Papa Francesco e il Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano
Papa Francesco e il Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano

 

 

di Mattia Spanò

 

Estimatori e detrattori di papa Francesco penso vadano d’accordo sull’orizzonte terreno del suo pontificato: politica, economia, diritti umani, dignità. Finalmente per i primi, purtroppo per i secondi. Ciò che separa gli opposti estremismi è se tutte queste nobilissime battaglie siano o meno il compito primo di un pontefice.

Qualcosa però ha mutato direzione, spostando gli equilibri. La censura delle parole del papa (“Pazzi, mi vergogno“) dopo l’aumento della spesa militare al 2% e l’invio delle armi in Ucraina, fatto non troppo gradito agli italiani, pronunciate dopo la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria – altro evento ovattato sul circuito mainstream – cozza con le parole del Segretario di Stato Pietro Parolin, più malleabile sia sul ricorso alle armi che sulla possibilità di fornirle.

Parolin richiama, ognuno stabilisca se a proposito o sproposito, la dottrina tomista sulla guerra (non solo tomista). Dell’argomento tratta acutamente la professoressa Monica Migliorino Miller in questo articolo apparso su Crisis Magazine.

In questa piccola rassegna di schieramenti, menzione speciale alla polemica a distanza fra Antonio Socci e Luigi Copertino. Di seguito l’incipit perforante di un articolo del vaticanista de il Foglio, Matteo Matzuzzi:

E’ tempo che Francesco dica la verità sull’assalto omicida all’Ucraina, è tempo di chiamare le cose per quello che sono. Questa è la guerra di Putin ed è il male”, scriveva il National Catholic Reporter, autorevole rivista del cattolicesimo liberal americano, chiedendo che il Papa denunciasse pubblicamente l’aggressore russo, facendo il nome e il cognome del responsabile, cioè Vladimir Putin. Gli faceva eco, giorni dopo, il New York Times, allungando sull’eredità di Jorge Mario Bergoglio l’ombra di Pio XII, condannato da una certa élite culturale sulla breccia negli anni Sessanta a passare alla storia come un sinistro sostenitore di Hitler, reo d’aver taciuto quando l’orrore delle deportazioni nei campi di concentramento e delle camere a gas era già abbastanza noto. Pure il Monde ha chiesto parole nette del Pontefice, così come la Croix ha ospitato l’intervento del grande slavista Yves Hamant che poneva sul banco degli imputati il Papa, domandandosi fino a quando l’atteggiamento apparentemente passivo di Francesco sarebbe stato interpretato come dettato dalla prudenza e non, invece, come sostegno implicito al regime putiniano.

È curioso che si chieda al papa della misericordia la condanna di Putin quando per anni si è applaudito un misericordismo a tratti confuso e azzardato, come quando il papa affermò che il perdono è un diritto umano, o Scalfari pensò di ricavare da alcuni lacerti di una conversazione leggera che Bergoglio abbia abolito il peccato.

Se il peccato non esiste e Dio perdona tutto a tutti, non si vede perché Putin debba fare eccezione. Se si appunta incoerenza ed errore al papa, in altre circostanze la stessa incoerenza ed errore ha toccato quelli che lo accusano. Circostanze la cui gravità è ancora discussa (l’aborto, per dire: nel body count, al confronto l’aggressione all’Ucraina pare una caduta dal cavallino a dondolo).

Questa miscela ordinata di pressioni e attacchi, critiche pensose, obliterazioni e opposizione interna – nulla di stupefacente agli occhi di chi non reciti la parte della donzelletta illibata – merita qualche riflessione parallela.

Prima considerazione. Bergoglio non è mai stato avaro di prese di posizione politiche. Ad esempio, quando disse che Trump non era cristiano. Non adottò un contegno sobrio quando fregiò Napolitano ed Emma Bonino del titolo di grandi italiani, nonostante le biografie cattolicamente sghembe degli interessati. O quando fece l’endorsement ai Rohingya durante la visita in Myanmar, rischiando una recrudescenza delle violenze nel plauso generale (a proposito: esauriti i due minuti di sdegno, avete più letto una riga sui vessatissimi Rohingya? Io no). Questo per estrarre dal mazzo solo alcuni esempi.

Coloro che lo tirano da questo o quel lato della storia osservata dalla terrazza del presente dove tutto è storico, epocale, tutto è evento, sono gli stessi che del papa hanno apprezzato o disprezzato la partigianeria a seconda delle convenienze. Non c’è dubbio che la sensibilità di papa Francesco per le cose del mondo lo esponga a critiche di segno opposto. Ci sono, penso, antiche prese di posizione, convincimenti personali, vere e proprie credenze caratteristiche dell’uomo Jorge Mario Bergoglio che la storia prima o poi esaminerà.

