Indigeni Sapu-Hape dell’Amazzonia si informano con un medico sul Covid-19 via smartphone, da VaticanNews

 

 

di Mattia Spanò

 

«L’Occidente non ama più sé stesso;

della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo,

mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro»

“Senza radici: Europa, relativismo, cristianesimo, islam”, di Benedetto XVI-Joseph Ratzinger, Marcello Pera

 

Joseph Aloisius Ratzinger è stato l’ultimo Occidentale.

Sono consapevole che l’espressione sia incartata in un massimalismo urticante. Il concetto di Occidente è in sé ambiguo: si tratta di un termine polirematico, una specie di bidone dell’indifferenziato in cui si butta un po’ di tutto alla rinfusa.

La derivazione è cartografica. La Terra ruota su un asse imperniata su nord e sud. Come sappiamo grazie a Galileo il sole non sorge e non tramonta, ma è la terra a farlo.

La Chiesa si oppose al fatto, presagendo oscurantisticamente che da questa “verità futile”, come la definì in seguito Albert Camus, sarebbe scaturito un getto di nequizie mica da ridere.

Galileo, che non era stupido ed era cattolico, capì che le sue tesi non valevano la sua vita e si ritrasse in buon ordine, sottomettendo le sue intempestive osservazioni empiriche alla legge del tempo.

Erano anni in cui la Scienza aveva dei limiti e la fede anche, tanto è vero che il cardinal Bellarmino, il quale senza dubbio intuì la validità della scoperta di Galileo, gli suggerì di lasciar correre: la verità che aveva dimostrato si sarebbe comunque affermata. Così è stato.

Oggi al contrario vediamo molto bene a cosa conduce il mantra non si possono porre limiti alla Scienza, la linea di credito preventivo accordata agli “scientifici”, come li chiama papa Francesco.

Tornando agli aspetti cartografici dell’Occidente. Ciò che chiamiamo Occidente si trova, ruotando la prospettiva, a oriente di ciò che chiamiamo Oriente, e ciò che chiamiamo Oriente è a occidente di ciò che chiamiamo Occidente.

Il concetto di Occidente è ontologicamente terrapiattista. Lo chiamiamo così perché vediamo mappamondi rappresentati su un piano.

Molte persone confondono la destra con la sinistra. Davanti all’altro o allo specchio, il cervello deve compiere un’operazione complessa per stabilire quale sia la destra e quale la sinistra, mentre non fa alcuna fatica a distinguere l’alto dal basso, che tali rimangono anche nell’immagine riflessa.

Sul piano interiore, osservandosi allo specchio si prova un piccolo brivido di vertigine e, se si è dotati di un briciolo di lealtà verso sé stessi, anche disgusto.

L’Occidente è l’idea in precario equilibrio tra vertigine, disgusto ed estasi, ciò che salva l’uomo dall’orrore del vuoto.

Nessun intellettuale da almeno un secolo a questa parte ha saputo ordinare, interpretare e nobilitare questo equilibrio come Joseph Ratzinger.

Forse nessun papa nella storia della Chiesa ha saputo condurre la barca di Pietro con altrettanta chiarezza e lucidità nei marosi del Secolo.

Si può capire: ciò che per Ratzinger era l’Occidente, per tutti gli altri era un quid che chiamano Occidente ma non lo è.

Alla morte di ogni grande della Storia, ci si divide subito fra fanatici adoranti e detrattori altrettanto fanatici.

Agli estremi di questa divisione, si trovano due sparuti gruppi umani tutto sommato concordi nel detestare il papa emerito.

C’è una componente cattolica che si accosta alla dipartita di Benedetto XVI confondendo i piani dogmatico, simbolico e spirituale con banali trucchi da fattucchiera.

Devono giustificare il tradimento di Ratzinger, la sua viltà nell’abdicare, certi episodi del suo passato in odore di eresia modernista. Qui Ratzinger ha fatto bene ma lì, signora mia, sia anatema.

