Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da John L Allen Jr/ Crux, pubblicato su Cathoilc Herald. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Benjamin Netanyahu
Benjamin Netanyahu

 

Così come Israele continua a dispiegare il suo “potere duro” militare sulla Striscia di Gaza, sfidando le pressioni internazionali per fare marcia indietro, allo stesso modo non mostra alcun segno di fermare la sua campagna di “potere morbido”. Al contrario, Israele sta portando avanti un’incessante guerra di parole contro tutte le parti che ritiene colpevoli di false equivalenze morali tra terrorismo e autodifesa, o di trafficare con troppe espressioni antisemite.

Uno di questi fronti di “soft power” è quello del Vaticano: i funzionari israeliani, insieme a una schiera di leader ebrei di tutto il mondo, affermano che influenti figure cattoliche mostrano “cecità morale e/o mancanza di integrità”, per usare il linguaggio di una recente protesta.

Tre schermaglie avvenute negli ultimi dieci giorni hanno messo in luce le dinamiche di questo stallo del soft power.

Il primo è stato un saggio dell’8 maggio pubblicato dall’Osservatore Romano, il quotidiano vaticano, e sul sito di Vatican News, scritto dal gesuita padre David Neuhaus, che attualmente è professore al Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme e membro della Commissione Giustizia e Pace degli Ordinari Cattolici di Terra Santa.

Nato in Sudafrica da una famiglia ebrea tedesca, Neuhaus si è trasferito in Israele a 15 anni e si è convertito al cattolicesimo a 26 anni. Da tempo impegnato nelle relazioni ebraico-cattoliche, dal 2009 al 2017 è stato vicario parrocchiale per i cattolici di lingua ebraica in Israele.

Nel suo complesso articolo dell’8 maggio, composto da 2.500 parole, Neuhaus ha sostenuto che l’antisemitismo è stato un cancro non solo per gli ebrei ma anche, in un certo senso, per i palestinesi, in quanto è stata l’eredità dell’Olocausto a creare lo slancio verso la fondazione di uno Stato ebraico in Medio Oriente e a porre le basi per quella che gli arabi chiamano la Nakbah, o “catastrofe”, riferendosi allo sfollamento forzato dei palestinesi durante la guerra del 1948.

Nel corso del suo intervento, Neuhaus ha sostenuto che il sionismo, ovvero la spinta a creare uno Stato ebraico, è stato influenzato dal nazionalismo e dal colonialismo europeo del XIX e dell’inizio del XX secolo e ha insistito sul fatto che criticare il sionismo non equivale necessariamente all’antisemitismo. Ha inoltre sostenuto che gli oppositori dell’antisemitismo e i sostenitori dei diritti dei palestinesi dovrebbero essere alleati nella ricerca di una società in Medio Oriente “basata su giustizia, pace, libertà e uguaglianza”.

Sulla scia del saggio dell’8 maggio, l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Raphael Schutz si è rivolto all’Osservatore Romano con la richiesta di presentare una risposta da pubblicare. Il giornale inizialmente ha accettato, ma poi ha ritirato l’offerta – di cui parleremo tra poco -. Schutz ha quindi fornito il testo della sua risposta al quotidiano italiano Il Messaggero e, successivamente, a Crux.

Le principali obiezioni di Schutz sono le seguenti.

Il sionismo, ha insistito, non ha nulla a che fare con il colonialismo: “Il colonialismo è quando un impero occupa un territorio lontano per sfruttarne le risorse”, ha scritto. “Il sionismo riguardava una minoranza perseguitata che sentiva l’urgente necessità di avere un posto sotto il sole in cui essere libera, indipendente e protetta dalle persecuzioni”.

La Nakbah, ha sostenuto, non è stata una conseguenza dell’Olocausto, ma della “miopia e delle politiche bellicose” degli arabi, tra cui il rifiuto del piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 e l’inizio della guerra del 1948. Più in generale, ha sostenuto che Neuhaus tratta i palestinesi solo come vittime, assolvendoli da qualsiasi responsabilità per la loro situazione.

