Joseph de Maistre
Joseph de Maistre

 

 

di Riccardo Pedrizzi

 

Il 26 febbraio è caduto il bicentenario della morte di Joseph de Maistre, forse il più grande pensatore cattolico, che per primo, in maniera sistematica, offrì a tutto il filone controrivoluzionario l’architettura culturale sulla quale poi per i secoli successivi si svilupparono tutti gli studi sul fenomeno “rivoluzione”, in generale, e sulla rivoluzione francese in particolare.

Riprendere il discorso su de Maistre dunque significa riaffermare la validità del pensatore politico e del filosofo della tradizione cattolica, testimone di un particolare, drammatico periodo dell’Europa.

De Maistre è stato, durante due secoli, presentato nei modi più contrastanti: ora apologeta del boia, ora come un buon padre di famiglia e gentiluomo di antica razza, ora come restauratore di un sistema politico europeo scosso dalla rivoluzione e che doveva essere riportato alla stabilità ed alla purezza originaria. Non occorre neppure dire che tutte queste interpretazioni sono perlomeno inesatte in quanto incomplete ed unilaterali.

De Maistre è un pensatore equilibrato, che non si lascia trasportare dalla passione ad affermazioni gratuite che si ritorcerebbero contro di lui. Con ciò non si vuol dire che tutte le sue idee siano accettabili ed ancor oggi valide, ma che egli fu un pensatore profondo, fornito di grandi doti e di una saldissima base dottrinaria.

Jospeh de Maistre nacque a Chambéry, nella Savoia, il 1° aprile 1753 da una antica famiglia savoiarda che aveva sempre servito fedelmente i sovrani sabaudi (il padre, Fraçois Xavier, era magistrato del regno e membro del Senato); fu educato, come era ormai tradizione familiare, dai gesuiti, cui rimase sempre molto legato durante tutta la sua vita, anche nella lontana Russia dove ebbe frequenti rapporti con i gesuiti del convento di Polochi (va detto fra parentisi che la famiglia de Maistre considerò come lutto personale l’allontanamento della Compagnia di Gesù dalla Francia ed ancora tempo fa gli educatori del Nostro, nel centenario della sua morte, gli dedicarono su “La Civiltà Cattolica” una commossa rievocazione: ciò fa intendere quanto fossero stretti i rapporti che lo legavano a quell’ordine. Oggi sarebbe impensabile una simile benevolenza). A Torino seguì i corsi di diritto all’Università; rientrò a Chambéry nel 1774 dopo la laurea e fu nominato “sostituto aggiunto dell’avvocato fiscale generale del Senato”. A trentaquattro anni divenne senatore del Regno, succedendo al padre, e codusse una vita tranquilla fino al 1790: si era sposato nel 1786, circondato dai due figli, Adèle e Rodolphe (il terzo Constance, sarebbe nato tre anni dopo), studiava ed accumulava masse di appunti. (Queste notizie ed altre sono tratte e si possono trovare in: Riccardo Pedrizzi “Joseph de Maistre. Lo Stato della Restaurazione”, Giovanni Volpe Editore – Roma 1975).

La Rivoluzione Francese cambiò il corso della sua vita, spingendolo ad impugnare la penna per combattere quei principì, da lui considerati completamente nefasti. L’avvenimento con i suoi morti ed il suo sangue lo colpì in maniera determinante, anche perché nel 1792 fu costretto ad andare in esilio (per l’occupazione, da parte delle truppe repubblicane, della Savoia) prima ad Aosta, poi fu costretto a tornare a Chambèry e infine si rifugiò a Losanna. Qui visse poveramente, finché non ottenne dal re di Sardegna di mantenere i contatti tra Svizzera e Savoia occupata.

Scrisse vari opuscoli anonimi contro la Rivoluzione, incominciò e non concluse il suo “Étude sur la souveraineté” (edito solo nel 1879), stese e pubblicò anonime nel 1796 le “Considèrations sur la France”. Sul finire del 1797 fu richiamato a Torino da Carlo Emanuele IV dove giunse nel marzo 1798; ma nel gennaio dell’anno seguente, di nuovo, si rifugiò a Venezia, per non sottostare alla capitolazione del re e alla rinunzia dei territori subalpini (9 dicembre 1798). Sconfitti i francesi, torna a Torino dove apprende di essere stato nominato reggente della Cancelleria sarda. Dopo la pace di Amiens, Vittorio Emanuele I, succeduto a Carlo Emanuele IV, lo nomina ministro straordinario e plenipotenziario a Pietroburgo (vi giungerà il 13 maggio 1803 dopo due mesi di viaggio in carrozza), dove nel 1805 lo raggiungeranno il figlio Rodolphe e il fratello Xavier con incarichi politici. Qui porta a termine varie opere e inizia le famose “Soirées de Saint-Petersburg” che vennero però pubblicate postume. La famiglia lo raggiunge al completo nel 1814. Poi, su richiesta dello Zar, viene richiamato in patria: s’imbarca sull’Hamburg il 27 maggio 1817. Passa per Parigi. E’ a Torino. Nel 1818 viene nominato ministro di Stato. Nel 1819 pubblica il “Du Pape” scritto in Russia. Proprio in quel tempo in cui erano iniziati a divampare, dalla Spagna all’Italia, i moti rivoluzionari che avrebbero preso il nome fantasioso di “moti per l’indipendenza nazionale”, il 26 febbraio 1821, moriva Joseph de Maistre, rivolgendo il suo ultimo pensiero all’Europa e dopo aver terminato di rivedere le sue “Soirées” che saranno pubblicate poco dopo la sua scomparsa.

