Joe Kent (fonte: Wikipedia)
Joe Kent (fonte: Wikipedia)

 

Si è dimesso da direttore dell’antiterrorismo accusando Israele di aver trascinato gli USA in guerra contro l’Iran. Poi è arrivata l’indagine dell’FBI. La storia di un uomo che ha scelto la coscienza — o forse qualcos’altro.

 

di Sabino Paciolla

 

Il 17 marzo 2026, Joe Kent si è dimesso dalla carica di direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (NCTC), diventando il primo alto funzionario dell’amministrazione Trump a lasciare il proprio incarico in aperta protesta contro la guerra in Iran. Lo ha fatto pubblicamente, su X, con una lettera senza mezzi termini: «In coscienza non posso sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana».

Ma appena ventiquattr’ore dopo le dimissioni, la vicenda ha preso una piega ben diversa. Secondo quanto riportato da Axios e confermato in modo indipendente, Kent era già sotto indagine dell’FBI da mesi, con l’accusa di aver divulgato informazioni classificate. Funzionari dell’amministrazione lo hanno definito pubblicamente «un noto divulgatore», rivelando che era stato escluso dai briefing presidenziali prima ancora di rassegnare le dimissioni.

«Ha lasciato una scia digitale piuttosto evidente ed è stato monitorato per mesi. Cercherà di dire che questa è stata una ritorsione per le sue dimissioni, ma è il contrario: si è dimesso perché è sotto indagine e lo sapeva.»— Fonte anonima vicina alle indagini, citata da Axios

Secondo le fonti, Kent sarebbe sospettato di aver fatto trapelare informazioni riservate a Tucker Carlson e a un altro podcaster conservatore. L’FBI starebbe esaminando anche presunte fughe di notizie relative a Israele e all’Iran. Una fonte ha sottolineato l’ironia della situazione: Kent non sarebbe stato licenziato immediatamente nonostante l’indagine fosse già in corso, sollevando interrogativi su una gestione quantomeno opaca della vicenda da parte dell’amministrazione.

 

Il significato morale e politico di un gesto raro

«Non stava esprimendo un’opinione personale: è ciò che dimostrano i dati dell’intelligence»

Per comprendere il peso delle dimissioni di Kent, occorre guardare oltre la cronaca immediata. Come ha osservato il Consortium News, ciò che rende queste dimissioni diverse non è soltanto la loro provenienza dall’interno dell’amministrazione Trump, ma il linguaggio, il momento e la posizione politica da cui sono emerse.

I funzionari che si dimettono lo fanno di solito in silenzio, rifugiandosi negli eufemismi. Kent non ha fatto nulla di tutto ciò. Ha tracciato una linea netta tra giusto e sbagliato, usando il linguaggio della propria tradizione politica — quella del soldato, dell’intelligence officer, del conservatore trumpiano — e poi l’ha attraversata. Ha scritto di «menzogna», di «manipolazione», di «inganno», accusando direttamente Israele e la sua lobby di aver falsificato le premesse della guerra, esattamente come era stato fatto per l’Iraq nel 2003.

Come ha riportato The Guardian, nell’intervista con Carlson Kent ha descritto una Casa Bianca in cui Trump si affidava a una ristretta cerchia di consiglieri, escludendo dal processo decisionale i funzionari che mettevano in discussione sia le informazioni dei servizi segreti sia la saggezza strategica degli attacchi: «A molti dei principali responsabili delle decisioni non è stato permesso di presentarsi ed esprimere la propria opinione al presidente. Non c’è stato un dibattito approfondito».

 

Chi è Joe Kent: un curriculum da operatore d’élite

Per valutare il peso delle parole di Kent, è necessario conoscere chi è quest’uomo. La sua carriera è tutt’altro che ordinaria. Come ricorda l’UNZ Review, Kent ha prestato servizio come Ranger dell’Esercito, come Berretto Verde (CW3, specializzazione 18B nel 5° Gruppo delle Forze Speciali), come membro della Task Force Orange — l’unità di missione speciale dell’esercito altamente riservata, specializzata nella raccolta SIGINT — e infine come operatore paramilitare di primordine presso la Divisione Operazioni Speciali della CIA (Special Activities Center, Ground Branch).

Ha partecipato a undici missioni di combattimento, ricevendo sei stelle di bronzo. Ha combattuto nella prima battaglia di Fallujah nell’aprile 2004, poco dopo essersi qualificato per le Forze Speciali nel 2003. Ha lavorato a stretto contatto con Delta Force e SEAL Team 6. Quando nella sua lettera di dimissioni ha scritto che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente, non stava esprimendo un’opinione personale: stava descrivendo ciò che l’intelligence mostrava.

A questa carriera si aggiunge una tragedia personale che pesa come un macigno su ogni sua parola. Sua moglie, il sottoufficiale capo della Marina Shannon Kent, specialista crittografica, è stata uccisa in Siria nel 2019 in un attentato suicida nell’ambito dell’operazione Inherent Resolve. Kent è rimasto vedovo con due figli piccoli. Quando nella lettera scrive di non poter «sostenere l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non apporta alcun beneficio al popolo americano», parla da dentro le macerie della propria vita, dal dramma personale.

