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La Passione di Cristo (film)

 

 

di Aurelio Porfiri

 

Abbiamo visto in precedenza, come l’idea di bellezza anche nel contesto giudaico-cristiano, si ricolleghi al concetto di ricomponimento, di ritorno all’ordine; questo credo che sia importante anche quando si parla della bellezza di Gesù Cristo, una bellezza che spesso a mia avviso viene fraintesa in certi elementi. 

Al Messia vengono applicati questi versetti del salmo 44: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre”. Don Valentino Salvoldi, nel suo sito, così commenta questi versetti: “Grazie allo spirito profetico, in questo inno nuziale (Salmo 44) è naturale vedere in Cristo il più bello dei figli dell’uomo. È Lui lo Sposo e la Sposa è la Chiesa. La grazia di cui parla, allude all’intima bellezza della parola di Gesù, alla gloria dell’annuncio evangelico, alla forza della Verità. Questo Salmo sembra contraddire la profezia di Isaia: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (53,2). Non si tratta di contraddizione, ma di contrapposizione, quale stimolo alla nostra riflessione e domanda: «Di che bellezza si tratta?». La risposta può venirci dal Vangelo e dalle lettere di Giovanni: «Dio è amore». «Ci ha amato fino alla fine». Nel Volto trasfigurato dal dolore ci è additato il volto del più bello dei figli dell’uomo, la cui bellezza è la Verità. Questa non esclude la sofferenza, anzi la mostra come mistero che introduce all’amore. Bellezza e verità indicano, nella sofferenza e nel dolore, realtà permesse per rivelare il mistero affascinante e tremendo che è ogni persona (oltre, naturalmente, Dio stesso). Continuamente e ovunque, si va ripetendo che il male del mondo è la prova più sicura che Dio non esiste e che è un “non senso” parlare di bellezza, bontà e amore. Di fronte a questa obiezione, il cristiano non ha molti argomenti da contrapporre. Gliene basta uno: il Crocefisso, perfetta icona della verità dell’amore, che si fa dono redentivo per quanti non si lasciano sedurre dalle menzogne del mondo, dalle bugiarde sirene, dagli effimeri ideali del potere, del successo e dell’apparire. Cristo, bellezza eterna e assoluta, si è lasciato spogliare e trasfigurare al punto da essere considerato – dice il Salmista – come «un verme e non un uomo». E ha fatto ciò per permetterci di comprendere il profondo significato della bellezza, che affascina e ferisce, seduce e sconvolge, nasconde e rivela. Rivela che, assieme a Cristo, diventando un dono per tutti e spogliandoci della bellezza esteriore, noi sfociamo nel cuore della “bellezza che salva”: la Verità”. Il commento di don Salvoldi è interessante ma a mio avviso in alcuni punti deve essere precisato. Io non credo che la bellezza di Gesù Cristo sia in contrapposizione alla bellezza esteriore, cioè che il suo essere sfigurato sia un ammonimento contro la bellezza esteriore. Noi ricordiamoci che l’importanza della passione di Gesù è proprio in funzione della nostra redenzione, cioè la sua passione, il suo sfigurarsi, e in previsione della ricomposizione dell’ordine divino. Quindi questa bellezza che manca nella passione, è un rimando alla bellezza che viene nella risurrezione.

Il cristiano non è un sadico, qualcuno che gode della sofferenza, ma è qualcuno che dà un nome alla sofferenza, che ne vede il senso in qualcosa di più grande. Quindi, possiamo vedere la “bellezza“ nella sofferenza proprio perché abbiamo in mente che essa presuppone un ordine a cui vogliamo e cerchiamo di tornare.

Nel quotidiano Avvenire nel 2017 è stato riportato un inedito dello scrittore francese François Mauriac proprio su questo tema, in cui fra l’altro si afferma: “Al momento di consegnarlo, Giuda non dirà: «Lo riconoscerete dalla statura, quello che è più alto di tutti e la cui maestà brilla nello sguardo, è lui che dovete prendere». Non dirà loro: «Distinguerete subito il Capo e il Maestro…». No, basta un bacio per indicarlo. Nonostante le torce, i soldati non potrebbero riconoscerlo in mezzo agli undici poveri giudei che lo circondano. Ma non è meno vero che in molti incontri Gesù, quando è stato amato, lo è stato al primo sguardo, e spesso è stato seguito fin dalla prima parola e anche prima di ogni miracolo. Basta un richiamo perché degli uomini abbandonino tutto ciò che posseggono in questo mondo e lo seguano. Fissa le persone con uno sguardo irresistibile, il cui potere e onnipotenza si affermano ogni volta che una creatura in lacrime cade in ginocchio, nella polvere. In questo apparente contrasto tra un Cristo che, con la sola vicinanza incatena i cuori, e un agitatore nazareno disprezzato dai capi dei Sacerdoti e che i soldati, incaricati di arrestarlo, non riconoscono in mezzo ai suoi discepoli, in questa visione contraddittoria, dobbiamo sforzarci di scoprire quale fu l’aspetto umano di Gesù. Senza dubbio assomigliava a molte persone la cui bellezza, discreta e radiosa al tempo stesso, abbaglia certi sguardi e sfugge ad altri – soprattutto quando questa bellezza è d’ordine spirituale. Una luce maestosa su quel volto era percepita solo grazie a una predisposizione interiore”. È un bel passaggio questo, come del resto tutto il brano che è stato proposto, in quanto ci fa riflettere sul fatto che la bellezza esteriore non è qualcosa che si può sempre oggettivizzare, qualcosa che è distaccato dall’interiore. Essa spesso scaturisce da una luce che viene da dentro, una luce che illumina anche l’esteriore e lo fa risplendere. Vedremo in seguito l’importanza della luminosità nella bellezza e il rapporto fra forma e contenuto.

Insomma, Gesù era veramente il più bello dei figli dell’uomo, che accettò di essere sfigurato proprio per ricondurre l’umanità che vagava nelle tenebre alla grande luce della salvezza.

 

 

fonte: aurelioporfiri

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