Abbiamo già notato come “la rivoluzione francese colpì il conte in maniera determinante”: ed è vero, perché la sua maturazione intellettuale, le sue conclusioni politiche e filosofiche derivano tutte dall’esperienza che egli fece dell’episodio più decisivo per lo scatenamento delle masse europee. Il grande e tragico cataclisma che si abbatté sulla Francia e che pareva doverla distruggere dalle fondamenta senza speranza di resurrezione aveva viva rispondenza nell’animo di de Maistre. Egli, infatti, amava profondamente la Francia e la sua Monarchia e pur restando fedele e devoto suddito di Casa Savoia, non poteva, dunque, sentire estranei e lontani gli avvenimenti che sconvolgevano la sua patria spirituale.

Inoltre, egli, profondamente cattolico, dovette restare colpito non tanto per la situazione in cui il terrore gettò la Francia in quell’epoca, quanto per la profonda irreligiosità che caratterizzava il moto.

Ma quello che più meraviglia o spaventa è il carattere meccanico, quasi demòniaco della rivoluzione.

Stralciamo, dal Nostro, questi brani che ci sembrano particolarmente significativi: “Quel che maggiormente sorprende nella rivoluzione francese è quella rapida forza che abbatte tutti gli ostacoli…”; “Si è molto ragionevolmente osservato che la rivoluzione francese guida gli uomini più che questi non guidano la rivoluzione medesima”.

Di tutte le idee rivoluzionarie de Maistre dovette assistere con sgomento alla diffusione ad opera di chi, pur innalzando il simbolo imperiale e pur desiderando la stessa consacrazione romana, restò sempre il figlio più grande della Rivoluzione: Napoleone Bonaparte; di quel Napoleone che diceva di essere inviato dal cielo ma… “come il fulmine”, secondo la rettifica di Joseph de Maistre.

Ebbe, il conte savoiardo, l’avventura di vedere con la Restaurazione del 1815 il trionfo momentaneo delle sue idee, ma egli sentiva che quella, sarebbe stata, forse, l’ultima possibilità per l’Europa di arrestare la frana. E lo strumento controrivoluzionario fu la Santa Alleanza, promossa e patrocinata dall’ultimo grande europeo, come qualcuno lo ha chiamato, il principe Clemente di Metternich il quale, solo con pochi altri, come il de Maistre, riconobbe “tutti i punti essenziali dell’epoca: vide che le rivoluzioni non sono spontanee, non sono fenomeni di popolo ma fenomeni artificiali provocati da forze che nel corpo sano dei popoli e degli Stati hanno la stessa funzione dei bacteri nella produzione delle malattie”.

Ma era solo! E Josph de Maistre se ne accorse. La sensazione, se non si vuol parlare di preveggenza, del conte, che l’Europa, ormai, non avrebbe mai più ritrovato se stessa doveva risultare esatta. Egli aveva visto che non vi erano uomini all’altezza del compito, che mancava un’idea-forza che avesse potuto catalizzare tutti i controrivoluzionari; che anche in sede di religione mancava quella unità che sarebbe stata necessaria per un disegno di cosi vasta portata.

Forse avrebbe voluto che fosse stato lo spirito del Medio Evo ad informare l’azione e la condotta degli uomini europei; che fosse rinato lo spirito delle Crociate con un Ordine di uomini che avessero dedicato la vita ad una idea ed a una battaglia; forse avrebbe voluto che un attacco fosse sferrato contro le idee illuministiche e razionalistiche, che alimentavano focolai in tutte le nazioni, un attacco sul piano della visione della vita e del mondo e non ci fosse limitati, viceversa, solamente ad un fatto di “reazione”. Ma tutto ciò non fu e perciò de Maistre morendo aveva esclamato: “Muoio con l’Europa”.

 

 

Riccardo Pedrizzi già Senatore della Repubblica italiana.

 

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