 

L’indagine dell’FBI: ritorsione o prova di colpa?

L’elemento più controverso dell’intera vicenda è la tempistica dell’indagine dell’FBI. Come riportato da Newsweek e confermato da Semafor, l’indagine era già in corso prima delle dimissioni e si concentra sulle accuse di divulgazione impropria di informazioni classificate. L’FBI si è rifiutato di commentare.

Kent e i suoi sostenitori interpretano l’indagine come una ritorsione politica. La fonte anonima citata da Axios sostiene l’esatto contrario: le dimissioni sarebbero state una mossa preventiva di un uomo che sapeva di essere nel mirino. Tra le due versioni, la verità resta per ora opaca — ma la domanda è legittima: perché, se Kent era già sotto indagine, non era stato licenziato immediatamente?

 

Da «eroe» a «debole»: il voltafaccia di Trump

La risposta di Donald Trump alle dimissioni di Kent è stata, a suo modo, emblematica. Su Truth Social, il presidente aveva scritto: «Ricordate, per tutti quei “pazzi” assoluti là fuori, l’Iran è considerato, da tutti, il PRIMO STATO SPONSOR DEL TERRORISMO. Li stiamo rapidamente mettendo fuori gioco!» — senza citare Kent direttamente, ma implicitamente smentendo ogni critica alla guerra.

Trump in precedenza, alla sua nomina a capo dell’antiterrorismo aveva tessuto le lodi di Kent sul suo social Truth

“È con grande piacere che nomino Joe Kent direttore del Centro nazionale antiterrorismo. In qualità di soldato, Berretto Verde e agente della CIA, Joe ha dato la caccia a terroristi e criminali per tutta la sua vita adulta. Joe ci aiuterà a garantire la sicurezza dell’America sradicando ogni forma di terrorismo, dai jihadisti in tutto il mondo ai cartelli della droga che operano proprio qui da noi.”

Dopo le dimissioni di Kent, Donald Trump cambia improvvisamente parere: 

«Ho sempre pensato che fosse debole in materia di sicurezza. Molto debole in materia di sicurezza. È un bene che se ne sia andato»

Un giudizio che stride con il fatto che Trump stesso lo aveva confermato a luglio 2025 come direttore del NCTC e che Kent, fino a poche settimane prima, era considerato un fedelissimo dell’amministrazione.

 

Chi lo difende, chi lo attacca: le reazioni politiche

Sul fronte opposto a Trump si è schierata, sorprendentemente, l’ex deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene, che su X ha scritto: «Joe Kent è un GRANDE EROE AMERICANO. Dio lo benedica e lo protegga!» — segnale di quanto le dimissioni abbiano spaccato anche l’ala più radicale del partito repubblicano.

Ben diversa la posizione della portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha respinto le affermazioni di Kent, definendo l’ipotesi di un’influenza israeliana «sia offensiva che ridicola» e ribadendo che Trump disponeva di «prove forti e convincenti» di una minaccia iraniana. 

Anche Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale e superiore diretta di Kent, in un post su X ha scritto che spettava a Trump — e solo a Trump — decidere se l’Iran rappresentasse una minaccia imminente, riducendo il ruolo del proprio ufficio a mero strumento esecutivo della volontà presidenziale. Una risposta che la Gabbard ha ripetuto per ben tre volte a tre domande diverse che richiedevano invece una risposta secca con un “sì” o con un “no”. Dunque, una risposta non risposta. Una posizione che molti hanno giudicato evasiva, quivalente ad una resa incondizionata e come una certificazione ufficiale della debolezza delle motivazioni per la guerra contro l’Iran. 

Risultato percepito: la sua testimonianza non ha fornito supporto dall’Intelligence alla narrativa di Trump («abbiamo attaccato per eliminare la minaccia nucleare imminente»). Anzi, l’ha implicitamente smentita o resa evanescente. In sostanza, ha fatto di tutto per non contraddire Trump senza però poterlo supportare nelle sue affermazioni. Per i critici questo certifica che le motivazioni della guerra erano deboli (non basate su intelligence solida, ma politiche), e che Gabbard stessa ha mostrato debolezza personale: invece di dare un assessment chiaro (suo compito istituzionale), ha scaricato tutto sul Presidente e ha evitato di contraddirlo.

 

Un dissenso diverso: più rapido, più profondo

C’è un elemento che distingue questa guerra dall’Iraq e dall’Afghanistan, e che il Consortium News individua con precisione: il dissenso si è manifestato in modo straordinariamente rapido. Per l’Iraq ci vollero anni prima che le contraddizioni emergessero pubblicamente. Per l’Afghanistan ancora di più. Qui, a meno di tre settimane dall’inizio degli attacchi aerei statunitensi contro l’Iran (il 28 febbraio 2026), un alto funzionario antiterrorismo si era già dimesso in segno di protesta pubblica, le manifestazioni erano già visibili nelle piazze mediatiche, e il malcontento interno stava già emergendo. Un segno chiaro di questo dramma interno è la divisione sempre più evidente del movimento MAGA che ha supportato Trump durante la campagna elettorale.

