Rilanciamo l’articolo scritto da Robi Ronza sul suo blog che fa il punto del pensiero dell’alta finanza su Biden ed i populisti.

 

 

Dopo aver tessuto le dovute lodi a Joe Biden, per cui si era subito schierato a tutta forza, in un editoriale del suo scorso numero The Economist osservava: “Eppure l’inatteso minimo distacco del voto [tra i due candidati] significa anche che in America il populismo sopravviverà. Queste elezioni hanno reso evidente che la stupefacente vittoria di Trump nel 2016 non fu un fatto anomalo bensì l’inizio di una profonda svolta ideologica del suo partito (…). E aggiungeva che “il persistere del consenso di cui gode Trump fa pensare che il rigetto dell’immigrazione, delle élite urbane e della globalizzazione, che prese il via dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, è destinato a durare ancora”.

Pubblicato a Londra dal 1843, The Economist, oggi diffuso in tutto il mondo in oltre un milione e mezzo di copie (nelle due edizioni cartacea e digitale) è una fonte informativa globale di alta qualità sia redazionale che grafica. Ciò fermo restando non è affatto tuttavia quella bibbia dell’imparzialità che pretende di essere. Non dà sistematicamente peso alcuno, tanto per fare un esempio, a tutto ciò che attiene alla visione del mondo cristiana; e negli anni trascorsi tra lo sciopero di Danzica del 1980 e la caduta del Muro di Berlino riuscì praticamente a non parlare mai della parte che Giovanni Paolo II ebbe negli eventi di quel decennio: un’impresa davvero non da poco. Però è lo specchio fedele di quel che pensano e che devono pensare i padroni del vapore “illuminati” del momento e quelli cui piacerebbe tanto essere al loro posto. Perciò vale la pena di non perderlo d’occhio.

Diviene allora interessante osservare come l’esito delle elezioni presidenziali negli Usa non lo induca a lanciare quelle grida di vittoria a piena gola cui indulgono i suoi modesti imitatori qui da noi. Pur non accontentandosi di esorcizzare il cosidetti “populisti” descrivendoli come un’accozzaglia di mentecatti, neanche The Economist riesce tuttavia a vedere la sostanza del fenomeno al di là dello stile e del linguaggio di chi oggi gli dà maggiore voce. Non capisce infatti che nel suo insieme, e a prescindere dalle sue frange più estreme o più pittoresche, il cosiddetto populismo non è la reazione di masse un po’ stolide e perciò incapaci di vedere la luce della globalizzazione che già illumina le élite urbane. È piuttosto una grande «insorgenza anti-giacobina» internazionale, grezza e talvolta acefala finché si vuole, ma nient’affatto fuori della storia. È un grande movimento non populista ma sostanzialmente popolare che senza dubbio finora esprime più spesso il peggio che il meglio di sé, ma che può dare all’uscita dalla crisi planetaria in cui ci troviamo un contributo ben più adeguato, equo ed efficace delle vecchie élite che si specchiano in The Economist  e che scelgono o sognano come vestirsi e dove andare in vacanza sfogliando le pagine di Financial Times/Weekend.

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