Netanyahu, Primo Ministro israeliano, si vaccina contro il covid
Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, si vaccina contro il covid

 

 

di Sabino Paciolla

 

Israele, come noto, è stato il paese che ha stupito il mondo quanto a velocità nella vaccinazione della sua popolazione. Ad oggi è stata vaccinata tutta la popolazione quanto alla prima iniezione (98,9.%), e quasi la metà ha ricevuto anche la seconda iniezione (42,3%). Tutte le persone anziane e/o con patologie sono state dunque vaccinate. Oltre che a stupire, Israele costituisce anche oggetto di invidia per altri paesi, in particolare per l’Europa, che mediamente quanto a vaccinazione si attesta quasi al 8,7%, con l’Italia poco sotto questo dato. Dei paesi occidentali, il Regno Unito ha vaccinato il 33% e gli Stati Uniti il 25,7% della sua popolazione.

Israele ha potuto raggiungere questi risultati perché abituato, e dunque ben organizzato e attrezzato, ad affrontare le situazioni di rischio. Nella sua travagliata storia ha dovuto affrontare vari periodi di emergenza sin dal primo giorno della sua nascita come stato indipendente. Il 15 maggio 1948, infatti, il giorno dopo la sua dichiarazione di indipendenza come stato autonomo, fu attaccato dai paesi arabi nella sua prima delle numerose guerre di sopravvivenza. 

Inoltre, Netanyahu, che deve affrontare le elezioni il prossimo 23 marzo, si è preso personalmente la responsabilità dello sforzo di approvvigionamento di vaccini parlando con il CEO della Pfizer Albert Bourla ben 17 volte, offrendogli un accordo impossibile da rifiutare: Israele avrebbe pagato più di chiunque altro per ogni dose, circa $ 31, e avrebbe consegnato all’azienda i dati resi anonimi ma dettagliati presenti o raccolti dalla sua rete sanitaria universale. Un servizio inestimabile per la Pfizer che avrebbe potuto testare il suo vaccino nel mondo reale.

Netanyahu ha soprannominato la missione di vaccinare la nazione “Operazione tornare in vita”, e ha promesso agli israeliani che sarebbero stati liberi dal COVID entro la fine di marzo.  

Visto da questo punto di vista, Israele dovrebbe aver quasi risolto gran parte dei suoi problemi, e dovrebbe essere tornato, o sul punto di tornare, alla normalità. 

E’ di una decina di giorni fa la pubblicazione sul prestigioso New England Journal of Medicine (NEJM) di una indagine sulla efficacia della vaccinazione in Israele. I ricercatori di Clalit, della Harvard University e del Boston Children’s Hospital hanno confrontato 1,2 milioni di israeliani divisi equamente in due gruppi di 596.618 persone: i vaccinati e quelli non vaccinati. I dati di questi ultimi sono stati presi dalle cartelle cliniche digitali del sistema sanitario nazionale. I ricercatori hanno cercato di abbinare la storia di ciascun vaccinato (età, patologie, origine, ecc.) con quella il più possibile simile di un non vaccinato, con lo scopo di rendere il confronto il più possibile omogeneo e verificare il risultato del vaccino. 

Le conclusioni di questo studio dicono che Pfizer e il vaccino Covid-19 di BioNTech si sono comportati bene nel mondo reale come nella sperimentazione clinica che ha portato al suo utilizzo. Che un vaccino si comporti altrettanto bene nel mondo reale come nel contesto altamente controllato di una sperimentazione clinica non è un dato di fatto, ha osservato l’autore senior Ran Balicer, direttore del Clalit Research Institute of Israel.

Noa Dagan, un’autrice anche del Clalit Research Institute, ha affermato che per le persone con una o due condizioni di salute che aumentavano il rischio di una grave malattia Covid, il vaccino ha funzionato così come ha funzionato per le persone che erano sane.

Anche nelle persone con tre o più patologie, la protezione del vaccino è sembrata essere forte, con circa l’89% di efficacia, ha detto.

