“Quando la chiamata alla santità viene sostituita da una chiamata alla giustizia sociale ed economica, la Chiesa rischia di presentarsi come un’organizzazione non governativa (ONG), e a quel punto ha senso che la gente smetta di venire a Messa.”

Un articolo di Brad Miner nella mia traduzione.

Interno della cupola della basilica di San Pietro a Roma

Interno della cupola della basilica di San Pietro a Roma

 

Un sacerdote italiano visita la nostra parrocchia qualche volta all’anno per celebrare la messa domenicale. È notevole: alto, ascetico e molto serio. Quando eleva l’ostia e poi il calice, rimangono alzati più a lungo che nelle mani di qualsiasi sacerdote che io abbia mai visto – quasi al punto da sembrare teatrale. Ma non lo è. È semplicemente reverente. È anche un bravo e coraggioso sacerdote nel fare le omelie, cioè uno dei pochi sacerdoti che ho sentito condannare l’aborto dal pulpito, e uno dei pochi che si prende il tempo per discutere di ciò che la Chiesa insegna effettivamente in materia morale e spirituale.

Recentemente ha parlato di santità. Ho sentito anche altri sacerdoti parlare di questo, ma mai in modo così netto contro la tendenza a presentare la fede nel contesto delle politiche pubbliche: migrazione, inquinamento, povertà. Sono sicuro che si è impegnato in un’interpretazione ortodossa della giustizia sociale, ma, ancora una volta, la sua omelia è stata contro un’enfasi su questioni sociali ed economiche che ignora la chiamata di Cristo alla santità.

Ciò che più mi ha colpito è stata la sua insistenza sul fatto che, quando la chiamata alla santità viene sostituita da una chiamata alla giustizia sociale ed economica, la Chiesa rischia di presentarsi come un’organizzazione non governativa (ONG), e a quel punto ha senso che la gente smetta di venire a Messa.

Quando quello che sembra definire un “buon cristiano” è il volontariato e la sottoscrizione di assegni, quando l’affermazione che “sono religioso a modo mio” sembra plausibile, perché non dovrei dormire la domenica mattina? [Ciò è] soprattutto vero, sospetto, per coloro che non fanno volontariato e non contribuiscono in denaro.

Mi è stato ricordato ancora una volta il modo in cui H. Richard Niebuhr (del Sinodo evangelico del Nord America, morto nel 1962) descrisse il cristianesimo liberale: “Un Dio senza ira ha portato gli uomini senza peccato in un Regno senza giudizio attraverso i ministeri di un Cristo senza la croce”.

E la cosa folle è che i liberali non solo svuotano le chiese con la loro retorica politicizzata, ma credono che sia l’unico modo per riportare [nelle chiese] la gente. Così, più la gente se ne va, più vigorosamente i liberali raddoppiano il messaggio che li sta allontanando.

Naturalmente, si capisce il fascino del messaggio sociale, che è un’estensione dell’insegnamento di nostro Signore sul discepolato in Matteo 25:

36 ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Per alcuni, questa è la prova in ferro dell’affermazione liberale che l’azione sociale contemporanea supera il dogma tradizionale. Chi può opporsi alla scienza e alla politica, che ora offrono soluzioni oggettive non accessibili ai predicatori nella Palestina del I secolo? La carità è gestita al meglio dai governi e dalle loro ONG partner, e amministrata al meglio nello spirito della separazione tra Chiesa e Stato. Lasciate che le persone intelligenti, gli esperti, si prendano cura dei poveri.

Ebbene, ci stanno lavorando con energia negli Stati Uniti almeno dagli anni ’30 del secolo scorso. La correlazione non è necessariamente causalità, ma dovremmo almeno considerare con cautela ogni ulteriore espansione delle politiche sociali e dell’innovazione ecclesiastica, poiché la loro ascesa sembra seguire la persistenza della povertà e il declino dell’ortodossia religiosa.

E non serve più a nulla dire che il problema è più protestante che cattolico. È vero, come scrive James Simpson in Permanent Revolution: La Riforma e le radici illiberali del liberalismo che “il protestantesimo del Cinquecento ha inaugurato una cultura della rivoluzione permanente, ripudiando incessantemente le proprie forme precedenti. Il suo rifiuto della tradizione era divisivo, violento e insostenibile”, ma molti cattolici in tutto l’Occidente hanno abbracciato praticamente lo stesso punto di vista – essenzialmente la tesi-antitesi-sintesi marxista; o nella sua versione più allegra: Ogni giorno, da ogni punto di vista, sto sempre meglio.. Questa era la formulazione dello psicologo francese Émile Coué, che suona molto meglio nell’originale, Tous les jours à tous points de vue, je vais de mieux en mieux, – se non conoscessi il francese.

Come dice il signor Simpson, ogni giorno e in tanti modi, il liberalismo ha “ripetutamente e compulsivamente ripudiato le proprie forme precedenti”. Non può aiutare se stesso, non può fermarsi.

Naturalmente, quando i marxisti, neo o meno, tentano di sfamare, vestire e prendersi cura dei poveri, finiscono per lo più per ucciderli a milioni: una soluzione brutale e non cristiana che sta accadendo di nuovo in Venezuela – come sempre, in nome dei poveri.

Come ha chiarito il nostro sacerdote italiano, quando si tolgono lo stupore e la riverenza e la ricerca della santità e del Paradiso, concentrandosi invece su soluzioni apparentemente utopiche ai problemi del qui ed ora, i “religiosi” si limitano ad esprimere opinioni – impegnati in dibattiti di politica pubblica: immigrazione, riforma carceraria, assistenza sanitaria e sicurezza sociale, “ambiente” – su tutta la gamma di questioni che attraggono o respingono gli elettori e definiscono il processo politico.

Una volta abbiamo visitato una scuola materna a Manhattan quando nostro figlio maggiore aveva quattro anni – portandolo, in altre parole, per un’intervista. Il nuovo capo della scuola ci disse: “Non vedo l’ora di iniziare a sperimentare su questi ragazzi!” Questo mi ha ricordato la famosa battuta di Newman della sua Apologia:

la mia battaglia è stata con il liberalismo; per liberalismo intendo il principio antidogmatico e i suoi sviluppi. Questo è stato il primo punto su cui ero certo. Faccio qui un’osservazione: la perseveranza in una data convinzione non è una prova sufficiente della sua verità; ma l’allontanamento da essa è almeno un insulto sull’uomo che si è sentito così sicuro al riguardo.

Un insulto all’uomo e alla sua Fede.

 

Fonte: the Catholic Thing

Facebook Comments
image_print
1