Sulla questione il prof. Leonardo Lugaresi dice la sua, pur ammettendo che fino a ieri non sapeva neanche cosa fosse. Ma le sue considerazioni sono interessanti. 

 

Carriera Alias

 

Ricevo sul telefonino la pagina di oggi di un quotidiano locale, tutta dedicata al “problema” della cosiddetta “carriera alias” che, a quanto apprendo, qualche istituto scolastico della mia regione ha introdotto e altri stanno ipotizzando di introdurre. Con questa improbabile denominazione (vabbé, ormai i nomi alle cose vengono dati sempre più ad mentulam canis), ho inteso che si indichi la possibilità che uno studente o una studentessa a scuola siano registrati non con il nome (e il sesso) anagrafico, ma con un altro di loro scelta.

Nella pagina del giornale che ho letto, sono riportati i pareri di quattro brave presidi della nostra cittadina: una è apertamente favorevole, due cercano di dire il meno possibile, solo una avanza delle riserve. Tutte cercano di essere molto prudenti, e le capisco perché, non essendo ormai più tutelata nel nostro paese la libera manifestazione del pensiero (con tanti saluti all’art. 21 della defunta costituzione repubblicana), bisogna stare attenti a come si parla, soprattutto se si riveste un ruolo pubblico, e possibilmente non parlare affatto.

Nella mia fortunata condizione di anziano ἰδιώτης ho meno difficoltà a dire chiaro e tondo che cosa ne penso. Anche perché si fa presto. Delle due l’una: o questa “carriera alias” è una cosa seria o non lo è. Se è una cosa seria, il cambio di nome e di sesso nei registri della scuola e in tutti i documenti relativi agli atti che essa compie dovrebbe essere produttivo di effetti giuridici. Il che però significa, per esempio, che se colui che allo stato civile è, poniamo, “Leonardo” viene iscritto a scuola come “Vanessa” e così denominato in tutti i documenti ufficiali, il titolo di studio alla fine sarà lei a conseguirlo mentre lui resterà senza diploma, posto che la scuola, ovviamente, non ha alcun potere di intervento sulla sua identità anagrafica.

Mi pare evidente, quindi, che non si tratta di una cosa seria, ma di una cosa, non dico per finta ma “per modo di dire”: tu resti Leonardo nelle carte che contano ma, se vuoi, facciamo che qui ti chiamiamo Vanessa. Ci sarà, immagino, un doppio registro, una doppia pagella, un doppio diploma, quello vero e quello finto: un gioco, praticamente. Ora domando: è serio, tutto questo? È rispettoso delle persone e delle delicate problematiche di cui, a parole, si dichiarano così preoccupati i promotori di tali iniziative? Aiuta veramente qualcuno? Serve a qualcosa?

Si obietterà che, però, se non è una cosa seria almeno sarà innocua. Male non farà: dunque perché opporsi? Invece sono convinto che del danno possa farne, e molto. La questione di come una persona viene chiamata, infatti, al di là degli aspetti giuridici attiene alla sfera delle relazioni sociali e dunque chiama in causa la libertà e la responsabilità degli altri soggetti che hanno rapporto con lei. I motivi per cui qualcuno può sentirsi a disagio con il proprio nome (o il proprio cognome) sono tanti (non c’è solo quello a cui pensano i fautori di questa dissennata proposta) e, mentre è riservato esclusivamente alla legge dello stato (e non certo alla delibera di un consiglio di istituto o di un dirigente scolastico!) regolare gli aspetti giuridici della questione, la pratica dell’uso spetta primariamente alla regolazione autonoma dei rapporti interpersonali, all’interno degli ambiti in cui il soggetto vive. Uno può benissimo chiedere (o far capire) agli altri di non voler essere chiamato con il proprio nome ufficiale ma di preferirne un altro e in questo modo pone loro un problema che devono affrontare responsabilmente, giocando ciascuno la propria libertà: è una questione di rapporti tra persone. La finzione di una pseudo-norma che, per via burocratica, impone una linea di condotta è invece, nel suo piccolo, un altro tassello di quella deleteria opera di devitalizzazione della società, in corso ormai da tempo, che deresponsabilizza gli individui e sostituisce l’esercizio della libertà con l’esecuzione di protocolli comportamentali fissati dalle istituzioni.

Leonardo Lugaresi

 


 

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