In sostanza, Schutz ha accusato Neuhaus di aver adottato di fatto la narrativa palestinese sul conflitto mediorientale – vedendo gli ebrei come una presenza straniera, piuttosto che come un popolo indigeno con una legittima rivendicazione della terra che occupano: “Dall’inizio del conflitto fino ad oggi”, ha scritto Schutz, “i palestinesi non hanno mai riconosciuto autenticamente il fatto che il conflitto è tra due movimenti nazionali che cercano di autodefinirsi sullo stesso territorio”.

Infine, Schutz ha rimproverato a Neuhaus di non aver menzionato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, affermando che tale omissione tradisce “uno speciale tipo di cecità morale e/o mancanza di integrità”, e di aver indirettamente contribuito all’aumento dell’antisemitismo mettendo in dubbio il diritto all’esistenza di uno Stato ebraico.

Mentre il conflitto era ancora in corso, il 10 maggio il Vaticano ha ospitato un “Incontro mondiale sulla fraternità umana”, che ha riunito circa 30 ex premi Nobel per la pace sotto l’egida della fondazione Fratelli Tutti, ispirata all’enciclica di Papa Francesco del 2020.

Uno dei relatori è stata Tawakkol Karman, una giornalista yemenita che ha vinto il premio nel 2011 per la sua copertura della primavera araba. Ha usato la piattaforma vaticana per affrontare il conflitto a Gaza, accusando Israele di “massacri di pulizia etnica e genocidio”. La Karman ha anche postato sui suoi account di social media i riassunti di ciò che ha detto all’evento vaticano, sia prima che dopo.

Poco dopo, l’ambasciata israeliana ha rilasciato una dichiarazione in cui esprimeva “shock e indignazione”, definendo le osservazioni della Karman “un discorso di propaganda pieno di bugie”. Tra le altre cose, la dichiarazione affermava che era “orwelliano” accusare Israele di pulizia etnica quando ogni giorno permette l’ingresso di grandi quantità di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

Il chiaro suggerimento è che qualcuno in Vaticano avrebbe dovuto impedire agli oratori di sfruttare l’evento per ottenere punti politici, o almeno avrebbe dovuto prendere le distanze in seguito. In realtà, non c’è stato alcun chiarimento in tal senso.

Anche se nessuno lo ha detto ad alta voce, sembra ragionevole sospettare che la controversia generata dall’incidente di Karman possa aver giocato un ruolo nella decisione dell’Osservatore Romano di non pubblicare la risposta di Schutz al saggio di Neuhaus dell’8 maggio.

Non è passato molto tempo prima che un altro articolo di Neuhaus venisse pubblicato da un organo di informazione affiliato al Vaticano, in questo caso la rivista Civiltà Cattolica, edita dai gesuiti, che viene esaminata dalla Segreteria di Stato prima della pubblicazione.

Ancora una volta, si tratta di un’analisi lunga e complessa, che supera le 4.000 parole in italiano. In essa Neuhaus tenta di fare il punto sul dialogo ebraico-cattolico in occasione della guerra di Gaza, elencando i vari disaccordi emersi.

Secondo Neuhaus, oggi esiste una “crisi” collettiva nel rapporto tra ebrei e cristiani. Egli individua il cuore di questa crisi nell’insistenza degli ebrei sulla rivendicazione religiosa e spirituale della terra di Israele, fondata sulle Scritture. Secondo Neuhaus, se da un lato i cattolici devono ascoltare con attenzione e rispetto queste rivendicazioni, dall’altro la Chiesa non può dimenticare che c’è un altro popolo presente sullo stesso territorio e con le proprie legittime richieste di giustizia.

Neuhaus ha citato un messaggio di Natale del 1975 di San Paolo VI: “Anche se siamo ben consapevoli delle tragedie che non molto tempo fa hanno costretto il popolo ebraico a cercare un presidio sicuro e protetto in un proprio Stato sovrano e indipendente – e perché ne siamo adeguatamente consapevoli – vorremmo invitare i figli di questo popolo a riconoscere i diritti e le legittime aspirazioni di un altro popolo che ha anch’esso sofferto per lungo tempo, il popolo della Palestina”.