Perché ragionano così? Absit reverentia vero, perché Bergoglio sta loro sulle scatole, e in misura minore Santa Madre Chiesa sta andando in cancrena: meno fedeli, meno preti, sbracamento generale, insipide aperture alle pulsioni mondane.

Come si vede sono motivi raffinati quanto un coro da stadio, ma mentre le disfunzioni sociologiche si governano male, per questi epifenomeni Bergoglio è un eccellente parafulmine.

Il quale Bergoglio per parte sua, estremizzando e banalizzando, banalizzando ed estremizzando, ha fornito loro un insperato palcoscenico ed un pubblico altrettanto pronto a banalizzare ed estremizzare, riflesso nello  specchio.

All’osso si ripetono l’un l’altro: se Ratzinger non avesse abdicato, non avremmo avuto Bergoglio e tutto andrebbe a meraviglia. Se mio nonno avesse le ruote…

Devono giustificare, e lo fanno ondeggiando mestamente – sulla mestizia dei cristiani Nietzsche ha scritto parole definitive, accusandoli di essere dei salvati senza averne la faccia – nella boscaglia di ragionamenti pseudo-razionali, riferimenti culturali numerosi come le stelline Barilla, e qualche safari nelle terre selvagge del misterico, rigorosamente senza guida e in ciabatte.

Beninteso: la critica e il dissenso, per quanto azzardati nei confronti di qualsiasi uomo – la conoscenza del cuore di ognuno è dominio divino – sono non solo possibili, ma necessari.

Papa compreso: non sarà mai troppo tardi quando i cattolici usciranno dal tunnel della papolatria. Mentre essi prendono qualsiasi borborigmo pontificio come voce dello Spirito Santo, faccio sommessamente notare che gli ultimi tre papi prima di Francesco sono nell’ordine: morti nel letto dopo 33 giorni, stati bersaglio di attentati e l’ultimo ha abdicato. Segni tangibili di un attacco violentissimo al papato.

Quello che un po’ turba in questi cattolici tuttodunpezzisti è la sindrome del Tristo Mietitore: anelando a prati ben rasati falciano via tutto, dita dei piedi comprese.

Per quanto certe beghe riguardino i loro autori e lo scarno plotone di loro seguaci, c’è almeno un punto che li accomuna ai loro nemici mortali, i post-cristiani multimiliardari global-transumanisti trionfanti: la visione dell’Occidente come Eldorado.

Eccoci al dunque: l’Occidente è, nelle menti degli uni e degli altri, l’Eldorado. Lo chiamano Occidente, Civiltà, Democrazia, ma l’eggregora è l’Eldorado.

Il mito di Eldorado nasce da un cacicco andino che si cospargeva di mucillagine e polvere d’oro prima di lavarsi in un laghetto (il dorato). Agli occhi dei conquistatori, quest’uomo coperto di fango e oro dovette apparire come un minus habens, che però doveva vivere in un paese dove l’oro era talmente abbondante da essere usato come bagnoschiuma.

Negli stessi anni in cui a Roma si discettava del sole e della terra e di chi gira intorno a chi, i nostri avi si gettarono scientificamente alla ricerca di questo Eldorado ad occidente.

Ci lasciarono la ghirba in parecchi e non trovarono nulla, ma da quel momento nel subconscio l’Occidente ed Eldorado divennero un’unica massa, come l’acqua e la farina.

Nel caso dei catto-puristi, si tratta di Eldorado perduto. Nel caso dei loro potenti avversari, invasati dall’idea di ridurre il mondo al loro giardino di casa, è un Eldorado imminente – ma sempre rimandato alla prossima emergenza globale che sfornano a getto continuo.

L’un contro l’altro armati per contendersi l’Eldorado. Roba che non esiste, come la lana in certi maglioni: bagatelle al 5%, fregnacce al 15,%, 80% pura fuffa caprina.

Per secoli il paradigma che ha dominato le coscienze è stato quello del Nuovo Mondo, figlio della scoperta delle Americhe, del cercar fortuna, di cambiare vita, di fare rivoluzioni, di esplorare. In forma carsica, riaffiorando qua e là sotto specie diverse, questa idea ci ha raggiunti, ma osservando con disincanto l’origine si può apprezzare la fisionomia della madre di tutte le fake-news.

