Carcere
Carcere

 

 

di Mattia Spanò

 

La città verrà distrutta all’alba è un film di George Romero del 1973, di cui è stato riproposto un dignitoso rifacimento nel 2010. Un agente patogeno denominato Trixie (diminutivo di Beatrix) viene liberato nei pressi di una piccola cittadina americana, con l’effetto di far impazzire le persone, che cominciano ad appiccare incendi e uccidere i propri simili.

In un primo tempo la città viene sigillata. Abitanti sani e malati si massacrano fra di loro. In un secondo tempo, intervengono i militari e scoppia una piccola guerra fra i militari e i cittadini sani che si ribellano al confinamento. Nella trama fa capolino anche un vaccino. Come promette il titolo non c’è lieto fine: altre città vengono contaminate e si presume subiranno la stessa sorte.

Questo piccolo, notevole gioiellino di Romero (più noto per altri capolavori come L’alba dei morti viventi) mi è tornato alla mente riflettendo sul concetto di polis, la città.

La città è una comunità positiva che si struttura in opposizione alla natura e alla barbarie. I De Civitate nella storia del pensiero sono abbastanza numerosi e significativi. Le stesse economia ed ecologia contengono la parola greca “casa”, vale a dire l’unità elementare di una città, dove si raccolgono (persino in preghiera: nelle case romane c’erano altarini votivi dedicati agli Dei Mani) le famiglie.

Da diversi anni si è cominciato a chiudere parti di città, le “isole pedonali”, spesso coincidenti con il centro cittadino, la parte antica, il che è parso a tutti cosa buona e giusta. Poi, come a Milano, si sono create aree sempre più restrittive impedendo, con la scusa di salvaguardare ambiente e qualità della vita dei residenti, l’accesso a persone automunite la cui presenza si ritiene non necessaria e molesta. Allo stato attuale, la città di Milano è completamente preclusa a persone che non possiedano vetture ecologiche. Entro l’anno, il limite di velocità verrà abbassato a 30 km orari, poi magari anche meno, facendo in modo che le persone presto o tardi abbandonino le automobili.

Si sente sempre più spesso parlare di “città 15 minuti”, teorizzate da un docente della Sorbona, Carlos Moreno: città in cui i servizi essenziali – che il professore elenca: vita privata, scuola, lavoro, assistenza sanitaria, commercio – siano raggiungibili in 15 minuti. Di fatto, dei distretti dai quali sia superfluo uscire.

“È tempo di passare dalla pianificazione urbanistica alla pianificazione della vita urbana”, avverte il professore, dove l’aggettivo urbana può essere rapidamente e comodamente pronunciato umana. Del resto, qualsiasi elemento spurio, come ad esempio la libertà di andarsene a zonzo senza far nulla, dev’essere bandito in una pianificazione razionale.

È perfino offensivo far notare che i confinamenti operati in pandemia, e le infinite soluzioni “smart” che ci vengono propinate di continuo, hanno come obiettivo di fondo non troppo velato di ridurci ad una massa di monadi carcerate in spazi chiusi: gli hikikomori, quei giovani orientali che vivono reclusi nelle proprie stanze.

In fondo, come ben sanno gli specialisti, la patologia mentale più è grave, più manifesta aspetti meccanici e ripetitivi.

Lavorando in una cooperativa dedicata alle cosiddette categorie protette, ho constatato di persona come i disabili psichici siano del tutto a loro agio con operazioni meccaniche semplici (ad esempio potare siepi lunghe centinaia di metri): non avvertono né noia né fatica.

Sono degli esecutori perfetti, mentre al contrario sono disorientati da attività che prevedano decisioni autonome, azioni varie ed imprevedibili. Il che mi porta a concludere, beninteso del tutto ascientificamente, che ci sia un punto nel quale l’alienazione sia lo status ambito come “normale” dagli sfruttatori: la psicosi è una forma di robotizzazione, dal ceco robota, lavoro servile, schiavitù.  La norma ha funzione innanzitutto limitativa, molto di rado propositiva: è l’istruzione che si passa al codice macchina che la implementa.