Seconda considerazione. La Chiesa, che il cardinal Martini lamentava avere un ritardo di 200 anni sul mondo, non solo ha recuperato il gap ma ha messo la testa avanti. Come quando chiuse le chiese per il Covid dieci giorni prima del DPCM di Conte. O quando parla di cambiare la dottrina sull’omosessualità. O dichiara che Greta Thumberg è come Gesù – perifrasi dotta di Heiner Koch, Arcivescovo di Berlino, forse esterrefatto che nella vicina Svezia l’attivista sia stata inserita in un corso sulla religione.

Benché sia ingeneroso addossare tutte le colpe a papa Francesco si può osservare che egli appartenga, per adesione convinta o perché trascinato da una corrente tumultuosa, ad una generazione di presuli che a furia di capire il mondo, flirtare col mondo, accondiscendere al mondo alla fine sono costretti a prendere il mondo così com’è, lasciandolo come lo hanno trovato o leggermente peggiore. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, se come Barbariccia il mondo “del cul avea fatto trombetta“, loro devono fare bassotuba.

Questo atteggiamento gigione conduce infallibilmente a sottostare alla direzione del vento. Se per disgrazia ti sbagli o non prendi la posizione giusta (ovvero quella attesa dal mondo), sono dolori lancinanti.

Terza considerazione. Papa Francesco è abile a sfruttare il sistema mediatico. Il problema è che la televisione e i giornali vendono la Coca-Cola, non certo Dom Perignòn. Il sistema mass-mediatico vive di contrasti forti e concetti brutali per tutti i cervelli, soprattutto quelli trapuntati da Gargoyles che sono in soperchia maggioranza: Zelensky bravo, Putin pipìpopò.

La gente non vuole sentire altro rispetto a ciò che già sa. Chi si squaglia nel terrore della morte per Covid, vuol sentire che vaccinarsi è un atto d’amore. A tal proposito, il papa raccomandò di “obbedire alle decisioni dei governi” durante la pandemia.

Avendo assunto una posizione fuori dal coro del giornalismo bombarolo – e quindi della massa – si pone il problema di spiegare bene che quelle disposizioni erano sacrosante, mentre queste sono inique (vaccinarsi ok, comprare armi ko). Obiettivo arduo perché le persone, cattoliche, allocredenti o nullacredenti che siano, vogliono semplicemente che il papa dica ciò che tutti già sanno: che Putin è un mostro. E vogliono che lo dica come disse di Trump che non era cristiano.

Non una parola è stata detta dal papa per persone che hanno perduto lavoro e dignità per provvedimenti governativi tanto inutili quanto demenziali solo perché il mondo – popolato com’è noto da menti scintillanti e spiriti proclivi al sublime – era favorevole ai vaccini, unica salvezza del genere umano. Persone che non hanno violato alcuna legge, occorre precisare.

Eccoci al nocciolo del problema: a furia di inseguire gli ambientalisti sul terreno dell’ecologia, i pacifisti sul terreno della pace, i populisti sudamericani sul terreno dei Tupamaros, i pauperisti sul terreno dei poveri, gli ecumenisti sul terreno dell’ecumenismo, i salutisti sul terreno della prevenzione delle malattie senza mai essere percossi dal dubbio, la Chiesa ha smesso di proporre Gesù Cristo.

Non paga, arriva ultima su ognuno di questi argomenti, ovvero si insinua in settori già efficacemente presidiati da altri opinion leader. Come gli imbucati ai matrimoni: il gioco funziona sino a che qualcuno non ti chiede chi sei e che ci fai lì.

La verità è che la Chiesa santa e meretrice ha sempre parlato d’altro. Meglio: di un Altro. È il grande abbaglio: pensare di andare alla sagra della cozza pelosa, illudersi di piacere a tutti, farsi amici tutti per proporre alla fine di mangiare il poro paté (crema di renna molto apprezzata in Finlandia). Chi va alla sagra della cozza pelosa, cozze pelose vuole mangiare. 

Invece ci si ostina a pasticciare mescolando il Sacro con l’occasione tragica del momento, come quando papa Francesco ha recitato una poesia di Mons. Mimmo Battaglia, Vescovo di Napoli:

