Canticle for Leibowitz-di-Walter-Miller

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Nel 1981, il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre (1929-) pubblicava After Virtue. A Study in Moral Theory (trad. it. Dopo la virtù. Saggio di teoria morale), in cui, contro il conformismo dominante, si denunciava il pericolo del “lungo addio all’essere e al fondamento” dell’Occidente che si risolveva praticamente in un “permanente precipitare nel nulla”, e si metteva in guardia contro moralismo e maternalismo, sentimentalismo e scientismo, ipercriticismo e materialismo, collettivismo e femminismo, animalismo e sindacalismo: tutti sintomi, secondo l’autore, della decadenza di questa parte del mondo.

Vale la pena riportare parte dell’apocalittico incipit: “Immaginate che le scienze naturali debbano subire le conseguenze di una catastrofe. L’opinione pubblica incolpa gli scienziati di una serie di disastri ambientali. Accadono sommosse su larga scala. Laboratori vengono incendiati, fisici linciati, libri e strumenti distrutti. Infine un movimento politico e favore dell’Ignoranza prende il potere, e riesce ad abolire l’insegnamento scientifico nelle scuole e nelle università, imprigionando e giustiziando gli scienziati superstiti. Più tardi ancora c’è una reazione contro questo movimento distruttivo, e persone illuminate cercano di riportare in vita la scienza, pur avendo in larga misura dimenticato che cosa fosse”.

 MacIntyre confessava che “Questo immaginario mondo possibile è molto simile a quello che è stato ideato da alcuni scrittori di fantascienza” (vedremo quale, in particolare, tra breve) e spiegava che “L’ipotesi che voglio sostenere è che nel mondo effettuale in cui viviamo il linguaggio della morale sia nello stesso stato di grave disordine in cui si trova il linguaggio della scienza naturale nel mondo immaginario che ho descritto. (…) Abbiamo, è vero, dei simulacri di morale, continuiamo ad usare molte delle espressioni fondamentali. Ma abbiamo perduto, in grandissima parte se non del tutto, la nostra comprensione, sia teoretica sia pratica, della morale”.

Per chiarire meglio il significato di questa apocalisse immaginaria, MacIntyre suggeriva un paragone con il passato: “E’ sempre rischioso tracciare paralleli troppo precisi fra un periodo storico e l’altro, e fra i più fuorvianti di tali paralleli vi sono quelli che sono tracciati fra la nostra epoca in Europa e nel Nordamerica e l’epoca in cui l’impero romano declinava verso i secoli oscuri. (…) Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (…) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità”.

Un’esperienza, quest’ultima, valida anche oggi, secondo MacIntyre: “Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi”, con una differenza: “Questa volta, però, i barbari non aspettano di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. (…) Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto (…)”, certi che “se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza”.

Ho voluto dilungarmi su MacIntyre perché fosse più evidente la dipendenza della sua apocalisse immaginaria da parte della popolare Opzione Benedetto di Rod Dreher (tit. orig. The Benedict Option, 2017), non una vera e propria agenda politica, com’è noto, né solo un vademecum spirituale ispirato alla Regola di San Benedetto o un richiamo alla critica della modernità di Benedetto XVI, ma uno stimolo, attraverso il racconto edificante della vita e delle opere di uomini e donne esemplari, a fornire risposte alle sfide poste alla Chiesa da un mondo sempre più secolarizzato. 

Nonostante la sua popolarità, l’Opzione Benedetto non è del tutto accettata: la Civiltà cattolica, ad esempio, l’ha accusata addirittura di echeggiare la rigidità dottrinale dell’eresia donatista (311 d. C.), che aveva messo in dubbio la validità dei sacramenti amministrati dall’episcopato africano colluso con le autorità romane ancora persecutrici dei cristiani, avversata per i suoi eccessi da Sant’Agostino.

Alasdair MacIntyre
Alasdair MacIntyre

L’evidente dipendenza dal libro di MacIntyre, però, deve fare anche pensare che l’ispirazione della tesi di Dreher sia da cercare, piuttosto, in quell’ “immaginario mondo possibile ideato da alcuni scrittori di fantascienza” che lo stesso MacIntyre ha rivelato poi essere Walter Miller Jr. (forse 1923-1996), autore di una quarantina di racconti e di due soli romanzi: A Canticle for Liebowitz (1960; trad. it. Un cantico per Liebowitz) e Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman (1996, pubblicato postumo; trad. it.San Liebowitz e il papa del giorno dopo), per lo più sconosciuto al pubblico dei non specialisti, nonostante i vari riconoscimenti letterari ottenuti in vita e il suo A Canticle for Liebowitz sia un libro ancora letto nelle high schools in America.