Ma Balicer ha avvertito che mentre il vaccino ha funzionato molto bene – era protettivo per il 94% contro il Covid sintomatico, in tutti i gruppi di età, anche negli anziani – alcune persone completamente vaccinate hanno sviluppato una malattia grave e alcune sono morte. Durante il periodo dello studio, nove persone che erano state completamente vaccinate sono morte per Covid-19, rispetto a 32 persone che non erano state ancora vaccinate.

“Questi vaccini non sono un campo di forza intorno a te che nega la possibilità che tu abbia una malattia o che tu abbia una malattia grave”, ha detto Balicer, sottolineando che mentre due dosi del vaccino offrono una protezione sostanziale contro la grave infezione da Covid e la morte, “Esiste un rischio residuo”.

A questo studio vi sono state anche delle obiezioni, come quella del prof. Stephen Evans, Professore di Farmacoepidemiologia, della London School of Hygiene & Tropical Medicine, che ha dichiarato: “Ha una serie di punti di forza, ma i risultati potrebbero avere distorsioni non spiegate e ci sarà maggiore incertezza nei risultati rispetto a quanto implicito negli intervalli di confidenza statistici”. “Come ho notato in un commento precedente “Tuttavia gli studi non randomizzati (osservazionali) degli effetti dei vaccini sono soggetti, anche negli studi meglio progettati e analizzati, a potenziali bias che rendono i risultati meno certi di quanto suggerisce l’analisi statistica. Questi pregiudizi possono verificarsi all’inizio del trattamento, durante il follow-up e nell’accertamento del risultato, facendo sì che l’effetto osservato appaia più grande o più piccolo del vero effetto.” [Infine], non viene discusso alcun evento avverso.”

Inoltre, il dott.Peter English, consulente per il controllo delle malattie trasmissibili, ex redattore della rivista Vaccines in Practice, Immediate past Chair del BMA Public Health Medicine Committee, ha dichiarato: “Il documento è chiaro che, poiché non testano sistematicamente le persone asintomatiche in Israele, è probabile che non siano riuscite a rilevare alcuni casi asintomatici; e sappiamo che le persone senza sintomi possono ancora trasmettere l’infezione. Gli autori lo riconoscono: l’appendice al documento, a p15, mostra l’incidenza cumulativa di infezioni asintomatiche registrate, ma aggiunge che “In assenza di test periodici sistematici … tra le persone asintomatiche … le infezioni asintomatiche documentate non tengono conto di tutte le infezioni asintomatiche, e probabilmente non è in grado di spiegare con precisione la cattura dell’efficacia del vaccino per questo risultato”.

Come si diceva più sopra, sembrerebbe che Israele abbia risolto, o sia sul punto di risolvere, i suoi problemi. E invece, nonostante i risultati positivi che certamente la campagna vaccinale avrà portato, risultati certificati dallo studio pubblicato su NEJM, la realtà, come al solito, sembra ben più complessa. 

Se guardiamo il grafico dei casi totali (i grafici riportano una curva cumulata, cioè una curva che aggiunge ai casi totali in essere fino a ieri quelli verificatisi oggi. Dunque, al diminuire dei casi la curva tende ad appiattirsi fino a diventare completamente piatta, cioè orizzontale, quando l’evento – in questo caso infetti o decessi da covid – finisce):

Israele covid casi totali
Israele covid casi totali (fonte: worldometers)

dei decessi totali da SARS-COV2:

Israele covid decessi totali (fonte: worldometers)
Israele covid decessi totali (fonte: worldometers)

C’è però qualcosa che non quadra. Infatti, a fronte di una vaccinazione israeliana iniziata il 19 dicembre 2020, sono passati oramai due mesi e mezzo, gli effetti globali non si notano se si fa un confronto con la situazione di un altro paese, ad esempio l’Italia, che quanto a vaccinazione è ben lontano dalla posizione idilliaca di Israele. 