Perbacco, c’è un enorme continente ad Ovest! Siccome cercavano l’India, invece di ammettere di aver preso un abbaglio sesquipedale lo chiamarono Indie Occidentali, e i loro abitanti indiani (indios).

Invece di fare ammenda per aver atteso 1492 anni prima di accorgerci dell’esistenza del continente americano, e senza fare troppo caso a milioni di uomini che lì vivevano da prima della nostra “scoperta”, abbiamo ballato un sabba davanti ad un falò di idee nuove, magnifiche sorti e progressive, e fascine di cadaveri sparse qua e là.

Non che altrove fossero teneri, ma forse erano meno alacri del ricamare teorie intorno all’omicidio, la predazione e, last but not least, la “narrazione”, sciagura ben peggiore di qualsiasi genocidio e distruzione nel senso che li precede, fomenta ed amplifica.

Gengis Khan e Tamerlano hanno cancellato interi popoli senza però appestare le generazioni successive con fiumi di chiacchiere sul bene superiore, la libertà, la democrazia. Botte da orbi e fine. Morti loro, una forma di quiete è stata ripristinata.

Tutta questa congerie di bubbole – e poi sì, altro vecchiume da demolire per far posto al nuovo che avanza – lo abbiamo chiamato Occidente.

Una specie di ossessione che da una parte, prendendo per buono l’archetipo dell’esistenza di un’intelligenza collettiva caro ai futuristi alla Casaleggio, non dovrebbe trascurare l’esistenza di un subconscio collettivo. Non dovrebbe, ma lo fa.

Dall’altra dovrebbe considerare che il New World Order, o globalismo o chiamatelo come vi pare, è la prosecuzione di questa magnifica malattia mentale la quale, a orror del vero, ha avuto ed ha uno strepitoso successo di pubblico. Oltre al fatto, mica tanto marginale, che si tratta di una visione nuova e fresca come certe mummie peruviane.

L’uomo nuovo occidentale deve andare sulla Luna e su Marte, poi verso l’infinito e oltre, e nell’attesa di conquistare questi paradisi di gelidi sassi si consola ripetendo a se stesso quanto sia bello, civile e progressista sposarsi fra uomini.

Deve scoprire, deve colonizzare, deve innovare, riformare, raccogliere “sfide”, cambiare sesso, fare il turista per sempre, aggiornarsi, transitare sostenibilmente e digitalmente. Il perché debba fare queste belle cose non mi pare sia mai stato spiegato in modo non dico convincente, ma nemmeno passabile.

La questione dirimente agli occhi di Joseph Ratzinger era invece il prima e il dopo Cristo, a partire da Cristo stesso e a Lui tornando. 

Sul piano storico, filosofico, teologico e perfino laico, non dovrebbero esserci dubbi che un conto è confrontarsi, e nel caso dividersi, di fronte al “problema” di un dio incarnato, un altro chiamare “scoperta” un continente abitato da un numero prontamente sfoltito di nostri simili, e su questa tonitruante fake-news basare un’identità, una civiltà, una cultura, pretendendo che “diritti” e “valori” che riguardano a dir tanto il 10% obeso, vecchio, effemminato, impasticcato di abitanti della Terra, siano moneta corrente ovunque.

Noi siamo la crema della conoscenza, della Scienza, della morale, del diritto, della civiltà perché ce lo raccontiamo da soli.

Così la laicità del grande occidentale Joseph Ratzinger da Marktl-Am-Inn, una laicità forgiata da tremila anni di storia, cultura, civiltà e religioni (Ratzinger era un profondo conoscitore sia dell’ebraismo che dell’Islam) viene presa di mira dai suoi detrattori, calcificati nel dileggio del grande papa tedesco.

