Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
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Puntata n. 19 – La coscienza di appartenere alla Chiesa (IV)
Le analogie o immagini o figure della Chiesa
Vorremmo passare, ora, ad esaminare alcune delle “analogie”, o “immagini”, o “figure” della Chiesa, alle quali prima abbiamo fatto riferimento, e che sono state riproposte dal Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen gentium. In particolare, ai fini delle nostre considerazioni, dobbiamo prendere in esame per il legame che hanno tra loro e per il loro significato, le tre analogie della “Chiesa sacramento”, della “Chiesa corpo” e della “Chiesa popolo”, con un accenno anche alla “Chiesa luogo, o tempio”.
- a) La Chiesa come “Sacramento”
Il Concilio Vaticano II, riprendendo la tradizione dei Padri della Chiesa, ripropone innanzitutto l’immagine della “Chiesa Sacramento”: «La Chiesa è in Cristo come Sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1; cfr., Catechismo della chiesa Cattolica, n. 775).
Riporto anche la classica definizione di Sacramento data dal Catechismo: «I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1131).
La Chiesa come i sette Sacramenti è stata istituita da Cristo; in particolare la Chiesa è Sacramento “in analogia all’Eucaristia”, in quanto nella Chiesa, come nell’Eucaristia, Cristo è “realmente” presente e operante, pur secondo modalità differenziate (per “transustanziazione” nell’Eucaristia, per la “comunione di fede e delle cose sacre” nella Chiesa).
L’immagine della Chiesa come Sacramento aiuta a maturare in noi la consapevolezza che la Presenza di Cristo nella comunione ecclesiale è oggettiva e reale. Non si tratta di una semplice assistenza morale, accidentale ed estrinseca che il Signore garantisce alla Chiesa, ma di una Presenza che, analogamente a quanto avviene nell’Eucaristia, possiamo chiamare in certo senso “fisica”.
Questa convinzione era molto viva nei primi secoli della Chiesa e va pienamente ricuperata nella coscienza cristiana di oggi; diversamente la Chiesa rischia di essere concepita solo come un’organizzazione rituale e caritativa (riduzione “sociologica”) alla quale è affidato l’insegnamento di Gesù, garantita, dall’esterno da un’assistenza superiore da parte dello Spirito Santo. Mentre, in più, la Chiesa custodisce sacramentalmente la presenza di Cristo, lo rende visibilmente presente tra gli uomini, non più secondo le apparenze del “Corpo individuale” dell’uomo Gesù, ma nella visibilità della “comunione dei credenti”.
Alla teologia spetterà poi il compito di indagare, per quanto è possibile, sul modo in cui metafisicamente questa presenza reale si attua nella comunione dei credenti, così come nei secoli passati essa si è occupata di indagare sul modo in cui metafisicamente può realizzarsi la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. A proposito dell’Eucaristia l’indagine ha condotto alla dottrina di san Tommaso della transustanziazione, che la Chiesa ha fatto propria con la proclamazione del dogma; a proposito della Chiesa l’indagine è ancora in gran parte da compiere.
È certo che se vi è “analogia” vi sono anche delle “differenze”, poiché “analogia” non è “identità”: la Presenza di Cristo nella Chiesa non avviene certamente per transustanziazione, non è una presenza “sostanziale”, tanto è vero che se si deve adorare l’Eucaristia è altrettanto vero che non si adora la Chiesa. Ma queste differenze non significano che la Presenza di Cristo nella Chiesa non sia reale e operante.
L’analogia tra Chiesa e Sacramento sembra anche suggerire che come nel Sacramento l’azione avviene ex opere operato, cioè indipendentemente dai meriti del ministro e del soggetto del Sacramento, così la Presenza reale del Signore nella comunione dei battezzati non dipende dai loro meriti. Tuttavia, così come la fede viva e le qualità umane del ministro e del soggetto dei Sacramenti li rendono testimoni più credibili e convincenti, allo stesso modo una comunità viva e profondamente unita è un segno più convincente della verità della fede.
- b) La Chiesa “Corpo di Cristo”
L’analogia tra la Chiesa e l’Eucaristia consente immediatamente di passare dall’immagine della “Chiesa Sacramento” a quella della Chiesa “Corpo di Cristo” (cfr., Lumen gentium, n. 7). Come l’Eucaristia è il Sacramento per eccellenza ed è il Corpo reale di Cristo, così la Chiesa è Sacramento e Corpo di Cristo, secondo la formula presente fin dall’ecclesiologia di san Paolo. La teologia di san Paolo evidenzia due aspetti del significato della parola “corpo”:
– Il primo aspetto è quello del legame fisico tra Cristo e la Chiesa, che è paragonato all’unità tra il Capo e il resto del Corpo, nell’organismo. Noi siamo connessi a Cristo secondo un legame vitale e organico, come le membra del corpo alla testa.
«Egli è anche il Capo del Corpo, cioè della Chiesa» (Col 1,18).
«Lo ha costituito su tutte le cose a Capo della Chiesa, la quale è il suo Corpo» (Ef 1,22-23).
Sant’Agostino svilupperà in profondità questa visione fino a giungere alla concezione, assai ardita, secondo la quale Cristo è “totale” in quanto è il Capo insieme al Suo Corpo che è la Chiesa.
«Poiché unico Mediatore e Redentore degli uomini Cristo è Capo della Chiesa, Cristo e la Chiesa sono una sola Persona mistica, il Cristo totale. Scrive arditamente: “Siamo diventati Cristo. Infatti se Egli è il capo, noi le sue membra, l’uomo totale è Lui e noi”. Questa dottrina del Cristo totale è una delle più care al vescovo di Ippona e anche una delle più feconde della sua teologia ecclesiologica. […] Nessun altro, forse, ha parlato della Chiesa con tanto affetto e con tanta passione come Agostino» (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Augustinum hipponensem, n. 3).
– Il secondo aspetto è quello comunionale o sociale, che esprime il legame che sussiste di conseguenza tra le membra del corpo, anch’esse collegate in unità organica e oggettiva, per il fatto di appartenere allo stesso Corpo di Cristo, comune Capo di tutte le membra.
«Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. Se il piede dicesse: “Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe più parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: “Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe più parte del corpo. Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio udire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1Cor 12,12-27).
La comunione tra i credenti non è, nella sua origine, frutto di uno sforzo per andare d’accordo che parte dalla buona volontà dei singoli: non siamo noi che “facciamo” la comunità, che produciamo la comunione, che creiamo la compagnia tra di noi, né essa è motivata da scopi umanitari o filantropici, perché questo anche i pagani sanno farlo (cfr., Mt 5,48), ma è la conseguenza di questa unità oggettiva realizzata da Gesù Cristo.
È chiaro che quando due o più persone scoprono di essere unite da un legame oggettivo così forte, com’è l’essere volute e amate da Gesù Cristo e sono state aiutate a scoprirlo da qualcuno nella Chiesa, che le ha precedute nel cammino di fede, allora possono riconoscere questa unità tra loro, e cominciare ad amarsi perché hanno in comune l’amicizia di Cristo. E questa è la “carità”.




















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