Miller nacque in Florida e, dopo l’attacco di Pearl Harbour (1941), si arruolò nell’aereonautica come operatore radio e mitragliere di coda, partecipando anche al bombardamento dell’abbazia di Montecassino da parte degli Alleati, quando, il 15 febbraio 1944, 142 fortezze volanti B-17 del 13° Strategic Air Force vomitarono 253 tonnellate di bombe ad alto potenziale e incendiarie, cui seguirono 47 bimotori Mitchell e 40 bimotori Marauder della Mediterranean Air Force che si liberarono di altre cento tonnellate di bombe, annientando il più antico monastero d’Italia, fondato da San Benedetto nel 529 d. C., nel “peggior assalto aereo e di artiglieria mai diretto contro un unico edificio”, come riconobbe allora il New York Times.

Il giovane Miller, insomma, vide direttamente in azione quei barbari già al governo tanto temuti da McIntyre ed evocati anche da Dreher nelle pagine iniziali dell’Opzione Benedetto: tale fu lo shock che Miller, contro la volontà della sua famiglia, si convertì al cattolicesimo e, complice il clima della guerra fredda fra Stati Uniti e paesi della NATO da una parte, e l’ex URSS dall’altra, cominciò a temere seriamente che la cultura occidentale, prima o poi, potesse collassare per sempre. Come già George Orwell, che aveva affidato i suoi timori per l’instaurazione di una dittatura totalitaria alla distopia di 1984 (tit. orig. Nineteen Eighty-Four, 1949), Miller mise mano a tre lunghi racconti, apparsi originariamente fra l’aprile 1955 e il febbraio 1957 sulla rivista specializzata Magazine of Fantasy and Science Fiction; rimpolpati, furono successivamente pubblicati per la prima volta in volume nell’ottobre del 1959 dall’editore Lippincott di Philadelphia.

Riservandomi successivamente ulteriori approfondimenti, mi soffermerò per ora sugli aspetti generali del primo racconto (Fiat Homo), che contiene il nocciolo dell’ispirazione della tesi proposta da Dreher, benché questi non abbia mai mostrato di conoscere A Canticle for Liebowitz se non in qualche suo tweet, ovvero l’affidamento all’esempio di San Benedetto e dei suoi seguaci e l’invito a rispondere creativamente, come piccoli drappelli di credenti, alle sfide del proprio tempo e spazio, illuminati dalla grazia che scorre attraverso di loro dalla radicale apertura a Dio e contraddistinti da uno stile di vita preciso e rigoroso contraddistinti da uno stile di vita rigoroso, come appunto insegnato da San Benedetto e dai suoi seguaci. Come ha riconosciuto perfino il medievista Jacques Le Goff, un non credente, la Chiesa e, in particolare il monachesimo benedettino, hanno svolto un ruolo unico nella conservazione della conoscenza nel medioevo: “Ma il fulcro della civiltà dell’Alto Medioevo è il monastero, e sempre più il monastero isolato, il monastero rurale. Esso è, coni suoi lavoratori, un luogo di conservazione delle tecniche artigianali e artistiche; con il suo scriptorium-biblioteca, un deposito di cultura intellettuale (…) civiltà di punti isolati, di oasi di cultura in mezzo ai deserti”.      

Come quello dell’agosto del 2016 in Louisiana raccontato nell’Opzione Benedetto, il romanzo di Miller si apre con la descrizione di un diluvio apocalittico, quello dell’olocausto nucleare, proiezione evidente delle paure che attanagliavano il mondo della guerra fredda: “Si diceva che Iddio, per mettere alla prova l’umanità gonfia di orgoglio come ai tempi di Noé, aveva ordinato agli uomini saggi di quell’epoca (…), di inventare grandi macchine belliche, quali non si erano mai viste sulla Terra, armi tanto potenti che avrebbero potuto contenere lo stesso fuoco dell’Inferno, e che Dio aveva permesso a quei maghi di porre le armi nelle mani dei prìncipi (…). Ma i prìncipi (…) avevano pensato: ‘Se io colpisco in fretta, e in segreto, distruggerò gli altri nel sonno, e non rimarrà nessuno per combattere. La Terra sarà mia’. Tale fu la follia dei prìncipi, e ne conseguì il Diluvio di Fiamma. In poche settimane – qualcuno diceva in pochi giorni – tutto era finito, dopo il primo scatenamento del fuoco infernale. Le città erano diventate mucchi di vetro, circondati da vaste distese di pietre spezzate. Mentre le nazioni erano scomparse dalla terra, il suolo era cosparso di cadaveri d’uomini e di carogne di animali domestici e di bestie d’ogni genere”.