Il problema di questa impostazione mentale prima che culturale è che, sotto un diluvio di norme sempre più stringenti, il carattere morale del pensare e dell’agire umani scompare. La maggior parte delle persone non saprebbe dare motivazioni convincenti circa il perché sia sbagliato uccidere, rubare, pronunciare falsa testimonianza, onorare il padre e la madre o, acme della comicità, non desiderare la donna d’altri.

A meno che queste cose non li tocchino direttamente e personalmente: tuttavia, anche in quel momento, non sanno dire perché siano offesi, ma soprattutto poco importa perché nessuno verrà in loro soccorso. Sono isolati, costretti a sbrigarsela da soli, che è come dire non tirarne fuori le gambe. È un patimento scollegato da tutto, invisibile.

C’è di più. Queste limitazioni di movimenti e attività in particolare sono limitazioni non solo della libertà, ma limitazioni della ricerca, della scoperta del mondo, del viaggio.

Si osservino ad esempio le pubblicità di automobili. Singole vetture, con a bordo una persona, massimo due – i bambini sono quasi del tutto scomparsi – corrono all’alba o al tramonto attraverso megalopoli deserte, spesso facendo insulse soste ai semafori (la Regola sopravvive ai bisogni umani e alla realtà stessa, in fondo: col rosso ti fermi anche nel deserto del Gobi). Non di rado abbandonando la città e aggirandosi in una natura del tutto spogliata di presenze umane.

Già alle elementari, nei primi anni ’80, nei libri di geografia si poteva leggere che circa i tre quarti della popolazione mondiale vivesse nelle città, e che alcune di queste avessero raggiunto dimensioni eccezionali. Vero? Probabilmente sì. Sostenibile? Probabilmente no, ma invece di pianificare innanzitutto culturalmente soluzioni alternative si riducono le città a carceri – un po’ come accade in 1994: Fuga da New York, altro notevole film di John Carpenter.

Gradualmente si sono poi interdetti gli spazi pubblici, nella fattispecie piazze e giardini, al gioco dei bambini, con grande beneficio suppongo di coloro che vivono affacciati a questi spazi. L’arredamento urbano si è riempito di inibitori, dai dissuasori sulla strada alle panchine anti-senzatetto, e in fondo anche anti-umane in genere, almeno per il fatto che sono strepitosamente scomode nonostante siano di design. È il culto dell’estetica fine a se stessa: panorami vuoti da osservare come quadri, espulsi dalla realtà.

I bambini sono sempre meno graditi nei ristoranti, mentre si creano ovunque arene per cani, all’aperto e non di rado anche al chiuso. In attesa che i nostri amici animali possano partecipare alla messa abbaiando festosi e magari facendo la Comunione: se l’imperativo è includere sempre e comunque, alla cieca, non si vede perché no.

Il distoglimento dalla presenza umana, l’assuefazione alla paura dell’altro – i virus sono anche e soprattutto psichici – stanno celermente creando le condizioni per gigantesche città-prigione. Che differenza c’è fra un detenuto agli arresti domiciliari (si pensi al rilievo di recente dato a qualche evasione) e un cittadino blindato dentro casa?

L’aspetto per me affascinante, lo ribadisco, è un’idea ancor più radicale, vale a dire la riduzione a cellula dell’uomo, che sarebbe parte di un Io Superiore, l’Umanità. Come cellula, essa può essere rimossa, amputata (si pensi alle cellule cancerose, o quelle che compongono unghie, capelli, pelle e sangue).

Queste distopie, preventivamente mostrate da autori e cineasti ingiustamente considerati minori, tendono a questo: l’annichilimento, la nullificazione dell’uomo. Il quale o partecipa in modo acritico alla vita superiore della macchina, o viene rimosso come pelle morta.

Spiace molto, da cattolico praticante, che anche le gerarchie ecclesiastiche si siano accodate con colpevole imprudenza a questa illusione assassina. O invertiamo la rotta, o non finirà affatto bene. A meno che per finire bene non si intenda farla finita con l’uomo. È più di un sospetto.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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