di Lucia Comelli
In questi giorni, in cui il Parlamento sta esaminando una prima proposta di legge in merito al suicidio assistito (Ddl Zanettin-Zullo, presentato dal centrodestra), ho ritrovato una foto di oltre 50 anni fa che mi ritrae nel cortile di casa mentre gioco a ping-pong con un giovane, Claudio, vestito da militare, mentre tutt’attorno si muovono altri tre ragazzi in divisa e due dei miei cinque fratellini. Sedute a guardare la scena ci sono anche la mia giovanissima madre, Carla (38 anni), e quella di mio padre, nonna Anute (Annina, in friulano), con la testa coperta dal classico fazzoletto delle contadine friulane. Questa immagine mi riporta al periodo in cui – tra i 16 anni e i 17 anni – l’adolescenza mi aveva spinto mettere in dubbio alcuni aspetti dell’educazione cristiana ricevuta: fu allora che l’incontro con il movimento di CL e la morte della nonna mi riportarono ‘a casa’, cioè a riabbracciare consapevolmente e liberamente ciò che prima avevo seguito per tradizione.
A tal proposito, anche l’impatto con il liceo classico non era stato semplice: non solo per l’estrema durezza degli studi ginnasiali, ma perché già allora esisteva un sensibile divario tra i principi che ispiravano la nostra vita familiare e il clima che si respirava in classe, dove a proposito del divorzio – una questione che il professore di religione aveva sollevato in occasione dell’imminente referendum – solo due voci si erano levate a difesa dell’indissolubilità del matrimonio: la mia e quella di un compagno, Roberto, arrivato di recente tra noi (da quella sintonia sarebbe nata un’amicizia, un amore ed il matrimonio, destinati a durare nel tempo). Ricordo ancora le parole con cui avevo sostenuto la mia convinzione: ” Le persone non sono come le cose: queste, quando non servono più si possono anche gettare, ma il legame tra marito e moglie dev’essere per tutta la vita!”. Malgrado questa posizione controcorrente e il coraggio per sostenerla, mi sentivo combattuta: mi chiedevo se gli ideali cristiani, trasmessi dai miei genitori, potessero reggere nella realtà del mondo esterno che stavo incontrando, da cui ero attratta e in cui ero, comunque, destinata a vivere … Questo disagio, acuito dalla severità di mia madre, mi aveva intanto portato, con suo grande dispiacere, a disertare la Messa domenicale. Fu quello il tempo in cui i miei genitori acconsentirono alla richiesta di un amico sacerdote di ospitare nella nostra ‘casa vecchia’, accanto a quella in cui abitavamo, due giovani ufficiali in servizio di leva, che non riuscivano a trovare un alloggio (in quegli anni, il 70% delle reclute si trovavano in Friuli): si trattava di due ciellini, Renzo e Claudio, che guidavano la piccola comunità cristiana che si era creata attorno a loro in caserma. Con un terzo amico, Sandro, si integrarono rapidamente nella nostra già numerosa famiglia, dando vita a lunghe serate gioiose di canti, accompagnati dal suono della chitarra, dialoghi e tante risate. Fu per questa allegria che, durante il triennio, alternai allo studio, prima pressoché incessante, le ore trascorse con questi nuovi amici, che mi affascinarono con la loro fede vissuta in letizia. La loro compagnia significò per me e mia sorella Anna arrivare spesso a scuola con un gran sonno, perché a giorni alterni eravamo impegnate pure nell’assistenza notturna alla nonna che, dopo un paio di cadute rovinose, trascorreva le giornate seduta in poltrona o distesa nel letto. Devo dire che la sua presenza silenziosa e discreta non era stata fino a quel momento particolarmente significativa per me, ma la serenità con cui affrontò la morte e l’affetto con cui la nostra famiglia le si strinse attorno mi spinsero a riabbracciare definitivamente la fede cristiana. Dopo un anno in cui l’infermità aveva inciso, specie nelle ore serali, anche sulle sue facoltà mentali, ma non sulla bontà d’animo che la caratterizzava, il 5 gennaio del 1975, vigilia dell’Epifania, la nonna – tornata del tutto lucida – passò il pomeriggio a dialogare in friulano con mio padre, che era un medico, sul fatto che la sua vita si era conclusa e lui doveva rassegnarsi a lasciarla andare: ” Perchè vuoi lasciarmi solo – le diceva lui – e non rimani ancora un po’ di tempo qui con noi?” “Devo andare a rivedere mia madre e Bernardino (cioè il figlio che le era morto a tre anni per le complicazioni del morbillo)” gli rispondeva la nonna. “Ma cosa farai tutto il giorno dall’altra parte?” La incalzava mio papà. “Ci ho tanto pensato, Anselmo: in cielo ci sono altri bambini che sono morti da piccoli come il mio Bernardino: mi prenderò cura di loro”. Andarono avanti a parlare così per molto tempo ancora. Il mattino dopo la nonna entrò in coma e nel giro di quattro ore spirò: mio padre le teneva le mani piangendo e noi della famiglia, attorno al letto, recitavamo per lei il rosario. Quando qualcuno, tra gli amici di famiglia e i soldati, è passato a trovarci si è unito, per qualche tempo, alla nostra preghiera. Ricordo di aver allora pensato: “Non so se esiste la Verità, ma se esiste, non può che essere questa!” Solo ciò che regge di fronte al dolore e alla morte, ciò che rimane quando tutto il resto sembra svanire può, infatti, essere totalmente vero. Come è accaduto alla nonna, anche i miei genitori sono morti con la stessa accettazione della sofferenza e della morte che la nonna ci ha testimoniato, anche se per mio padre è stato più difficile accogliere le infermità che la vecchiaia ha portato con sé e sperare in una vita ultraterrena: “Non ho mai visto nessuno tornare indietro dalla morte!” diceva, lui che da medico rimandava le ferie se qualcuno dei suoi pazienti sembrava sul punto di andarsene, perché non gli accadesse di morire senza che il suo dottore gli stesse vicino “a stringergli la mano”. Ma, dopo essersi tormentato con i suoi dubbi, concludeva: “Non posso, però, credere che l’amore infinito di mia madre per me finisca nel nulla!”.
