Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Robert Royal, pubblicato su The Catholic Thing. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
James Hitchcock, storico cattolico americano, è morto la scorsa settimana nella sua città natale, St. Louis. Era un accademico di grande successo – dottore di ricerca a Princeton – e la sua Storia della Chiesa cattolica rimarrà un punto di riferimento per molti anni a venire. Ma era anche un uomo di grande intuito e cultura, abile oratore e dotato di uno spirito pronto, che applicava non solo al passato, ma anche al presente. I suoi volumi sul cattolicesimo pubblico, come Catholicism & Modernity, The Decline and Fall of Radical Catholicism e The Pope and the Jesuits, sono stati una guida per molti di noi lettori più giovani che cercavano di orientarsi nel tumulto degli anni ’70 e ’80. Ma quando gli amici mi hanno dato la notizia della sua morte, mi è venuto spontaneo pensare a uno dei suoi saggi: Postmortem on a Rebirth: The Catholic Intellectual Renaissance (Post mortem su una rinascita: il Rinascimento intellettuale cattolico).
Il punto centrale di quel testo era confutare l’idea che la Chiesa cattolica prima del Concilio Vaticano II fosse un deserto intellettuale:
Secondo l’opinione comune nei circoli intellettuali cattolici degli anni ’70, la condanna del modernismo [da parte di Pio X nel 1907] pose fine al pensiero cattolico serio per più di cinquant’anni, inaugurando un regno del terrore che inibì gli intellettuali fino al pontificato benevolo di Papa Giovanni XXIII (1958-63) e ai cambiamenti radicali del Concilio Vaticano II (1962-65).
Naturalmente, chiunque conosca la cultura cattolica dei primi due terzi del XX secolo sa bene che, nonostante alcune difficoltà incontrate da alcuni pensatori specifici, ciò non solo è falso, ma è quasi l’opposto della verità. Ne ho scritto un po’ nel mio libro A Deeper Vision, e Jim Hitchcock, in particolare, ne sapeva molto. Le sue sintesi di vari pensatori in poche pagine possono essere definite magistrali.
La verità è che, in diverse nazioni, il pensiero cattolico aveva vissuto quella che Hitchcock definiva una “rinascita” sin dalle encicliche di Leone XIII Aeterni patris (che incoraggiava un rinnovato studio di Tommaso d’Aquino) e Rerum novarum (un approccio cattolico alle nuove condizioni sociali e politiche del mondo moderno). Non solo emersero molti pensatori cattolici di livello mondiale, ma essi furono apprezzati sia all’interno della Chiesa che in istituzioni secolari, a volte storicamente anticattoliche, come Princeton, Harvard, Columbia, le Università della Virginia, di Chicago, Toronto, Oxford e altre ancora.
Basta citare alcuni dei nomi più evidenti per dimostrare la sua tesi. Tra i tomisti ortodossi: i Maritain, Gilson, Simon, Pieper, Gilby e Fulton Sheen (se pensate che fosse solo un personaggio mediatico, date un’occhiata alla sua tesi di dottorato, “The Spirit of Contemporary Philosophy and the Finite God”, per la quale fu il primo americano a vincere il Premio Cardinale Mercier per la Filosofia Internazionale presso l’allora prestigiosa Università Cattolica di Lovanio). Anche i tomisti meno ortodossi – a volte al limite e oltre il limite dell’eterodossia – fiorirono, figure come Rahner, Lonergan, Maréchal e molti altri.
Nello stesso periodo, sebbene i suoi praticanti incontrassero talvolta resistenze da parte dei neoscolastici più combattivi, c’erano altre correnti come il personalismo, l’esistenzialismo e la nouvelle théologie: Guardini, Daniélou, de Lubac, Congar, Chenu, Marcel, Dawson, von Hildebrand, Bouyer, von Balthasar – e più tardi Ratzinger e Wojtyla.
Pio X può benissimo aver mirato a frenare eresie ormai evidenti. E gli accoliti del papa andarono oltre lui stesso nel fiutare i modernisti. Ma difficilmente si può affermare che le autorità ecclesiastiche prima del Concilio Vaticano II avessero creato un regno del terrore che portò a un deserto intellettuale.
E questo solo tra i filosofi e i teologi. Per quanto riguarda la cultura in senso più ampio, il XX secolo prima del Concilio ha mostrato qualcosa di simile a un Rinascimento cattolico.
Il rinascimento letterario cattolico in Inghilterra è abbastanza noto, ma forse oggi non è apprezzato come dovrebbe. Inizia con Newman e prende slancio con Gerard Manley Hopkins, Robert Hugh Benson, Chesterton e Belloc, Graham Greene, Evelyn Waugh, Muriel Spark, Ronald Knox, Siegfried Sassoon, David Jones e altri. E naturalmente c’è stata l’enorme opera di J.R.R. Tolkien, oltre a figure quasi cattoliche come T.S. Eliot, C.S. Lewis e W.H. Auden.
E il fenomeno non si è limitato all’Inghilterra. La Francia ha prodotto grandi figure come Péguy, Claudel, Bloy, Mauriac, Bernanos e, per un soffio, Simone Weil. Più lontano c’erano Edith Stein, Sigrid Undset e Gertrude von le Fort.
L’America non mancava di scrittori simili. È azzardato includere F. Scott Fitzgerald, ma Hemingway, che si definiva un “cattolico cattivo”, rimase comunque precariamente fedele alla fede fin dai suoi primi giorni in Europa – si veda Hemingway’s Faith di Mary Claire Kendall. C’era una ricca vena cattolica in J.F. Powers, James T. Farrell, Edwin O’Connor, Thomas Merton (un fenomeno editoriale subito dopo la seconda guerra mondiale) e persino Robert Lowell. E subito dopo di loro, altri grandi come Flannery O’Connor e Walker Percy, e Wallace Stevens, convertitosi in punto di morte.
Hitchcock ha sottolineato il fatto curioso che un gran numero di cattolici di spicco prima del Concilio erano convertiti. Alcuni erano attratti dalla bellezza dell’arte, della musica, della letteratura e della liturgia cattolica. Il che accade ancora oggi, naturalmente, «ma per i convertiti dell’inizio del XX secolo contava solo una cosa: era vero?».
Egli sosteneva inoltre che «un aspetto poco noto della storia intellettuale moderna è che, sebbene la religione liberale, sia cristiana che ebraica, sia stata creata con l’obiettivo di rendere credibile la vecchia fede ai moderni scettici, raramente ci riesce».
In realtà, la liberalizzazione sembrava più orientata verso i credenti che erano «irrequieti» sotto il vecchio credo e spesso «in procinto di abbandonarlo». Vale la pena rileggere il saggio di Hitchcock (raccolto nel suo libro Years of Crisis) non solo perché recupera importanti verità sui presunti tempi bui precedenti al Concilio Vaticano II, ma anche perché mette in luce falsità e sforzi fuorvianti che continuano ancora oggi.
Un segno di ciò che è andato storto nella Chiesa e nella cultura in generale è che il saggio è stato originariamente pubblicato su The American Scholar, la rivista trimestrale della Phi Beta Kappa Society. Quella rivista pubblicherebbe oggi un saggio simile? Un professore cattolico di un’università cattolica oserebbe scriverlo?
RIP, servitore buono e fedele, James Hitchcock.
Robert Royal
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