Ad aggravare ancor di più la faccenda è il fatto che Israele è entrato nel suo terzo lockdown duro il 27 dicembre del 2020, pochi giorni dopo l’inizio del piano di vaccinazione di massa, ed ha cominciato ad attenuare la sua stretta solo a partire dal 21 febbraio scorso, ben due mesi dopo. Come è noto, dopo un lockdown, a maggior ragione quando come in questo caso dura due mesi, i casi di contagio e le morti diminuiscono drasticamente. E’ buffo dunque leggere sul sito della BBC che “Israele sta allentando le restrizioni di lockdown poiché gli studi rivelano che il vaccino Pfizer è efficace al 95,8% nel prevenire ricoveri e morte”, quando gli effetti positivi del lockdown in termini di riduzione di contagi, ricoveri e decessi non vengono nemmeno menzionati. Sembra prevalere nel giornalista della BBC una lettura che potremmo definire distorta (o ideologica?) dei fatti. (AGGORNAMENTO: E a proposito di Regno Unito, anch’esso sottoposto ad un duro lockdown, durato 3 mesi – dal primo gennaio al primi di marzo – e ad un avanzato piano di vaccinazione, si veda l’analisi dei dati fatta dal fisico prof. Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei). 

L’Italia, come si vede dalla pendenza delle curve dei grafici riportati qui sotto, sembra aver fatto meglio di Israele pur avendo appena iniziato il piano di vaccinazione (era ad esempio al 3% quando Israele era già al 60%) e non avendo fatto nello stesso periodo alcun lockdown ma soltanto restrizioni blande se confrontate con quanto attuato da Israele. Si tenga inoltre conto che Israele ha una temperatura media certamente superiore a quella italiana e, si sa, il coronavirus teme il caldo.

Inoltre, se consideriamo ad oggi i casi di contagio per milione di persone (in modo da poter meglio fare il confronto tra paesi diversi), notiamo che Israele è al 9 posto nel mondo, con 86.950 casi, contro i 50.442 per milione dell’Italia, che la pongono al 41° posto nella classifica mondiale. 

Italia covid casi totali (fonte: worldometer)s
Italia covid casi totali (fonte: worldometers)
Italia covid decessi  totali (fonte: worldometers)
Italia covid decessi totali (fonte: worldometers)

Se da una parte il mondo vorrebbe essere nella situazione di vaccinazione di Israele, dall’altra è preoccupato perché, comunque, la situazione non appare risolta. 

Dunque, nonostante una potente vaccinazione di massa, in Israele qualcosa non quadra. Il vaccino, come certifica lo studio su NEJM, sarà pure efficace al 94%, ma agli effetti dei numeri globali sembra che la realtà nasconda qualcosa di più complicato. E qui le mutazioni del virus potrebbero giocare la loro parte.  

Il Washington Post riporta che la ricerca deve ancora rispondere ad alcune domande urgenti, tra cui l’efficacia del vaccino contro le varianti emergenti del virus. E gli esperti sono divisi su ciò che gli studi mostrano su come le persone rimangono contagiose dopo essere state vaccinate, un problema chiave nel rallentare la diffusione dell’infezione.

“È da valutare ancora bene, ma ho paura che avremo delle brutte sorprese sulla possibilità di essere portatori nonostante la vaccinazione. È molto probabile che una vaccinazione anche completa, in presenza di una variante molto diffusibile, può eventualmente instaurare anche in un vaccinato lo stato di portatore. Quindi significa che nonostante la vaccinazione, se circolano queste varianti, il concetto di immunità di gregge viene completamente meno”. Lo ha dichiarato a SkyTg24 Pierluigi Lopalco, assessore alla Salute della Regione Puglia, professore ordinario di Igiene presso l’Università di Pisa, già responsabile della struttura speciale di progetto “Coordinamento Regionale Emergenze Epidemiologiche”, la task force pugliese contro il coronavirus.

