Il 4 novembre scorso a Riva del Garda, presso l’auditorium del Conservatorio, si è tenuto un incontro pubblico con S. E. Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede (ora dicastero). L’amico Fabio Bertamini, organizzatore dell’evento, mi ha inviato il testo dell’intervento del cardinale. Con grande piacere rilancio l’importante intervento. 

 

 

 

di Gerhard Ludwig Müller

 

  1. Senza Cristo non c’è chiesa

 

Una chiesa che non crede più in Gesù Cristo non è più la chiesa di Gesù Cristo. I vescovi, che tradiscono la loro missione divina per non essere condannati come rigoristi, per proselitismo o per difendere la morale cristiana, hanno dimenticato il senso e la ragione della loro esistenza. Papa Benedetto ci ha ricordato in modo molto chiaro che il relativismo nella dottrina non rende il cristianesimo adatto al presente. Già nel XVII secolo, il grande matematico e filosofo Blaise Pascal metteva in guardia i gesuiti dal lassismo nelle sue “Lettres Provinciales”. Questi “furbi” (“ragazzi intelligenti”) volevano conciliare il cristianesimo con il comportamento frivolo della società di corte borbonica. Ma nonostante la loro volontà di secolarizzare il cristianesimo, alla fine divennero solo vittime della loro stessa strategia di adattamento.

Vescovi e teologi che hanno dimenticato che solo in Cristo ci è data la pienezza della grazia e della verità, o che – come i modernisti all’inizio del XX secolo – pensano di poter sviluppare l’insegnamento di Cristo secondo i propri gusti, dovrebbero ricordare le parole di Paolo: «Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! […] il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Gal l,10b-12).

I «pastori della Chiesa di Dio costituiti dallo Spirito Santo» (At 20,28) non sono altro che i legittimi successori degli Apostoli (cfr 1 Lettera di Clemente 42-44). Il Signore risorto disse ai suoi apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,21-23).

Solo perché Cristo si è rivelato come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) “la chiesa del Dio vivente può essere la colonna e il sostegno della verità” nello Spirito Santo (1 Tim. 3, 15). La «verità del Vangelo» (Gal 2,14), che una volta, Paolo dovette difendere anche dall’ambiguità di un Pietro confuso, non è quindi l’espressione del mutevole spirito dei tempi nel senso della teoria del processo dialettico di sviluppo di Hegel. Lo Spirito di verità e di vita è lo Spirito del Padre e del Figlio. Lo Spirito Santo ci ricorda la verità di Cristo e ci introduce alla piena conoscenza del Verbo fatto carne. Infatti, in Gesù Cristo “noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.” (Gv 1,14).

Lo Spirito Santo non aggiorna la tradizione apparentemente morta per il presente attraverso profeti autoproclamati, come credevano i Montanisti nel 3° secolo. Il sensus fidelium non è nemmeno la voce del popolo che esige ascolto dai suoi pastori o il soffio dello Spirito Santo che poi il Papa interpreta a modo suo. Il popolo santo di Dio partecipa all’ufficio profetico di Cristo, in quanto la totalità dei fedeli che hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo non può sbagliare nella fede. Il Concilio Vaticano II spiega: «La totalità dei fedeli (…) manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» (S. Agostino, De Praed. Sanct 14, 27) mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, (…) il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3)» (Lumen Gentium 12).

I vescovi, con a capo il Papa, non ricevono alcuna nuova rivelazione, ma «predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cfr. Mt 13,52)» (Lumen gentium 25). Nella tradizione viva la Chiesa persevera dall’inizio nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione [ecclesiastica], nello spezzare il pane [eucaristico] e nelle preghiere [della Divina Liturgia]” ( Apg 2, 42).

Lo Spirito Santo non stabilisce neppure un suo terzo regno dopo quello del Padre nell’Antico Testamento e del Figlio nel Nuovo Testamento, come credeva Gioacchino da Fiore nel XII secolo. Questa dottrina di un Dio (panteistico), che si svolge dialetticamente in tre stadi, e che appare come spirito assoluto nello Spirito Santo dopo aver attraversato l’intera storia del mondo e averla assorbita in sé, ha determinato la filosofia della storia di Hegel. Come è noto, Karl Marx ha reinterpretato questo idealismo assoluto come materialismo assoluto, per cui alla fine non è l’uomo a trovare la sua meta in Dio, ma piuttosto dove sorge il paradiso terrestre, in cui l’uomo emerge come proprio creatore e redentore. Oggi questo vecchio materialismo storico viene ribattezzato il Nuovo Ordine Mondiale del Forum Economico Mondiale di Davos. E Yuval Harari è il profeta di questo nichilismo senza Dio e disumano.

