di Alberto Strumia

Domenica XXIX del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5; Mt 22,15-21)

 

Ritorna, nel Vangelo di questa domenica, attraverso la domanda che viene posta a Gesù, sul rapporto tra Dio e Cesare, la questione di fondo: quella del “criterio di priorità” nel concepire se stessi, nel giudicare la storia e nel prendere le grandi come le piccole decisioni della vita, quelle definitive (stato di vita, vocazione) e quelle contingenti (scelte quotidiane, uso del tempo, delle cose materiali, modalità nei rapporti interpersonali).

È, di conseguenza, la questione del “criterio di priorità” nelle scelte che riguardano anche il rapporto tra la fede e la politica, tra la Chiesa e il mondo, tra la vita interiore e la vita esteriore, tra la vita privata e quella pubblica.

Quando “salta” il “criterio di priorità” – cioè quando il criterio di priorità non è più “realemente” Cristo, e non solo “a parole” – salta tutto nella vita personale del cristiano, nel modo di concepire e gestire la propria famiglia, nel modo di concepire e gestire una parrocchia, una diocesi, la Chiesa universale.

Perché Cesare e Dio non sono due realtà totalmente indipendenti l’una dall’altra. E non funzionano se vengono concepite sempre e solo come se lo fossero. Cesare – lo Stato, il potere – non si regge, a lungo andare, se si concepisce e viene gestito come se Dio non esistesse, come se i Comandamenti di Dio (la legge morale naturale) non lo riguardassero e si potesse fare a meno di essi, addirittura negandoli e fondando la legislazione degli stati, contro di essi, come ormai accade quasi ovunque.

E lo stiamo toccando con mano sempre di più, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Così come non potrebbe funzionare un mondo che volesse negare le leggi della fisica (le leggi della biologia e della fisiologia umana, ormai, già ci si sta provando a forzarle…), così non lo si può fare negando le leggi che regolano il “buon funzionamento” dell’essere umano, quelle che si riassumono nei Comandamenti, nella Legge morale naturale. È inutile e dannoso continuare ad ostinarsi, perché l’operazione non sta dando i pretesi risultati!

E la casa terrena di Dio – la Chiesa universale, le comunità particolari, la vita cristiana dei singoli  – non si regge se chi deve viverci e chi deve governarla mette Cesare al posto di Dio, se non si fanno le cose con il criterio della “priorità” di Gesù Cristo, ma si fanno diventare “fine ultimo” quelli che, per loro natura, sono “fini intermedi” e “mezzi” per conseguire il “fine ultimo” che è Dio, Cristo il Verbo fatto carne. Se la fede viene vissuta con i criteri “politici” del mondo, perde rapidamente se stessa, anzi è già stata perduta.

Fare l’operazione di rendere l’ossequio a Cesare, lo scopo della propria esistenza, per illudersi di avere il “diritto di esistere” in un mondo nel quale si sostiene che “Dio se c’è non c’entra”; al punto che di dèi ce ne possono essere anche tanti, purché siano tutti equivalenti, in modo tale che, alla fine nessuno di essi sia quello vero, porta all’autodemolizione della Chiesa “visibile”, “riconoscibile” nella sua vera natura. La Chiesa, in questa situazione, rimane se stessa solo in un piccolo “resto” che è veramente fedele al Signore: «Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da Lui» (seconda lettura).

A coloro che hanno come “criterio di priorità” l’assoggettare Dio a Cesare, Gesù nel Vangelo di oggi, ha detto anticipatamente, con le parole che ha rivolto ai farisei che gli si presentarono davanti: «Ipocriti!». Perché fingendo davanti al mondo, il rispetto e la volontà di seguire Cristo, chiamandolo falsamente, Maestro Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità»), gli presentano il potere terreno – che Lui stesso ha previsto e vuole – come qualcosa che, per principio deve concepirsi sempre contrapposto dialetticamente a Lui. L’errore sta nel fatto che loro, per primi, concepiscono il loro essere “autorità” per il popolo loro affidato, come un “potere politico” da far pesare sugli altri. Ma questo significa tradire la fede, e di fatto agire come se non la si avesse. Sono rappresentanti di Dio che si concepiscono come dei “cesari” della religione. Una religione da gestire come se loro fossero degli dèi al posto dell’unico vero Dio. Questa è la grande tentazione anche nella Chiesa dei nostri giorni. La tentazione di pensarsi e agire come “successori” di Cristo,  inventori di un nuovo vangelo e di una nuova chiesa; anziché “amministratori fedeli” del Suo patrimonio.

La risposta di Gesù: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», lascia a loro la decisione di identificare il “criterio di priorità” sul quale fondare le scelte. Cesare ha le sue leggi “relativamente autonome”, ma non “assolutamente autonome”(cfr., Gaudium et spes, n. 36). Queste, per funzionare correttamente, vanno fondate sulla Legge di Dio, sui Suoi Comandamenti; altrimenti falliscono, come la realtà dei fatti sta dimostrando in questi nostri anni. Anche Cesare è di Dio e non viceversa! Sapete rendere a Cesare quel che è di Cesare (le leggi dello stato) e a Dio quel che è di Dio (la Legge dei Comandamenti sui quali devono fondarsi le leggi dello stato per funzionare), oppure no?

Ma loro, i farisei – di allora come quelli di oggi, nel mondo come nella Chiesa – decidono tutto in funzione del loro potere politico e decidono di liberarsi di Cristo («tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù»; «tennero consiglio contro di Lui per toglierlo di mezzo», Mt 12,14). Molti di loro, forse non se ne accorgono nemmeno, tanto sono abituati da anni a ragionare con i criteri del potere mondano che li ha assorbiti, fino a fare smarrire totalmente ogni criterio di giudizio autenticamente cristiano. Quello che vediamo accadere, con sempre maggiore sorpresa, è sotto gli occhi di tutti. Dio abbia pietà di loro e di tutti noi e “provveda” («Dio stesso provvederà», Gen 22,8) Lui stesso a correggere la storia degli uomini da queste sataniche storture, riportando Cristo al centro delle umane coscienze.

La Vergine Maria interceda per noi e si affretti a schiacciare il capo («questa ti schiaccerà la testa», Gen 3,15) del serpente antico che sta avvelenando l’umanità instillandole illusori “deliri di onnipotenza”.

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

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