E’ lo stesso Netanyahu a riconoscere che “la mutazione britannica sta facendo impazzire in Israele”, guidando l’80% delle vittime del recente COVID-19 di Israele. Anche Naftali Bennett, l’ex ministro della Difesa che ha coordinato gran parte della risposta iniziale al virus della nazione, ha osservato che: “L’intera strategia di Israele si basa sulla speranza che nessuna variante sfugga al vaccino”. “Se domani compare una mutazione che può aggirare il vaccino, siamo nei guai.”.

Il problema delle varianti, o più propriamente mutazioni, del virus è reale e impensierisce gli esperti. Il virus tende naturalmente a mutare, da una parte per sopravvivere e dall’altra per adattarsi all’ospite. Di mutazioni del coronavirus, quelle più significative, sono state scoperte oramai più di una, da quella già menzionata britannica, a quella brasiliana, a quella più temibile sudafricana, a quella nigeriana, e così via. 

Il New York Times riporta che due team di ricercatori hanno scoperto una nuova forma di coronavirus che si sta diffondendo rapidamente a New York City e porta una mutazione preoccupante che potrebbe indebolire l’efficacia dei vaccini. Il dottor Nussenzweig ha detto di essere più preoccupato per la variante a New York che per quella che si sta diffondendo rapidamente in California. Mentre il virus continua ad evolversi, i vaccini dovranno essere modificati.

Non a caso l’amministratore di Pfizer Albert Bourla, in una intervista con Lester Holt di NBC News, ha detto che la speranza è che una terza dose aumenti ulteriormente la risposta immunitaria, offrendo una migliore protezione contro le varianti. “Riteniamo che la terza dose”, ha detto Bourla, “aumenterà la risposta anticorpale da 10 a 20 volte”. Pfizer prevede inoltre di iniziare a testare se una versione modificata del vaccino funziona bene contro la variante del Sud Africa. Anche Moderna, che produce un vaccino contro il Covid-19 con meccanismo simile dell’RNA messaggero, ha comunicato di aver anche iniziato a studiare gli effetti dell’aggiunta di una terza dose al suo regime e ha sviluppato una versione del vaccino progettata per colpire la variante dal Sud Africa.

Dalle parole di queste case farmaceutiche sembra che dovremmo inocularci un vaccino per ogni mutazione che il virus dovesse presentare. E le mutazioni, come abbiamo visto, sono molto numerose. Una situazione, secondo alcuni, potenzialmente preoccupante in quanto stiamo ricorrendo a vaccini di nuova generazione, quelli a mRNA, sperimentali, per giunta da iniettare ad ogni mutazione del virus, ma i cui effetti a lungo termine non sono ancora conosciuti. Vi sono voci, come quella del prof. Montagnier, premio Nobel per la medicina per la scoperta del virus HIV, che non esclude il rischio di tumori

Quanto la realtà sia complicata lo dimostra la situazione dell’India che lascia interdetti, a dir poco, gli scienziati.

Ecco il grafico dei contagi giornalieri dell’India: 

India covid casi giornalieri (fonte: worldometers)
India covid casi giornalieri (fonte: worldometers)

Quando il coronavirus ha preso piede in India i casi sono cresciuti costantemente e si temeva che avrebbero messo in ginocchio il fragile sistema sanitario del secondo paese più popoloso al mondo. E invece, dopo il picco raggiunto a settembre scorso, i casi di contagio, inspiegabilmente, hanno cominciato a calare drasticamente e costantemente. Per dare la dimensione della riduzione e fare un confronto, l’Italia ieri ha censito 23.641.nuovi casi, per un totale di 465.812 casi attivi, mentre l’India ha comunicato 18.292 nuovi casi, per un totale di 181.997 casi attivi. E l’Italia ha “appena” 60 milioni di abitanti contro 1,4 miliardi dell’India. Se quest’ultima denuncia 8.070 casi di contagio per milione di persone, l’Italia ne presenta 50.442. Un notevole differenza!

Quali le cause di questa fortissima contrazione? Al momento non è dato saperlo. Vi sono varie ipotesi, ma nessuna suffragata da una prova. Certamente non ha avuto alcun ruolo il piano di vaccinazione, sia perché è iniziato a gennaio scorso sia perché ad oggi l’India ha vaccinato poco più dell’1% della sua popolazione. 

Quali conclusioni possiamo trarre da questa succinta analisi?

A parere di chi scrive, l’aver puntato ingentissime risorse soprattutto sui vaccini, con l’aspettativa di debellare in pochi mesi la malattia (si vedano le ingenue e sempliciotte dichiarazioni di aprile scorso del nostro ministro della sanita, Speranza, o dello stesso Netanyahu in Israele), appare, alla prova dei fatti attuali, una strategia non proprio vincente, viste le notevoli e continue mutazioni del virus che, quanto meno, attenuano l’efficacia dei vaccini, protraendo il contagio.

Il non aver investito altrettante risorse umane e finanziarie per la cura della malattia è stata, sempre a parere di chi scrive, un grosso errore, poiché le mutazioni del virus sono tante ma la malattia è unica, inseguire con vaccini sempre nuovi un virus altamente mutante forse appare un miraggio proprio perché la sostituzione della sequenza messaggera nel vaccino, per crearne uno adatto alla nuova mutazione, è un processo con effetti lineari mentre il comportamento del virus, e dunque si suoi effetti di contagio, è un processo esponenziale. In poche parole, saremo sempre in ritardo rispetto alla corsa mutante del virus. Intensificando, invece, la ricerca sulle cure del COVID ci avrebbe probabilmente resi liberi dalle mutazioni stesse. Mutazioni che, come per tutte le pandemie, prima o poi (in genere dai 2 ai 3 anni) perdono di valenza con l’estinzione della pandemia stessa.

L’investimento nella cura ci avrebbe resi liberi dalla inoculazione di massa a livello mondiale di vaccini che, al momento, sono sperimentali. Sono infatti distribuiti sulla base di autorizzazioni in emergenza concesse dagli organismi di controllo e sicurezza del farmaco.

Perché una cosa è chiara, non bisogna confondere l’efficacia di un prodotto con la sua sicurezza a lungo termine. Facendo un discorso generale, e prescindendo dalla situazione concreta attuale, un prodotto dell’industria farmaceutica può risultare efficace nel combattere una malattia nel breve, ma risultare nocivo nel lungo termine.

Queste considerazioni appaiono ragionevoli soprattutto alla luce del documento della Pontificia Accademia della Vita sulla situazione degli anziani. In esso si legge che nella primavera del 2020 il 50% delle morti per COVID degli anziani è avvenuta in case di riposo, il 24% in casa ed il restante 25% si reputa negli ospedali. Quindi, ben il 74% delle morti degli anziani per COVID è avvenuto fuori dagli ospedali, in una situazione di presumibile assenza di cura, secondo il protocollo governativo che prevede un approccio di cosiddetta “vigilante attesa”, cioè un protocollo che impone di rimanere con un flacone di Tachipirina a portata di mano, in attesa dell’evolversi di una malattia che, se non curata in tempo, soprattutto in soggetti anziani e con comorbilità, può avere improvvise e imprevedibili accelerazioni che sovente sono diventate fatali nella generalità dei casi per i soggetti suddetti. 

Spontanea sorge la domanda: Quante vite si sarebbero potute salvare se invece della “vigilante attesa” si fosse adottato un protocollo, utilizzato con risultati molto buoni da varie associazioni di medici, come Ippocrate.org, che prevedesse una cura immediata a domicilio di pazienti COVID? Quante corsie di ospedali e terapie intensive si sarebbero potute svuotare? Non lo sapremo mai perché la storia non si fa con i se, ma è utile comunque porsi delle domande.

Abbiamo invece optato per la tachipirina e la “vigilante attesa” nella spasmodica speranza del miraggio del vaccino che tutto avrebbe risolto in un batter d’occhio. 

 

 

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