Ironia della sorte, mentre Neuhaus potrebbe aver inteso semplicemente radiografare le fratture che si sono verificate nelle relazioni ebraico-cattoliche dal 7 ottobre, in realtà sembra averne creata un’altra.

Analizzando le reazioni israeliane ed ebraiche al saggio, un punto che emerge frequentemente è che Neuhaus ha fatto riferimento alla sofferenza delle persone a Gaza e degli israeliani a seguito degli attacchi del 7 ottobre, in particolare agli ostaggi, ma non fa alcun riferimento ad altre fonti di dolore israeliano, compresi gli israeliani che sono stati uccisi o sfollati a causa degli attacchi di Hezbollah nel nord del Paese da ottobre.

A livello meramente linguistico, ha infastidito alcuni osservatori il fatto che Neuhaus abbia citato il direttore editoriale vaticano Andrea Tornielli per descrivere le Forze di Difesa israeliane come “l’esercito di Tel Aviv”, un modo indiretto per ricordare al mondo che il Vaticano non accetta Gerusalemme come capitale israeliana – e, in ogni caso, un’evidente imprecisione, dal momento che la città di Tel Aviv non ha un proprio esercito.

Più in generale, ad alcuni leader israeliani ed ebrei è sembrato che Neuhaus stia invitando gli ebrei ad accettare un dialogo in gran parte alle condizioni del Vaticano, cioè escludendo la questione teologica del rapporto di Israele con la Terra Santa, cioè l’autoidentificazione di Israele come Stato ebraico, e dando la priorità a una soluzione politica del problema palestinese.

Non è una base che almeno alcuni leader israeliani ed ebrei sembrano disposti ad accettare.

“Certamente il dialogo deve continuare”, ha detto Schutz a Crux a proposito dell’ultimo saggio di Neuhaus. “La cosa importante è che dobbiamo dire la verità l’uno all’altro. Se il dialogo si basa sul chiudere un occhio su punti spiacevoli, allora è problematico”.

Schutz ha indicato un documento del 2000 intitolato Dabru Emet (“Parla la verità”), firmato da oltre 200 rabbini e intellettuali ebrei, sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo, come modello per il dialogo. Ha anche detto che in futuro si dovrebbe sottolineare la centralità di Israele nella conversazione ebraico-cristiana, perché, come ha detto, “la negazione dell’esistenza di Israele è, a sua volta, una forma di antisemitismo”.

Certo, Neuhaus non è un funzionario vaticano ed è possibile sostenere che le sue opinioni non rappresentano necessariamente quelle di Papa Francesco o dell’apparato diplomatico vaticano – possibile, anche se francamente un po’ difficile da convincere, visto l’ampio risalto che l’analisi di Neuhaus ha avuto nei media vaticani.

Comunque sia, Neuhaus è una figura rispettata e influente nelle relazioni tra ebrei e cattolici, e le sue opinioni non sono un’idiosincrasia personale ma riflettono convinzioni condivise, con sfumature diverse, da molti alti dirigenti cattolici.

I conflitti di soft power che ha scatenato non sembrano essere risolti, ma almeno aiutano a delineare un quadro delle sfide di ricostruzione che le relazioni cattolico-ebraiche dovranno affrontare in futuro.

Nel frattempo, il “soft power” di Papa Francesco a favore della pace continua senza sosta. Ieri, nella città italiana di Verona, ha presieduto un evento “arena della pace” in cui, tra l’altro, due giovani diventati amici, uno israeliano e l’altro palestinese, che hanno entrambi perso dei familiari nella guerra di Gaza, si sono abbracciati sul palco tra gli applausi.

“Guardando l’abbraccio di questi due, pregate dentro di voi e prendete la decisione interiore di fare qualcosa per porre fine a queste guerre”, ha esortato il Papa, aggiungendo che “la pace non sarà mai il risultato di diffidenza, di muri, di armi puntate l’una contro l’altra. Non seminiamo morte, distruzione e paura, ma speranza”.

John L Allen Jr/ Crux

 


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