per altro previsto anche dal nuovo Messale… L’educazione della sensibilità della gente passa anche attraverso scelte opportune.

Affidandoci, come sempre all’intercessione potente della Madre di Dio, sappiamo che non saremo mai abbandonati, ma al contrario accompagnati, condotti per mano, secondo la bella espressione cara a san Tommaso d’Aquino, «manuducti» (cfr., ad es.: De Veritate,  q. 27 a. 4 ad 8).

 

Bologna, 24 luglio 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 

 


 

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