La verità che la Chiesa proclama e testimonia, però, è la persona e l’opera di Cristo. In Lui l’ineguagliabile novità di Dio e la pienezza della sua verita sono venute irreversibilmente nel mondo (cfr Ireneo di Lione, Contro le eresie IV 34,1). Ecco perché ai credenti in Cristo viene detto: «Gesu Cristo é lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine» (Ebrei 13, 8-9a).

 

  1. I vescovi nella successione apostolica come servitori della verità di Cristo

  

La Sacra Scrittura e la Tradizione apostolica non presentano, quindi, le mutevoli visioni umane su Dio e sul mondo, che devono essere sempre aggiornate da vescovi e teologi.

Piuttosto, è attraverso questi mezzi di comunicazione, cioé la Sacra Scrittura e la Tradizione apostolica, cioé il Credo battesimale e la Divina Liturgia, che viene annunciato Cristo, il quale ci parla nella parola della predicazione (1 Tes 2, 23) e che comunica la sua salvezza a ogni credente nei sette sacramenti della Santa Chiesa.

Per questo il Concilio Vaticano II insegna: «La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa… L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, é affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorita é esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio» (Dei verbum 10).

Il Concilio Vaticano II non parte quindi da una determinazione sociologico-immanente della Chiesa nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Il Papa e i vescovi non possono contrastare la perdita di significato sociale della Chiesa con un adattamento modernista, trasformando così la sua missione di salvezza del mondo in Cristo. Né li salva il fatto che vogliano dimostrare la loro ragion d’essere con un contributo religioso-sociale agli obiettivi e alle ideologie del mondo interiore (nel senso del Grande Reset dell’élite ateo-filantropica, dell’eco-religione, dell’iperattivismo nella crisi del Covid, del movimento antirazionale del risveglio (dei woke), che contraddice diametralmente l’antropologia naturale e quella rivelata).

La Chiesa non è un’organizzazione puramente umana che deve dimostrare al mondo la propria utilità o rilevanza sistemica.

 La sua natura e missione si fondano sulla sua sacramentalità. La sua natura e missione, di essere segno e strumento della più intima unità degli esseri umani con Dio, scaturisce dall’unità Dio-umana di Cristo. Ecclesia catholica est Cristus praesens visibilis.

All’inizio del II secolo, il santo vescovo martire Ignazio di Antiochia scriveva alla chiesa di Smirne: «Dove c’è il vescovo, lì deve esserci la Chiesa, così come dove c’è Cristo Gesù c’è la Chiesa cattolica. Senza il vescovo non si può né battezzare né celebrare il banchetto dell’amore [l’Eucaristia], ma tutto ciò che ritiene buono è anche gradito a Dio» (Smime 8:2).

Ecco perché il Vaticano II dichiara: La Chiesa «Per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo (cfr. Ef 4,16). Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro (cfr. Gv 21,17), affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida (cfr. Mt 28,18ss), e costituì per sempre colonna e sostegno della verità (cfr. 1 Tm 3,15). Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui» (Lumen Gentium 8).

La successione apostolica dei vescovi, cioè la loro «costituzione gerarchica» (cfr. Lumen Gentium 18-29) è un elemento costitutivo dell’essere e della missione della Chiesa visibile e ne garantisce la necessaria identità storica con la Chiesa degli Apostoli.

Ireneo di Lione, che papa Francesco ha dichiarato maestro della Chiesa, il Doctor unitatis, ha sviluppato il significato autentico di principio nel dibattito con gli gnostici proprio nel senso di una connessione fondamentale tra la Sacra Scrittura, la tradizione apostolica e l’autorità magisteriale dei vescovi della Chiesa nella legittima successione dagli Apostoli. «Bisogna pertanto ascoltare i vertici della Chiesa che, insieme alla successione nell’episcopato, hanno ricevuto il carisma affidabile della verità (=charisma veritatis certum), come Dio ha voluto. Gli altri che non vogliono sapere nulla di questa successione, che risale alle origini, sono… eretici che diffondono dottrine strane… Coloro che si sollevano contro la verità e incitano altri contro la Chiesa rimangono all’inferno (Contro le eresie IV 26.2).

Sfortunatamente, ci sono attualmente consiglieri influenti nell’ambiente del Papa che favoriscono due errori gravi: 1. Papa Francesco potrebbe, con la sua massima autorità apostolica (plenitudo potestatis), persino cambiare la costituzione gerarchica della Chiesa e la sua legge divina (ius divinum), ad esempio delegare la sua autorità giurisdizionale ai laici e 2. Lo Spirito trasmette al Papa un insegnamento del tutto nuovo che i fedeli devono accettare ciecamente, anche se è in aperta contraddizione con il chiaro insegnamento della Sacra Scrittura, con la Tradizione Apostolica e con le precedenti definizioni dogmatiche dei Papi e dei Concili ecumenici. Dice invece il Vaticano I nella Costituzione dogmatica Pastor aeternus: “Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”. (DH 3070).