Come si vede, Miller abbandona subito i comodi panni dello scrittore sognante di fantascienza per indossare quelli fustigatori del profeta che va controcorrente, resi ancora più temibili dalle sue personali conoscenze scientifiche di ingegnere: “Le grandi nuvole della collera divina sommersero le foreste e i campi, facendo avvizzire gli alberi e morire i raccolti. E vi furono grandi deserti là dove un tempo c’era la vita, e in quei luoghi della terra in cui vivevano ancora gli uomini, essi si ammalavano per colpa dell’aria avvelenata, così che, mentre alcuni sfuggivano alla morte, nessuno rimaneva intatto; e molti morirono anche in quelle terre che le armi non avevano colpito, a causa dell’aria avvelenata”.

Ma l’avvelenamento dei corpi è metafora di quello della mente e dell’anima: “E così dopo il Diluvio, il Fallout, le pestilenze, la follia, la confusione delle lingue, il furore, cominciò la sanguinaria Semplificazione, quando superstiti dell’umanità avevano fatto a pezzi altri superstiti, uccidendo regnanti, scienziati, condottieri, tecnici, insegnanti e ogni persona che i capi della folla inferocita indicavano come meritevoli di morire per aver contribuito a fare della Terra ciò che era”.

Dove potevano rifugiarsi i dotti e governanti sopravvissuti se non presso la Chiesa? “Quando la Santa Chiesa li accolse, li vestì di abiti monacali e cercò di nasconderli nei monasteri e nei conventi che erano rimasti in piedi e che erano stati rioccupati, perché i religiosi erano meno disprezzati dalla folla, tranne quando la sfidavano apertamente e accettavano il martirio. Qualche volta questo rifugio era efficace, ma più spesso non lo era. I monasteri venivano invasi, i documenti e i libri sacri venivano bruciati, i rifugiati venivano catturati e impiccati o arsi, sommariamente. La Semplificazione aveva cessato di avere un piano o uno scopo poco tempo dopo il suo inizio, ed era diventata una insana frenesia di sterminio di massa e di distribuzione, quale può verificarsi soltanto quando sono scomparse anche le ultime tracce dell’ordine sociale”.

Rod Dreher
Rod Dreher

Mescolando inglese, latino ed ebraico, A Canticle for Liebowitz narra gli sforzi di un istituto religioso di fantasia, quello dei monaci del Beato Isaac Edward Liebowitz, un ingegnere militare che in un futuro prossimo venturo “aveva ottenuto dalla Santa Sede il permesso di fondare una nuova comunità di religiosi, che prese il nome da Alberto Magno, maestro di San Tommaso, e patrono degli uomini di scienza. La missione dell’Ordine, non annunciata e dapprima soltanto vagamente definita, era quella di preservare la storia umana per i pronipoti dei figli dei semplicioni che la volevano distruggere”. Miller specifica che “I suoi membri erano ‘contrabbandieri di libri’ o ‘memorizzatori’, secondo il compito loro affidato. I contrabbandieri di libri portavano i libri nel deserto sudoccidentale e li seppellivano entro barili. I memorizzatori imparavano a memoria interi volumi di storia, delle sacre scritture, della letteratura e della scienza, nel caso che qualche sfortunato contrabbandiere di libri fosse catturato, torturato e costretto a rivelare il luogo in cui erano nascosti i barili. Nel frattempo, altri membri del nuovo Ordine scoprirono un pozzo a circa tre giorni di viaggio dal nascondiglio dei libri e cominciarono a costruirvi un monastero. Il progetto, che mirava a salvare un piccolo resto della cultura umana dal resto dell’umanità che lo voleva distrutto, era così iniziato”. 