Questo non significa che la guerra sia vicina alla fine. Significa, però, che l’architettura politica che la sostiene appare meno solida di quanto Washington voglia ammettere. Quando un insider afferma che la guerra è stata costruita su premesse false, gli altri funzionari sono costretti a scegliere: restare fedeli a una narrazione che sta mostrando crepe, oppure parlare. Ma non tutti hanno il coraggio di Joe Kent, come suggeriscono alcuni.

 

Il caso Charlie Kirk: le domande senza risposta

Nell’intervista a Tucker Carlson, Kent ha anche toccato uno dei temi più esplosivi della politica americana recente: l’assassinio di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA e tra i più stretti consiglieri di Trump, ucciso nel settembre 2025, del quale, su questo blog, ci siamo occupati ampiamente. Come riportato da InsideOver, Kent ha rivelato di aver incontrato Kirk per l’ultima volta nel giugno 2025, nel West Wing della Casa Bianca.

«L’ultima volta che ho visto Charlie Kirk su questa Terra è stato in giugno, nel West Wing. Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Joe, fermaci dall’entrare in guerra con l’Iran”.»— Joe Kent, intervista a Tucker Carlson Show

Kent ha poi aggiunto che l’indagine del NCTC su possibili legami esteri nell’omicidio di Kirk — compresa l’analisi di messaggi che mostravano pressioni da parte di donatori filo-israeliani — era stata bruscamente interrotta, dicendoci «di non fare domande su questo…»: 

«L’indagine di cui facevo parte è stata fermata. Non ci è stato permesso di continuare. Ma c’erano ancora molte cose da approfondire che non posso rivelare qui. Ci sono domande senza risposta».

Si tratta di affermazioni gravissime, che rimangono per ora prive di riscontro pubblico. Ma la loro stessa formulazione — da parte di chi aveva accesso diretto alle informazioni di intelligence — ne amplifica enormemente il peso politico.

 

Il dossier Israele: dalle radici del 1996 all’Iran

Il filo conduttore delle accuse di Kent porta dritto a un tema che percorre decenni di politica estera americana: il ruolo di Israele nel plasmare le scelte di Washington. Come analizza l’Indian Express, le radici di questa dinamica possono essere ricondotte a un documento programmatico del 1996 intitolato «A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm», redatto da figure di spicco del neoconservatorismo americano — tra cui Richard Perle e Douglas Feith, che avrebbero poi ricoperto ruoli di rilievo nella politica estera del governo di George W. Bush — come progetto per il neoeletto premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Il documento proponeva che Israele abbandonasse la formula «terra in cambio di pace» – cioè, ritiro di Israele dai territori occupati in cambio della pace – e riorganizzasse il Medio Oriente attraverso scontri militari e operazioni di cambio di regime. I bersagli esplicitamente indicati erano: Iraq, Siria, Libano, Iran

Il documento afferma: 

«Noi in Israele non possiamo fingere di essere innocenti all’estero in un mondo che non è innocente. La pace dipende dal carattere e dal comportamento dei nostri nemici. Viviamo in un vicinato pericoloso, con Stati fragili e aspre rivalità. Mostrare ambivalenza morale tra lo sforzo di costruire uno Stato ebraico e il desiderio di annientarlo scambiando “terra per la pace” non garantirà la “pace ora”».

A distanza di tre decenni, quella lista somiglia più a una previsione che a una proposta strategica.

Gli studiosi John Mearsheimer e Stephen Walt avevano già sostenuto nel 2006 — in un articolo poi ampliato nel libro The Israel Lobby and US Foreign Policy (2007) — che Israele e la «lobby israeliana» avevano svolto un ruolo cruciale nel spingere gli Stati Uniti alla guerra in Iraq. Il programma segreto della CIA in Siria, uno dei più costosi in assoluto, nome in codice Timber Sycamore, era stato avviato da Obama, inizialmente riluttante, anche sotto la pressione di Netanyahu, secondo un articolo del New York Times del 2017. E ora, con la guerra in Iran, Kent sostiene che lo stesso schema si sia ripetuto: «Sono stati gli israeliani a spingere per questa decisione», ha detto a Carlson, descrivendo funzionari israeliani in questo modo: 

«So come funziona. So che i funzionari israeliani – alcuni dei servizi segreti, altri del governo – si rivolgono ai funzionari del governo statunitense e dicono ogni sorta di cose che, secondo le nostre informazioni, semplicemente non sono vere. Dicono: ‘Ehi, vi do un’anteprima, non è ancora nei canali di intelligence, ma ecco cosa succederà’, e di solito ciò non si concretizza».

Tali affermazioni hanno suscitato accuse di antisemitismo da più parti. Ma il dibattito che hanno aperto — su quanto e come l’alleanza con Israele condizioni le scelte strategiche americane — è tutt’altro che nuovo, e tutt’altro che risolto. Joe Kent, con le sue dimissioni, lo ha riportato al centro della scena con una forza che nessun analista accademico avrebbe potuto eguagliare. Che lo si consideri un eroe o un informatore, la sua voce ha già cambiato i termini del dibattito.

 

 

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