Quella di Ratzinger è una laicità che deve continuamente esaminare, rifondarsi, riabbracciare la verità. In un mondo che ha abbandonato l’ipotesi del divino, l’unico imperativo morale è credere ciecamente, disperatamente qualsiasi altra cosa, purché appunto alternativa a Dio.

Il cristianesimo, ben prima della tirannia del nuovo, ha tentato una sintesi di ciò che di meglio offriva il mondo precedente ed è stato capace di tramandarla per quasi duemila anni.

Non c’è dubbio che sia stato un processo tumultuoso, erratico e fallace, a tratti terribile ma capace di una grandezza verso la quale anche le posizioni più lontane hanno un debito di riconoscenza.

A Joseph Ratzinger va il merito di aver reso l’Occidente un’ipotesi esatta, fondata, ma più di tutto un’ipotesi cristiana. Un’idea seconda con debiti cospicui verso Atene, Roma, Gerusalemme e non solo, ma che li riconosce e onora, al contrario della cancel culture che vuole disfarsi di tutto, relativizzare tutto tranne il vuoto che essa incarna.

Un’ipotesi su un fatto storico lontano ma ragionevolmente certo, articolato su una parte conoscibile, un’altra parte credibile, una terza parte misteriosa ma possibile – dimostrare la non esistenza di Dio è perfino più faticoso che dimostrarne l’esistenza.

Heidegger sosteneva che esista una conoscenza e una pre-conoscenza: quella che per Goethe è l’idea pre-esistente della luce che consente all’occhio di riconoscerla. Aggiungeva che noi crediamo di conoscere, e chiamiamo conoscenza certa quella che in realtà è mera abitudine: affermiamo che il sole sorge ogni giorno come se fosse obbligato a farlo. La verità è che non possiamo essere certi che lo farà, ma di solito sorge.

Questa forma di conoscenza spuria – il sole deve imperativamente sorgere perché glielo comandiamo noi – si annida alla base dell’Occidente Eldorado. Morirà, perché l’Eldorado non esiste: è l’idea del Nuovo Immaginario, che non ha bisogno di attestazioni di esistenza perché puro afflato di desiderio, capace però di accendere gli animi fino a bruciare ogni cosa.

È la fragilità, mantra in auge nel cattolicesimo coccoloso, che scatena la furia omicida, non certo peccato e punizione che invece trattengono, o almeno obbligano a pensare bene alle conseguenze.

La fragilità, l’idea surreale ad esempio di un’identità digitale, sono opposte a quella di Joseph Ratzinger il quale, in modo più laico di questi stregoni dediti ai sacrifici delle intelligenze umane, ha raccolto e vagliato tutto ordinandolo alla comprensione dell’uomo moderno, garantendo che questa coscienza potesse sopravvivere in qualunque condizione data.

L’Occidente sapienziale, un luogo metafisico di straordinaria solidità, indagato e spiegato dal papa emerito, è per sua natura destinato a perpetuarsi perché fondato su un presupposto non aggirabile: un uomo che si è detto Dio. Un fatto che non deve essere “scoperto” perché si è scoperto da solo. A ciò ci si può validamente accostare, da ciò ci si può validamente allontanare.

Un fatto come l’Emmanuele che non si avvererà domani o l’anno prossimo, ma che è già accaduto, è già stato ed è, e al quale ci si può tranquillamente opporre o persino bestemmiare perché è solido, è lì, non arretra di un centimetro né si scompone.

Nessuno, mi pare, ha colto e approfondito questo carattere dell’Occidente come Joseph Ratzinger. Indizi molto concreti di questa straordinaria sensibilità vanno rintracciati nell’amore di Joseph Aloisius Ratzinger per l’arte, in particolare la musica.

Ratzinger si è conquistato la stima e il rispetto dei suoi più fieri avversari, a volte anche la loro amicizia. Arrivo a dire che se si ripercorressero a fondo alcune dispute da lui avute con intellettuali come Hans Küng – suo vecchio amico poi diventato avversario terribile – molto si capirebbe della crisi attuale.

In questo senso ritengo che Ratzinger sia stato l’ultimo grande Occidentale, e il primo di ciò che verrà dopo.


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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