Mi viene segnalato dagli amici de L’Osservatorio Internazionale Van Thuan il seguente articolo che con piacere rilancio. 

 

 

«Si chiamava Walker. Era l’unico generale che sistemasse il posto di comando tra il fronte e la base di artiglieria. Nella sua tenda si diventava sordi e alla sua mensa si mangiava il pane peggiore del mondo perché la decompressione d’aria causata dai cannoni impediva al pane di lievitare. Bisognava mangiare un pessimo pane per ricordarci che gli uomini non sono soldatini di piombo». 

Con queste parole Oriana Fallaci nel suo libro Niente e così sia descriveva, inconsapevolmente, il concetto di comunità di destino, cogliendo come essa sia necessaria affinché una società sia propriamente tale e soprattutto affinché, nel contesto della guerra, agisca da freno alla malizia umana.

Cosa sia la comunità di destino viene illustrato dal filosofo Gustave Thibon in un saggio del 1969 (contenuto in Ritorno al reale). Egli, che la considera la prima delle leggi immutabili che regolano le società umane, la descrive come segue: «Si può dunque dire che esiste comunità di destino tra due o più uomini quando questi uomini condividono spiritualmente o materialmente la stessa esistenza, quando sono sot­tomessi agli stessi rischi o perseguono gli stessi fini». 

Una società è quindi tale quando gli uomini che la compongono, nella diversità di situazioni e di vocazioni, rimangono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, in un’unità dal carattere organico. Uomini, dunque i cui destini non sono soltanto simili ma solidali. Lo si comprende chiaramente nel caso dell’equipaggio di una nave: pur nella diversità (ed alla presenza di una gerarchia) si osserva la convergenza dei fini che risulta in una effettiva interdipendenza dei membri ed una sorte condivisa da tutti. Naturalmente la famiglia costituisce la comunità organica per eccellenza e Thibon nota come ogni for­ma di società rimane sana e vitale nella misura in cui si rende affine ad essa.

L’importanza vitale della comunità di destino (o comunità di interdipendenza) è provata dal fatto che laddove essa tende a scomparire, presto le società degenerano, come osserva Thibon: «Le monarchie e le feudalità sono crollate dal momento in cui i monarchi e i signori non hanno più vissuto con il popolo e per il popolo; il padrone che non condivide più il destino dei suoi ope­rai diventa indifferente o odiato; i capi militari che vivono lontano dai loro soldati inaridiscono l’entusiasmo e la disciplina degli eserciti». 

In quest’ultimo ambito certamente nei secoli si è andati incontro ad una progressiva erosione della comunità di destino tra i governanti ed i sottoposti, divenuti anonima truppa. Basti pensare a come nell’antichità i reggitori dei popoli fossero al tempo stesso anche condottieri, usi a condividere le ristrettezze ed i pericoli delle campagne militari. O come nelle poleis greche democratiche potessero partecipare all’assemblea che legiferava (ed aveva facoltà di deliberare per la guerra) solamente quanti in grado di permettersi armatura ed armi, potendo così unirsi attivamente nei conflitti. Nel corso del Medioevo poi, secondo la tipica distinzione della società in tre classi, quanti esercitavano il potere politico erano chiamati bellatores e se muovevano guerra dovevano rischiare in prima persona, o quantomeno rischiare la vita dei figli e non solamente quella dei popolani. 

Al contrario, a partire dalla modernità, sempre più spesso quanti prendono decisioni in favore della guerra, siano essi monarchi, parlamenti o governi, non vivono in prima persona le conseguenze di queste scelte. E forse non a caso i conflitti si sono fatti sempre più sanguinosi, con un disinvolto ricorso a tattiche e tecnologie belliche maggiormente distruttive. 

È proprio con questa dimissione del superiore che si ha la prima rottura della comunità di destino. Scrive Thibon: «l’eterna tentazione dell’uomo è quella di ricercare i privilegi senza i doveri: si vedono allo­ra dei padroni che non si curano della sorte materiale e morale dei loro operai, dei governanti che abusano del proprio potere nelle ore tranquille e scompaiono nel pericolo. Tutti questi uomini vogliono sì essere elevati al di sopra dei loro simili, ma non collegati ai loro simili».

A ciò solitamente segue come reazione la seconda rottura della comunità di destino: la ribellione dell’inferiore. Assume la forma dell’egualitarismo poiché i privilegi senza controparte sono causa di invidia. Thibon assicura però che «lo spettacolo di un padrone carico di responsabilità o di un generale che cade sul campo di battaglia è sufficiente a calmare la febbre egualitaria nell’animo di un uomo del popolo». 

Si potrebbe insomma sintetizzare, con le parole del filosofo contadino, che  «il popolo ha bisogno di animatori che lo sostengano e lo rappresentino dall’interno, e non di conduttori che lo manovrino e lo sfruttino dal di fuori». 

Alla luce di questi principi e con il ritorno di conflitti armati in Europa appare evidente la troppa leggerezza, figlia del distacco, con la quale politici e governanti del mondo parlano di guerra e di interventi militari, quasi si occupassero dei soldatini di piombo di cui scriveva la Fallaci. Le scelte avventate, o dai costi umani elevati, sono una realtà ed un pericolo sempre costante quando, nei fatti, il destino dei governanti e dei governati non è il medesimo ed i decreti dei primi comportano lo spargimento del sangue dei soli secondi. Come si svolgerebbero diversamente gli eventi se quanti manovrano gli eserciti da remoti gabinetti o comode aule parlamentari dovessero condividere poi coi soldati la tenda, la trincea e la latrina!

Di quante efferatezze, di quanti orrori, la storia sarebbe stata (e sarebbe tuttora) privata se gli uomini seguissero quelle leggi immutabili in essi inscritte, che risultavano tanto evidenti anche agli occhi di ”un’atea devota”. 

Samuele Salvador

 


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