In queste settimane, mi è quindi capitato più volte di confrontare la testimonianza dei miei cari con la sconfinata desolazione della mentalità dominante, che oggi rifiuta di considerare come parte della vita anche la decadenza fisica e la morte, tanto che l’ideale per molti è quello di morire in fretta, anzi, di colpo, cosa che a me personalmente fa venire in mente la ‘dipartita’ di un gatto, finito incidentalmente sotto le ruote di un’auto. Ma si può davvero vivere in pienezza ed essere liberi, se non si riesce ad affrontare il pensiero della sofferenza e della morte?
Anche prima dell’avvento di Cristo, gli antichi sembravano spiritualmente meglio attrezzati di noi ad affrontare i limiti inevitabili dell’esistenza umana: basti pensare a come la morte ingiusta del maestro, Socrate, abbia spinto Platone ad oltrepassare una concezione puramente sensibile della realtà, scoprendo razionalmente l’esistenza di una dimensione trascendente e beata, in cui le anime dei giusti vivono assieme agli dei. Noi cristiani abbiamo, rispetto a loro, la grazia di credere in Cristo, cioè in un Dio che ha amato l’uomo a tal punto da incarnarsi ed affrontare una fine atroce per riscattarlo dal male, e, risorgendo, aprire ad ognuno di noi la strada verso la salvezza. Questa speranza ha costituito la linfa vitale di innumerevoli società cristiane che hanno saputo rispondere in modo incomparabilmente più umano di quelle passate – ad esempio creando gli ospedali – al problema della malattia, del dolore e della morte, un evento, quest’ultimo, che, lungi dall’essere considerato un fatto privato, coinvolgeva la comunità in cui il defunto era vissuto.
Perché la Chiesa cattolica odierna è invece tanto restia, perlomeno in Occidente, ad affrontare il tema della croce, e non ci insegna – come ha sempre fatto – ad affrontare coraggiosamente la fatica e il dolore del vivere, grati di quanto abbiamo e consapevoli della necessità di prepararci, per la salvezza dell’anima nostra, ad una morte cristiana? Perché, la CEI, invece di auspicare pubblicamente una legge sul fine vita – che aprirà inevitabilmente ad una deriva eutanasica – non torna, come sta facendo Leone XIV, a mettere al centro del suo insegnamento Gesù Cristo, testimoniando come, nel rapporto con Lui, ogni cosa – compresi il dolore, la decadenza fisica e la morte – possa acquistare, pur nella fatica, un senso positivo?
Spero, con l’aiuto di Dio, che la vita possa essere sempre per me, per chi mi sta vicino e, in definitiva, per ogni altro essere umano una strada verso casa.
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1) “Perché la Chiesa cattolica odierna è invece tanto restia, perlomeno in Occidente, ad affrontare il tema della croce, e non ci insegna – come ha sempre fatto – ad affrontare coraggiosamente la fatica e il dolore del vivere?
perché siete minoranza e minoranza sempre meno robusta: dai tempi di Teodosio siete abituati ad essere garantiti dalla legge dello Stato ed ora i vostri dirigenti – i Vescovi – tentano di non essere emarginati anche formalmente dal dibattito politico; avete perso sul divorzio, sull’aborto, sui matrimoni omosessuali in tutto l’occidente e vi apprestate a perdere anche sull’eutanasia: i vostri vescovo tentano di evitare che l’ennesima sconfitta si trasformi in una disfatta epocale;
2) “Perché, la CEI, invece di auspicare pubblicamente una legge sul fine vita non torna a mettere al centro del suo insegnamento Gesù Cristo, testimoniando come ogni cosa – compresi il dolore, la decadenza fisica e la morte – possa acquistare un senso positivo?
perché i favorevoli all’eutanasia sono i due terzi della popolazione e i vostri vescovi lo sanno: https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=122409&fr=n
Leggo questo commento e mi viene subito un pensiero: “Il nichilismo contagia la società…tanto”.