Continua Miller: “Ora, dopo sei secoli di oscurantismo, i monaci conservavano ancora questi Memorabilia, li studiavano, li copiavano e li ricopiavano, e attendevano pazientemente. (…) A loro nulla importava che la conoscenza da loro salvata fosse inutile, che gran parte di essa non fosse più, ormai, vera conoscenza, e fosse ormai imperscrutabile per i monaci, in certi casi quanto lo sarebbe stata per un selvaggio analfabeta delle colline (…). Eppure, tale conoscenza aveva una struttura simbolica caratteristica, e per lo meno era possibile osservare il gioco reciproco dei simboli. Osservare il modo in cui un sistema di conoscenza costruito significa imparare un minimo di conoscenza della conoscenza; fino a che un giorno, forse fra qualche secolo, sarebbe venuto un Integratore, e tutto sarebbe tornato di nuovo a posto. Così, il tempo non aveva importanza. I Memorabilia erano là, ed era loro dovere preservarli, li avrebbero preservati, anche se le tenebre sul mondo fossero durate altri dieci secoli, o anche dieci millenni, perché i monaci, sebbene nati nella più buia delle età, erano ancora gli stessi contrabbandieri di libri e gli stessi memorizzatori del Beato Leibowitz (…)”.    

Il valore di A Canticle for Liebowitz deriva proprio dalla sua capacità di evocare efficacemente un senso dell’immensità del tempo. I monaci del Beato Liebowitz non sono affatto intimoriti dalla lunga attesa che li separa dalla venuta dell’Integratore, perché vivono oltre il disperato futuro immaginato da Miller.

I monaci del Beato Liebowitz evocano anche inevitabilmente l’aspra esistenza condotta dai fondatori del monachesimo, ovvero i monaci dei deserti di Egitto e Siria del III secolo d. C., anche quando patiscono le sofferenze della nuova età buia spalancata loro dall’immaginazione di Miller. I sacrifici dei monaci del Beato Liebowitz, pertanto, testimoniano la vocazione alla sofferenza del cristiano: essi si sforzano di dedicare sé stessi alla vita di studio e preghiera scelta, ma sono costretti a scoprire che ciò può avvenire solo al prezzo della loro straordinaria dedizione personale e imparano così che è proprio la conservazione della vera fede e della conoscenza a richiedere una radicale ascesi.

Walter-Miller
Walter Miller

Nel monastero del Beato Leibowitz, attraverso i secoli che scandiscono il ritmo della storia, i monaci gradualmente riscoprono il torchio da stampa, l’elettricità, l’informatica e infine la propulsione per le astronavi. Inizialmente timorosi di avere a che fare con i ritrovati della tecnologia, apparentemente blasfemi, gradualmente ne accettano i benefici pur conservando il proprio discernimento tra bene e male. A Canticle for Leibowitz propone lo stesso tema dello scontro tra fede e scienza, sicuramente in maniera più complessa e problematica di tanti film e libri recenti, suggerendo una via diversa per risolvere il contrasto: quella di un’alleanza tra la fede e la scienza contro l’ignoranza dell’umanità. Non è stata quindi né la scienza né la tecnologia la causa dell’olocausto atomico, come inizialmente si sosteneva, quanto piuttosto il cattivo uso dei ritrovati tecnologici fatto dall’uomo nella sua naturale, incontenibile e inguaribile brama di potere.

A Canticle for Liebowitz vuolescandalizzare e, nello stesso tempo, provare a far sorridere il lettore raccontando delle apparentemente retrograde nozioni di disciplina e prudenza dei superiori dei monaci del Beato Liebowitz, nel tentativo di condannare l’incontrollata proliferazione di scatenate fantasie attorno ai miracoli, al fine di preservare la fede da inutili orpelli, anche a prezzo di ricorrere a misure di coercizione estreme.

Miller non è del tutto convinto che le forze dell’ordine e della conservazione della civiltà occidentale siano necessariamente l’habitat senza il quale la Chiesa non potrebbe vivere, sicché la Chiesa è, in qualche modo, chiamata a difenderne i valori, se non vuole collassare insieme ad essi, né che la democrazia liberale costituisca la sola dimensione entro la quale tutte le forme di vita sociale e politica possono prosperare, perché, in entrambi, i casi la Chiesa è chiamata a subordinare la sua particolare missione a uno scopo eminentemente mondano.

Il romanzo di Miller è una originale metafora letteraria della relazione fra la Chiesa e la cultura che deve essere strutturale e, dunque, niente affatto occasionale, quasi che la Chiesa fosse solo un utile supporto, e una sofisticata testimonianza del potere dell’immaginazione che la Chiesa pre-conciliare, con il suo impenitente richiamo alla castità, il suo sfacciato distacco dal mondo, la sua ostinata insistenza con il latino, il suo sguardo costantemente rivolto a Roma più che a Washington o a New York, è stata in grado di ispirare. 

 

 

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