  

  1. Il criterio definitivo della successione apostolica nel primato romano

 

Le singole Chiese locali formano l’unica Chiesa cattolica di Dio nella comunione delle Chiese episcopali. La Chiesa locale di Roma è una tra tante Chiese locali, ma con la particolarità che la sua fondazione apostolica attraverso il martyrium verbi et sanguinis degli apostoli Pietro e Paolo le conferisce il primato nella comunità di tutte le Chiese episcopali nella testimonianza complessiva e nell’unità di vita della communio catholica. A causa di questa potentior principalitas ogni altra Chiesa locale deve concordare con quella romana. (Ireneo, Contro le eresie III 3.3).

Poiché il Collegio episcopale serve all’unità della Chiesa, deve portare esso stesso il principio della sua unità. Questo può essere solo il vescovo di una chiesa locale e non il presidente di una federazione di chiese regionali e continentali. Non può nemmeno trattarsi di un principio puramente fattuale (decisione parlamentare a maggioranza, delega dei diritti a un organo di governo eletto, come in Germania un consiglio sinodale composto in virtù dei diritti umani, alle cui decisioni i vescovi dovrebbero sottomettersi).

Poiché l’essenza intima dell’episcopato è una testimonianza personale, il principio dell’unità dell’episcopato stesso si incarna in una persona, cioè nel Vescovo di Roma. In quanto vescovo ordinato (e non certo semplicemente un non-vescovo designato a questo ufficio), egli è il successore di Pietro, il quale, in quanto primo apostolo e primo testimone della risurrezione, ha incarnato nella sua persona l’unità del Collegio degli Apostoli. Decisiva per una teologia del primato è la caratterizzazione del ministero di Pietro come missione episcopale e il riconoscimento che questo ministero non è un diritto umano, ma divino, in quanto può essere esercitato solo con l’autorità di Cristo in virtù di un carisma nello Spirito Santo che viene donato personalmente a chi lo porta. «Ma affinché l’episcopato stesso sia uno e indiviso,… (l’eterno Pastore Gesù Cristo) ha posto san Pietro a capo degli altri apostoli e stabilì in lui un principio e fondamento eterno e visibile di unità di fede e di comunione” (LG 18; DH 3051).

 

  1. La vittoria della verità nell’amore

 

E proprio questa la testimonianza della Chiesa nei confronti di Gesù, e cioè, che Egli non solo proclama la verità, ma è la verità. «Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore» (1 Gv 3,18-19). «Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15s).

Il consiglio alla Chiesa di modernizzare il suo vero insegnamento del Vangelo attraverso una filosofia relativistica porta solo un successo apparente. Non bisogna cedere al seguente suggerimento: Se vuoi raggiungere gli uomini di oggi ed essere amato da tutti, allora, come Pilato, lascia da parte la verità, allora ti risparmierai la persecuzione, la sofferenza, la croce e la morte! Laicamente parlando, il potere della politica, dei media e delle banche è il lato sicuro, mentre la verità sfida la contraddizione e promette sofferenza con Cristo, il Salvatore del mondo crocifisso. Gesù avrebbe potuto facilmente salvarsi con il messaggio dell’amore incondizionato del Padre celeste, che non esige pentimento e conversione. Colui che invita tutti, annullerà l’invito a tutti se gli invitati non soddisfano i suoi desideri.

Ma perché il Figlio di Dio si è scontrato con il diavolo, il padre della menzogna e omicida fin dal principio? (cfr. Gv 8,44s).

Esiste un patto diplomatico con i governanti di questo mondo, l’élite politico-mediatica? Non dobbiamo forse assicurare noi stessi il futuro della Chiesa scendendo a compromessi con i potenti e i sapienti di questo mondo, invece di proclamare continuamente Cristo crocifìsso: «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio»? (1 Cor 1,23-24).

La missione dei discepoli di Cristo di annunciare la verità nell’amore è possibile nella potenza dello Spirito Santo. Ciò che disse allora ai suoi discepoli, lo dice oggi a noi: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Il Signore Risorto è la Parola viva di Dio, presente e operante nelle Sacre Scritture, nella Tradizione Apostolica, nella Martyria, Leiturgia e Diakonia della sua Chiesa. Dice ai suoi apostoli e all’intera Chiesa apostolica: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Me 16,15-16).

Lui, che è la verità in persona, dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

 

 

 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments