Domenica XXX del Tempo Ordinario (Anno B)
(Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52)
di Alberto Strumia
Le letture di questa domenica sono molto legate a quelle di domenica scorsa. Il legame lo ritroviamo, subito accorgendoci che c’è, in entrambi i passi del Vangelo, la stessa domanda di Gesù: «Che cosa vuoi che io faccia per te?», oggi rivolta al cieco Bartimeo, e nel brano di domenica scorsa agli Apostoli Giacomo e Giovanni: «Che cosa volete che io faccia per voi?» (Mc 10,36).
– Il cieco chiede la guarigione: «Rabbunì, che io veda di nuovo!»;
– gli Apostoli chiedono la partecipazione alla Gloria di Cristo nell’Eternità: «Concedici di sedere, nella Tua Gloria, uno alla Tua destra e uno alla Tua sinistra» (Mc 10,37).
Due domande che esprimono un diverso grado di profondità, ma entrambe sono “mosse dalla fede”. In entrambi i casi le domande sono “mosse dalla fede in Gesù Cristo” come Colui che è dotato del potere di Dio, essendo Figlio di Dio, e sono capaci di domandare in proporzione al livello di conoscenza della Verità insegnata dal Signore di cui sono dotati quelli che le formulano. Sono domande sincere che meritano di ricevere una risposta secondo la “verità”. Gesù non lascia i suoi interlocutori nel “dubbio” e senza risposta; non li fa sentire “ignorati” dalla superbia di chi ha potere, ma risponde “senza ambiguità” alle loro richieste. È doloroso dover riscontrare che, oggi, assai poco cristianamente, chi nella Chiesa dovrebbe rispondere ai “dubbi” in nome della verità, non solo non risponde, ma addirittura sostiene che è meglio avere dei “dubbi” che delle risposte certe! Ma questo è lo spirito dell’Anticristo!
La risposta di Gesù, invece, non è mai tale da lasciare il suo interlocutore nell’errore e nel peccato, ma è sempre data in modo tale da attrarlo verso la verità. Così il cieco, una volta guarito si mette a seguire Gesù («E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada») per imparare da Lui quello che prima non solo con gli occhi del corpo, ma anche con quelli dell’anima, dell’intelligenza non riusciva a vedere, pur desiderandolo.
La seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, insiste anch’essa sulla necessità dell’uomo di essere liberato dall’ignoranza sulla verità e dall’errore, che è il peccato. Dice, infatti: «Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore».
Immaginiamo come sarebbe rimasto il cieco Bartimeo se si fosse sentito dire di rimanere pure cieco, nel corpo e nello spirito, perché andava già bene così e non si doveva cambiare la sua condizione. Ed è, piuttosto, il Vangelo che deve essere aggiornato per venire incontro a tutti e dire che se uno ci vede deve chiudere gli occhi per poter dire di non vedere. O se Gesù avesse detto agli Apostoli che non c’era nessuna gloria a cui aspirare e che, se mai, era Gesù a dover eliminare la Sua per essere peccatore come loro. Oggi è proprio così che si dice a chi non vuole seguire l’insegnamento che la Chiesa ha sempre tratto dal Vangelo di Cristo. Si dice che bisogna adeguarsi ai tempi di oggi modificando l’insegnamento di Cristo perché è superato e tutte le religioni, come la non-religione, vanno bene. Ognuno scelga quella che vuole.
Bella “salvezza” quella che ti lascia nei guai! E il mondo di oggi si è cacciato nei guai, abbandonando i Comandamenti, fino a rendersi invivibile e ingovernabile, incerto e insicuro sotto l’aspetto materiale e sotto quello interiore.
La Chiesa deve aiutare gli uomini a scoprire la “vera causa” della contraddizione che affligge l’uomo, sia singolarmente (la persona) che collettivamente (i popoli) lanciando l’Annuncio di Cristo almeno come un’ipotesi di lavoro da verificare, come fanno gli scienziati con le loro teorie. Provare a vivere come se Dio esistesse, almeno come ipotesi, anche se non si ha ancora la fede come ci ha insegnato Benedetto XVI. E non parlava di un dio che ciascuno inventa a modo suo, ma dell’unico Dio rivelatosi e incarnatosi in Gesù Cristo. Noi, oggi, siamo un po’ come il cieco Bartimeo, che non era cieco dalla nascita e chiedeva di riacquistare la vista che aveva avuto un tempo («che io veda di nuovo!»). Noi abbiamo visto in passato la santità nella Chiesa, anche in tante persone “normali”, mentre oggi la nostra “vista di fede” è come annebbiata e accecata a causa degli scandali morali e delle deviazioni dottrinali, dell’apostasia dalla dottrina di Cristo e della Tradizione. Chiediamo, con le nostre preghiere, che ci sia restituita la nitidezza della “vista di fede”. Chiediamo di poter tornare, come il popolo di Israele che era nel pianto («Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni») di essere riportati allo stato della consolazione, alla chiarezza della verità, ben oltre la palude del dubbio.
L’inganno satanico che sta intrappolando gli uomini, compresi molti di quelli che dovrebbero guidare la Chiesa, deve finire al più presto, perché viene dal demonio, ed è per questo che invochiamo l’intercessione di san Michele Arcangelo e ci appelliamo alla Beata Vergine Maria con la preghiera del santo Rosario e ci accostiamo con fede ai Sacramenti. L’imminente festa di Tutti i Santi ci richiama a percorrere questa strada, perché è la via sicura della Salvezza. Signore, restituisci la vista di fede a tutti noi e ai pastori che devono guidarci a Te nella Santa Chiesa!
Bologna, 27 ottobre 2024
(Ho riproposto in questa domenica una mia riflessione della domenica 28 ottobre 2018 che trovo del tutto pertinente anche oggi, e non era ancora apparsa su questo blog)




















La vera Chiesa è quella perseguitata dal mondo. E lo abbiamo ben visto con San Giovanni Paolo II e con Papa Benedetto XVI! Gli applausi del mondo sono per la falsa chiesa, non per la vera.
Ma nonostante la falsa si voglia sovrapporre alla vera ed ora paiano un tutt’uno per ambiguità e per stravolgimento e adulterazione della dottrina, soprattutto attraverso la “pastoralità” – io direi pastoralismo…un chiaro cavallo di Troia – che non vuol più distinguere pecore dai capri né biada da erbe mortali, la vera Chiesa sempre resterà distinguibile. La Provvidenza ci ha dato nei pontificati di San GPII e BXVI due fari luminosi per attraversare la tempesta e due ancore per non venire sbalzati fuori bordo. Nessuno che faccia parte della vera Chiesa può dimenticare i loro insegnamenti. Quei vescovi e cardinali che mai si riferiscono al magistero di questi papi fanno solo pena e paura: non hanno compreso il ruolo di questi due giganti della fede. Ruolo che non si è concluso con la loro morte. Occorre attingere a piene mani ai loro pontificati, perché non siamo più di loro! Non siamo in nulla meglio di loro! Siamo i loro figli, le pecore del loro Ovile Santo.
Sempre grazie al carissimo don Alberto.