Nulla placherà la comunità transgender se non la cancellazione del cristianesimo.

Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Regis Martin e pubblicato su Crisis Magazine. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

 

Ora che gli attivisti trans ci hanno detto che le nostre credenze sono diventate una terribile provocazione per il loro stile di vita, forse è arrivato il momento di andare avanti e cancellare del tutto il cristianesimo. Non sarebbe forse la cosa giusta da fare nell’interesse della sicurezza dei nostri figli? Come possiamo garantire la benevolenza dei nostri vicini LGBTQI+ se non siamo disposti a smantellare le strutture che li opprimono? Non vogliamo certo continuare a spingerli all’estremo di cercare di ucciderci, vero?

Noi cristiani ci siamo dimostrati intolleranti nei confronti del sesso non binario per molto tempo. Fin dall’inizio, infatti, abbiamo tracciato linee draconiane. Non abbiamo già allontanato abbastanza persone? Perché ci ostiniamo a voler punire le persone perché scelgono di amare in modo diverso da noi? Se qualcuno sceglie di non identificarsi con il sesso che gli è stato dato prima di nascere, è nostro compito lamentarci, tanto meno condannare? Il giudicismo può solo portare alla morte e alla distruzione.

Naturalmente, non è il cristianesimo a essere il problema. Dopo tutto, non l’abbiamo inventato noi. Né abbiamo creato noi la legge morale che cerca di impedire alle persone di perseguire i loro sogni. È stato Dio. Non dovrebbe essere cancellato? Insieme alla costituzione dell’essere a cui ci si aspetta che ci conformiamo, plasmando le nostre vite secondo le sue norme e i suoi dettami? Perché dovremmo permettere al monoteismo di ostacolare l’egocentrismo? Quindi, sì, cancelliamo tutto!

Questo placherà la comunità transgender? Li renderà felici? Quali altri gesti di guarigione dovremmo offrire a coloro che sono minacciati dalla tirannia delle nostre credenze? Possiamo sicuramente fare di più che mostrare tolleranza per il comportamento deviante. Possiamo affermarlo, celebrarlo.

Questo non farà piacere a Joe Biden, la cui audace leadership su questo tema ci ha chiaramente indicato la strada da seguire? Il suo ultimo proclama, infatti, in occasione della Giornata della visibilità transgender (31 marzo, giorno in cui, guarda caso, sto scrivendo questo appello), è un’entusiasmante chiamata all’azione contro niente meno che “un’epidemia di violenza” diretta contro le persone di orientamento transgender. Sono proprio queste le persone che, ci assicura, “danno forma all’anima della nostra nazione”. Ci viene quindi chiesto di unirci al Presidente stesso “per celebrare la gioia, la forza e il coraggio assoluto di alcune delle persone più coraggiose che io conosca, persone che troppo spesso hanno dovuto mettere in gioco il proprio lavoro, le proprie relazioni e la propria vita solo per essere se stessi”.

Non possiamo fare di meno.

Naturalmente tutto questo è una pura caricatura. Un’assurdità pericolosa, in effetti. Ma ciò che è veramente terribile è il fatto che così tanti nella sinistra ” woke” ci credano. Joe Biden certamente ci crede. Ed è perfettamente disposto a mobilitare l’intero governo per far sì che anche tutti noi ci crediamo. Per conto di persone che sembrano essersi convinte che il cristianesimo sia il vero nemico, contro il quale sono determinate a prevalere. E con ogni mezzo. Se ci riusciranno o meno è un’altra questione; su questo la giuria è ancora aperta. Ma chi può dubitare che in questo momento difficile della storia della nostra nazione, in mezzo alle continue guerre culturali, sembra che stiano vincendo?

Considerate la copertura mediatica che ha circondato quest’ultimo evento, l’uccisione di sei cristiani disarmati, tra cui tre bambini di nove anni, da parte di un membro infuriato della comunità transgender. Con quanta abilità i nostri organi di informazione sono riusciti a far girare la storia, insinuando in qualche modo nella narrazione l’idea, del tutto assurda di per sé, che l’assassino fosse una vittima non meno dei sei esseri umani lasciati morti sul pavimento di quella piccola scuola cristiana di Nashville, nel Tennessee.

Grazie a un incredibile gioco di prestigio, la storia si è rivelata non tanto un’uccisione sconsiderata di persone innocenti, quanto piuttosto il tragico racconto di una minoranza perseguitata costretta a difendersi dall’odio e dalla violenza sistemici.

Un’inversione sorprendente, non trovate? Come ci sono riusciti? La risposta non è difficile da trovare. È perché abbiamo permesso loro di farlo, di farla franca. Con la nostra vile sottomissione a coloro che sono determinati a distruggerci, a cancellare il nostro passato e il nostro futuro, abbiamo permesso che ciò accadesse. Non è forse questo il mito del pluralismo, di quello slogan ripetuto all’infinito di Diversità, Inclusione ed Equità (D.I.E.)? In termini puramente pratici, cioè data la logica implicita della dottrina, che cosa è venuto a significare?

Mi sembra che da tempo siano in gioco due cose. Da un lato, implica la completa esclusione dei valori cristiani, delle virtù e delle preoccupazioni cristiane, dalla vita pubblica di questo Paese. I nostri leader di pensiero hanno fatto tabula rasa, lasciando la proverbiale piazza pubblica vuota di ogni possibile riferimento a Dio o alla vita di virtù a cui Egli ci ha chiamati. E, d’altra parte, c’è stata una disponibilità quasi totale ad assecondare questa assurdità da parte di un gran numero di cristiani. Siamo sempre più disposti ad abbracciare, per così dire, la nostra stessa estinzione. È il desiderio di morte dell’Occidente.

Se ci rifiutiamo di parlare di Dio, rifiutando in qualsiasi modo di ricordare alla gente la sua esistenza o il fatto che ci ha dato una natura le cui strutture non includono categorie diverse da quella maschile e femminile, sembra che ci meritiamo il pasticcio in cui ci troviamo. Alla fine, tutto si riduce a una mancanza di coraggio, di nervi saldi, di dire la verità su Dio e sul mondo che Egli ha creato – e poi rifatto – e che si diletta a riempire di immagini di sé. Quanto coraggio ci vuole per dire la verità? Per ripetere quell’unica frase del Libro della Genesi, pronunciata appena ventisette versetti dopo che Dio ha creato il mondo dal nulla? “Così Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza… li creò maschio e femmina”.

Fate una prova, un buon allenamento e vedete cosa succede.

Regis Martin

 

Regis Martin è professore di teologia e associato alla facoltà del Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica dell’Università Francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in sacra teologia presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è autore di numerosi libri, tra cui Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God (2012) e The Beggar’s Banquet (Emmaus Road). Il suo libro più recente, pubblicato da Scepter, si intitola Looking for Lazarus: A Preview of the Resurrection.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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