Perdonaci la guerra, Signore. Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di noi peccatori! Signore Gesù, nato sotto le bombe di Kiev, abbi pietà di noi! Signore Gesù, morto in braccio alla mamma in un bunker di Kharkiv, abbi pietà di noi! Signore Gesù, mandato ventenne al fronte, abbi pietà di noi! Signore Gesù, che vedi ancora le mani armate all’ombra della tua croce, abbi pietà di noi! Perdonaci Signore, perdonaci se non contenti dei chiodi con i quali trafiggemmo la tua mano, continuiamo ad abbeverarci al sangue dei morti dilaniati dalle armi. Perdonaci, se queste mani che avevi creato per custodire, si sono trasformate in strumenti di morte. Perdonaci, Signore, perdonaci se continuiamo ad uccidere nostro fratello, se continuiamo come Caino a togliere le pietre dal nostro campo per uccidere Abele. Perdonaci, se continuiamo a giustificare con la nostra fatica la crudeltà, se con il nostro dolore legittimiamo l’efferatezza dei nostri gesti. Perdonaci la guerra, Signore. Perdonaci la guerra, Signore. Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, ti imploriamo! Ferma la mano di Caino! Illumina la nostra coscienza, non sia fatta la nostra volontà, non abbandonarci al nostro agire! Fermaci, Signore, fermaci! E quando avrai fermato la mano di Caino, abbi cura anche di lui. È nostro fratello. O Signore, poni un freno alla violenza! Fermaci, Signore!

Coerentemente, il Caino russo Putin, un fratello che sbaglia, non fa eccezione. 

Si vede in filigrana la friabilità del vaniloquio, l’inconsistenza di questi paralogismi? Si capisce perché Caino e Abele non sono e non possono essere sullo stesso piano? Che non lo erano da vivi e meno che mai da morti? Che Dio sorprende Caino nascosto, lo maledice e lo marchia come un vitello, non lo chiama fratello e non gli recita una filastrocca?

Si comprende perché le vittime non siederanno al banchetto eterno accanto ai loro carnefici, come scrive il Dostoevskij vietato in università? Che non c’è alcuna giustizia, alcuna riparazione, alcun perdono – e nemmeno l’ombra di un premio o una predilezione – in tutto questo? Che il bene e il male stabiliti da Dio e dal peccato non si ricomporranno né oggi né mai, per lo stesso motivo per cui l’acqua è diversa dal vino e l’acqua sarà acqua in eterno, come in eterno il vino sarà vino?

Si capisce che se si confonde il giorno con la notte semplicemente nessun discorso è possibile, nessuna preposta fattibile, che la verità non può esistere? Perché mai il papa dovrebbe condannare Putin e non Zelensky, se tanto finisce tutto in una gigantesca burla, una specie di Oktoberfest dove dopo la decima pinta non distingui un cappello da un trattore?

Il sito Uakrisis, di improbabili simpatie putiniane, in un articolo del 2017 riportava che i morti in Donbas dall’aprile 2014 al luglio 2017 sono stati oltre 10.000, fra i quali 137 bambini, e oltre 24.000 feriti. Questi non hanno ispirato alcun verso a Mons. Battaglia (cognome sfortunato: si potrebbe chiedere al Signore di fermarne la penna prima che ne uccida più della spada). 

Nemmeno un epigramma letto da papa Francesco sui neonati acquistati come criceti da ricchi occidentali, volati in Ucraina a caccia di donne che danno l’utero in locazione. Bambini al sicuro nei bunker non in quanto bambini, ma perché sono un prodotto già pagato in attesa di consegna.

Questo è il problema dell’attualità: c’è sempre un parka più bello di quello di Putin, una macchina più veloce, una pizza più buona di quella di Cracco, un bambino più morto male di quello che ti spinge a passare dal Tg1 a Netflix pensando che in fondo è uguale.

Di sicuro stanno facendo di tutto per rendere la fiction perfettamente intercambiabile con la realtà, perché fin quando a mandare in onda bombardamenti tratti dai videogiochi è il servizio pubblico, va anche bene anzi malissimo. Quando a farlo è il Ministero della Difesa ucraino, lo stesso che informa il presidente e il mondo sull’eroica resistenza e sulla disfatta russa, allora la menzogna diventa potenzialmente letale per tutti.  

Ecco perché tornare a Gesù. Gesù non è attuale. Non è simpatico, è divisivo, non ha doveri morali da imporre per motivi sanitari né deve sdilinquirsi per piacere a qualcuno. Soprattutto, non ha account Twitter e TikTok. Non c’entra niente con le nostre mene, il tumulto degli eventi, il male, la morte. È totalmente altro.

A furia di raccontare la balla aerostatica che Gesù è uno de noantri, che va in bici e rutta se mangia pesante, la gente si è giustamente stancata di stare a sentire.

Non c’è nulla di interessante nell’essere come me, nel fissare le tette alle donne, strafogarsi di risotto al Barolo, fare Birdwatching e cromoterapia o simile spazzatura minimalista. Già ho problemi a convivere in pace con me stesso, figuriamoci se cerco la compagnia di un altro come me o posso preoccuparmi della pace nel mondo come un’aspirante Miss Universo.

Sulla guerra lei ha ragione, Santità. Ma metta ordine alle priorità, altrimenti rischia di non essere più ascoltato né credibile. Se lei ci parla di Cristo, la ascolteremo di cuore e la seguiremo anche se tutti i media del mondo dovessero censurarla. Di questo può essere certo.

 

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